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LA NAVE CHE CANTAVA - romanzo di fantascienza - di Anne McCaffrey

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LA NAVE CHE CANTAVA

- romanzo di fantascienza -

di Anne McCaffrey




Traduzione di
Robenta Rambelli

Titolo Originale:
The Ship Who Sang
1969





Nota: Uno straordinario romanzo di fantascienza dove si uniscono con vivacità fantasia, scienza, letteratura e sentimento, dando vita ad una lettura veramente affascinante! (Aurora Ageno)




[Edited by auroraageno 9/9/2011 5:47 PM]
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LA NAVE CHE CANTAVA


LA NAVE CHE CANTAVA - 1





Era nata imperfetta e sarebbe stata spacciata, se non fosse riuscita a superare l’esame elettroencefalografico che era obbligatorio per tutti i neonati. C’era sempre la possibilità che, anche se i suoi arti erano deformi, la mente fosse normale; che, anche se le orecchie avevano un udito debole, e gli occhi una vista confusa, la mente fosse ricettiva e ben sveglia.
L’elettroencefalogramma fu completamente favorevole, e la notizia venne data ai genitori che attendevano angosciati. Bisognava prendere la dura decisione definitiva: o praticare l’eutanasia alla bambina oppure permettere che diventasse un ‘cervello’ incapsulato, un meccanismo guida in una delle tante strane professioni. In questo modo la loro creatura non avrebbe sofferto, avrebbe vissuto una comoda esistenza in un guscio metallico per parecchi secoli, e avrebbe reso servizi preziosi ai Mondi Centrali.
La bambina visse ed ebbe un nome, Helva. Per i primi tre mesi di vita vegetativa agitò le chele da granchio, scalciò con i piedi a clava, e si godette la solita esistenza dei neonati. Non era sola, perché nella speciale nursery nella grande città c’erano altri tre bambini come lei. Poi li portarono tutti all’istituto dei Laboratori Centrali, dove incominciarono le loro delicate trasformazioni.
Uno dei piccini morì durante la trasposizione iniziale, ma della ‘classe’ di Helva, diciassette vissero nei gusci metallici. Invece di far muovere i piedi, le reazioni neurali di Helva fecero muovere le sue ruote; invece di afferrare con le mani, manovrò estensioni meccaniche. Mentre maturava, altre sinapsi neurali si sarebbero adattate a far funzionare altri meccanismi specializzati nella manutenzione e nel funzionamento di un’astronave, perché Helva era destinata ad essere il ‘cervello’, la metà di una nave da ricognizione, in compagnia di un uomo o di una donna (quello che lei avrebbe scelto) che sarebbe stato la metà mobile. Helva sarebbe stata un’eletta, nel suo genere. La sua intelligenza era superiore al normale e il suo indice di adattamento era insolitamente alto. Finché il suo sviluppo all’interno del guscio fosse stato all’altezza delle previsioni e finché non vi fossero effetti spiacevoli causati dalla manipolazione della ghiandola pituitaria, Helva avrebbe vissuto una vita insolita e interessante, assai più di quella che avrebbe potuto vivere come essere umano ‘normale’.
Tuttavia nessun diagramma delle sue onde cerebrali, nessun test precoce del quoziente d’intelligenza registrava certi fatti sul conto di Helva che la Centrale avrebbe comunque scoperto. Avrebbero dovuto darle tempo, sperando che le dosi massicce di psicologia ‘del guscio’ bastassero anche nel suo caso, come un bastione a difesa delle pressioni e dell’isolamento che la sua professione comportava. Una nave guidata da un cervello umano non poteva fuggire o impazzire, con la potenza ed i mezzi che la Centrale doveva conferire ai suoi ricognitori. Le navi guidate da cervelli, naturalmente, non erano più alla fase sperimentale. Quasi tutti i neonati sopravvivevano alle tecniche perfezionate della manipolazione delle pituitarie, che mantenevano piccoli i loro corpi ed eliminavano la necessità di trasferire un individuo da un guscio ad un altro più grande. E pochissimi andavano perduti quando veniva stabilito il collegamento definitivo con i comandi della nave o con il complesso industriale. Le persone ingusciate assomigliavano a gnomi adulti, nella forma, qualunque fossero le loro deformità innate: ma i loro cervelli perfettamente orientati non avrebbero accettato uno scambio neppure con il corpo più perfetto dell’universo.
Quindi, per molti anni felici, Helva si diverti nel suo guscio insieme ai suoi compagni di scuola, giocando, studiando tecniche di traiettoria e di propulsione, calcolo, logistica, igiene mentale, psicologia extraterrestre fondamentale, filologia, storia spaziale, giurisprudenza regolamenti del traffico e codici; e inoltre tutto quello che doveva costituire il patrimonio di un cittadino logico ed informato. Per lei la cosa non era molto ovvia, ma lo era per i suoi insegnanti: ed Helva ingeriva i precetti del suo condizionamento come assorbiva il fluido nutriente. Un giorno sarebbe stata felice di avere ricevuto un’istruzione a livello subcosciente...
Nella civiltà di Helva c’erano associazioni che facevano inchieste sugli eventuali maltrattamenti nei confronti dei cittadini terrestri ed extraterrestri. Uno di questi gruppi, la Società per la Difesa dei Diritti delle Minoranze Intelligenti, si scandalizzò, quando Helva aveva quattordici anni, per la faccenda dei bambini ‘ingusciati’. I Mondi Centrali scrollarono le spalle, e organizzarono una visita alle Scuole del Laboratorio, e incominciarono la visita mostrando agli esponenti della società umanitaria i dati personali su ognuno dei casi, con tanto di fotografie. Furono ben pochi i componenti della commissione in visita che ebbero il coraggio di guardare più delle prime foto. Quasi tutte le loro obiezioni contro i ‘gusci’ caddero, per il sollievo che quei corpi spaventosi erano nascosti, in quel modo.
La classe di Helva stava facendo lezione d’arte, una materia facoltativa. Helva aveva attivato uno degli strumenti microscopici che avrebbe usato in futuro per riparazioni delicate a certe parti del suo quadro dei comandi. Il soggetto era grande (una copia del Cenacolo e la tela piccolissima: la testa d’una minuscola vite. Helva aveva sintonizzato adeguatamente la vista: lavorava e intanto canterellava distrattamente, emettendo un suono curioso. Gli ‘ingusciati’ si servivano delle loro corde vocali e del loro diaframma, ma i suoni uscivano da microfoni, non dalle bocche. La cantilena di Helva era stranamente vibrante, calda e dolce, anche in quei vagabondaggi cromatici a casaccio.
“Oh, ma hai una splendida voce,” disse una delle visitatrici.
Helva ‘alzò’ lo sguardo e scorse un panorama di sudici crateri regolari su di una superficie rosea e scagliosa; la sua cantilena divenne un gorgoglìo sorpreso. Regolò istintivamente la propria ‘vista’ fino a quando la pelle perse l’aspetto a crateri e i pori assunsero proporzioni normali.
“Si, ho fatto qualche anno di addestramento vocale, signora,’ disse con calma Helva. “Spesso le stranezze vocali diventano irritanti, durante i lunghi viaggi interstellari, e bisogna eliminarle. Le lezioni mi sono piaciute molto.”
Benché fosse la prima volta che Helva vedeva gente non ingusciata, accettò con calma l’esperienza. Altre reazioni sarebbero state segnalate immediatamente ai suoi Superiori.
“Voglio dire che canti molto bene.., mia cara,” disse la Signora.
“Grazie. Vuole vedere il mio lavoro?” Chiese educatamente Helva. Rifuggì istintivamente la discussione su quell’argomento personale, ma ricordò quel commento per rifletterci sopra in seguito.
“Lavoro?” Cinguettò la signora.
“Sto riproducendo il Cenacolo sulla testa d’una vite.”
“Oh, davvero!” Esclamò la signora.
Helva regolò la propria vista sull’ingrandimento e studiò criticamente il dipinto.
“Si, i colori non sono eguali perfettamente all’originale, e la prospettiva ha qualche difetto, ma mi sembra una copia discreta.”
La signora sbarrò gli occhi per vedere.
“Oh, dimenticavo,” fece Helva, in tono contrito. Sarebbe arrossita, se avesse potuto. “Voi non avete una vista regolabile.”
Il funzionario che controllava il colloquio sorrise divertito a quel tono di pietà per le sventure altrui.
“Ecco, così andrà meglio,” disse Helva, sostituendo una lente d’ingrandimento in una estensione e ponendola davanti alla pittura.
Sbalorditi, i membri della commissione si chinarono ad osservare l’incredibile, ottima copia del Cenacolo sulla testa della vite.
“Bene,” osservò un signore che era stato costretto ad accompagnare la moglie, “il buon Dio può mangiare dove gli angeli non osano andare.”
“Sta alludendo,” chiese educatamente Helva, “alle discussioni medievali sul numero di angeli che potevano stare su una capocchia di spillo, signore?”
“Stavo pensando a quello.”
“Se sostituisce ‘atomo’ ad ‘angelo’ il problema non è insolubile, dato il contenuto metallico dello spillo in questione.”
“E tu sei capace di calcolarlo?”
“Certamente.”
“E ti hanno insegnato anche il senso dell’umorismo mia cara?”
“Ci insegnano a sviluppare un senso delle proporzioni, signore, il che corrisponde alla stessa cosa.”
Il brav’uomo ridacchiò, con aria d’approvazione, e decise che valeva proprio la pena di avere fatto quella visita.
Il comitato d’inchiesta ebbe argomenti per meditare molti mesi sul risultato della visita alla Scuola del Laboratorio: ma anche Helva ne ebbe uno.
‘Cantare’, riferito a se stessa era qualcosa che comportava una ricerca. Naturalmente, aveva seguito un corso d’apprezzamento della musica, che comprendeva le più note opere classiche, come ‘Tristan und Isolde’, Candide ‘Oklahoma’ e ‘Le Nozze di Figaro’, oltre ai cantanti dell’era atomica, Birgit Nilsson, Bob Dylan e Geraldine Todd, più le progressioni ritmiche dei Venusiani, la cromatica vivida dei Cappellani, i concerti sonici degli Altairiani e le nenie Reticuliane. Ma il ‘canto’ per un ingusciato poneva considerevoli difficoltà tecniche. Gli ingusciati erano stati abituati a esaminare ogni aspetto di un problema o d’una situazione, prima di fare una diagnosi. Ben equilibrati tra ottimismo e senso pratico, tendevano a districare se stessi, le loro navi e i loro compagni dalle situazioni più bizzarre. Per Helva, quindi, il problema di non poter aprire la bocca per cantare non era preoccupante. Avrebbe escogitato un sistema, superando le proprie limitazioni, per poter cantare.
Affrontò il problema studiando i metodi di riproduzione dei suoni, umani e strumentali. La sua attrezzatura per produrre suoni era più strumentale che vocale: il controllo del respiro e l’esatta enunciazione dei suoni vocalici all’interno della cavità orale richiedevano un grande sviluppo ed una notevole pratica. Gli ingusciati in realtà non respiravano: l’ossigeno e gli altri gas non li traevano dall’atmosfera per mezzo del respiro; erano in soluzione entro i gusci. Dopo alcuni esperimenti, Helva scoprì che poteva manovrare la propria unità diaframmatica per sostenere il tono. Rilassando i muscoli della gola ed espandendo la cavità orale poteva dirigere i suoni vocalici in modo da riprodurli nel modo migliore con il microfono che aveva in gola. Confrontò i risultati ottenuti con le registrazioni dei cantanti moderni, e fu abbastanza soddisfatta, benché i suoi nastri avessero una qualità strana, armoniosa ma unica. Acquisire un repertorio attraverso la biblioteca del Laboratorio non era un problema per lei, abituata a ricordare tutto. Scopri di essere capace di cantare qualunque parte e qualunque canzone che la colpisse. Non le parve strano essere capace di cantare da soprano, mezzosoprano, tenore, baritono e basso, a suo piacere. Per lei, si trattava solo di regolare la riproduzione e il diaframma.
Se le autorità notarono quella strana vocazione, non ne discussero comunque con lei. Gli ingusciati venivano incoraggiati a farsi degli hobby, purché si dimostrassero efficienti nel loro lavoro.
Il giorno del suo sedicesimo compleanno, Helva fu diplomata e installata nella sua nave, XH-834. Il suo guscio di titanio fu chiuso dietro una barriera anche più indistruttibile nella colonna centrale del ricognitore. Le connessioni neurali, auditive, visive e sensoriali furono stabilite e sigillate. Le sue estensioni furono spostate, collegate o aumentate, e i collegamenti definitivi del cervello vennero fissati mentre Helva, sotto anestesia, non sentiva assolutamente nulla. Quando si svegliò, era diventata la nave. Il suo cervello controllava tutte le funzioni, dal calcolo della rotta alle operazioni di carico. Era in grado di badare a se stessa ed alla sua metà mobile, in qualunque situazione già registrata negli annali dei Mondi Centrali e in qualunque situazione che le fantasie più fertili avessero potuto ipotizzare.
Il suo primo vero volo (poiché lei e quelli come lei compivano voli simulati dall’età di otto anni) le dimostrò che era perfettamente padrona delle tecniche della sua professione. Era pronta per le sue grandi avventure e per l’arrivo del suo compagno mobile.
C’erano nove esploratori qualificati che si trovavano alla base per riscuotere la paga, il giorno in cui Helva si presentò per prendere servizio. C’erano parecchie missioni urgenti, ma da qualche tempo diversi capi dipartimento della Centrale tenevano d’occhio Helva, ed erano decisi a farla assegnare ciascuno alla propria sezione. Nessuno aveva mai presentato Helva ai suoi aspiranti compagni. Era sempre la nave che sceglieva il suo compagno. Se in quel momento ci fosse stata un’altra nave ‘a cervello’ alla base, Helva avrebbe potuto chiedere consiglio. Ma così, mentre alla Centrale continuavano le discussioni, Robert Tanner usci dagli alloggi dei piloti, venne sul campo e si accostò all’elegante guscio metallico di Helva.
“Salve, c’è qualcuno in casa?” Disse Tanner.

“Certo,” rispose Helva, attivando i visori esterni. “Sei tu il mio compagno?” chiese, speranzosa, riconoscendo la divisa del Servizio Esploratori.
“Non hai che da chiederlo,” rispose lui.
“Non è venuto nessuno. Credevo che non ci fossero compagni disponibili, e non avevo ricevuto direttive dalla Centrale.”
Helva sentiva che la propria voce aveva un tono d’autocommiserazione, ma si sentiva sola, lì sul campo buio. Aveva sempre avuto la compagnia di altri ingusciati, e negli ultimi tempi, di tecnici a dozzine. L’improvvisa solitudine aveva perduto il suo fascino e la immalinconiva.
“Non è il caso di prendersela: ci sono altri otto piloti che non vedono l’ora di essere invitati a salire a bordo, bellissima.”
Tanner era nella cabina centrale mentre diceva questo, e passava le dita, estatico, sul quadro dei comandi, sulla poltroncina antigravità, curiosava nelle cabine, nella cambusa, negli scompartimenti da carico.
“Se vuoi fare uno scherzo alla Centrale e un favore a noi, chiama gli alloggi, e faremo una festicciola per la scelta del compagno. Eh?”
Helva ridacchiò. Quell’uomo era completamente diverso dai suoi rari visitatori e dai vari tecnici del Laboratorio. Era così allegro, così sicuro di sé: la proposta della festicciola per la scelta del compagno le fece piacere. E poi non era contrario ai regolamenti.
“Cencom, qui è XH-834. Collegami con gli Alloggi dei Piloti.”
“Visuale?”
“Sì, grazie.”
Sullo schermo di Helva apparvero uomini che oziavano, annoiati.
‘Qui è XH-834. Gli esploratori non assegnati vogliono farmi la cortesia di salire a bordo?”
Otto figure galvanizzate entrarono in azione, afferrando indumenti, spegnendo macchine, liberandosi da lenzuola e asciugamani.
Helva tolse il collegamento mentre Tanner ridacchiava e sedeva per attendere gli altri.
Helva si sentì emozionata: più di una attrice al momento della prima. A differenza di un’attrice, non avrebbe avuto crisi isteriche e non avrebbe lanciato vasi e barattoli di cerone. Invece controllò le sue scorte di viveri e di bevande, e servì a Tanner la prima razione della sua cambusa.
Gli esploratori venivano chiamati abitualmente ‘bracci’, in contrasto con i ‘cervelli’ delle loro navi. Subivano un addestramento rigoroso come quello dei cervelli e solo l’uno per cento dei migliori allievi delle scuole dei Mondi Centrali veniva ammesso a quei corsi. Perciò gli otto giovani che salirono a bordo della nave di Helva erano uomini straordinariamente belli, intelligenti, ben coordinati ed adattati, ansiosi di bere un po’, Helva permettendo, e tutti disposti a parlar male degli altri pur di ottenere l’abbinamento con lei.
Quell’invasione umana sconvolse Helva: era un lusso che voleva godersi per quel breve tempo che poteva concedersi.
Esaminò i giovani: l’opportunismo di Tanner la divertiva ma non l’incantava; il biondo Nordsen sembrava troppo semplice; il bruno Al-atpay aveva una specie di ostinazione che non le piaceva; l’amarezza di Mir-Anhnin faceva pensare a tenebre interiori che lei non voleva sondare, anche se lui si sforzava di incantarla. Era uno strano corteggiamento, quello… e quello sarebbe stato soltanto il primo di molti matrimoni, per lei, poiché i ‘bracci’ si ritiravano dopo settantacinque anni di servizio, o anche prima, se non avevano fortuna. Ma i cervelli, con i corpi difesi da ogni deterioramento, erano indistruttibili. In teoria, quando un ingusciato aveva pagato l’altissimo debito per il mantenimento, l’adattamento chirurgico, l’istruzione e la manutenzione, era libero di cercarsi lavoro altrove. In pratica, gli ingusciati restavano in servizio fino a quando decidevano di autodistruggersi o morivano in servizio. Helva aveva parlato ad un ingusciato che aveva trecentoventidue anni. Era rimasta così impressionata che non aveva osato rivolgergli nessuna domanda personale.
Non si parlò della scelta fino a quando Tanner non incominciò a cantare una canzoncina spaziale che parlava delle disavventure dell’ardito, ma inetto, Bitty Brawn. Un tentativo di armonia finì in una cacofonìa, e Tanner agitò le braccia per ridurre il suo coro al silenzio.
“Abbiamo bisogno di un buon primo tenore. Jennan, tu come canti?”
“Da contralto,” rispose Jennan, gaiamente.
“Se un tenore è assolutamente necessario, lo farò io,” si offrì Helva.
“Mia cara ragazza!” protestò Tanner.
“Fammi sentire il tuo ‘do’ “, rise Jennan.
Nel silenzio che seguì il chiaro, altissimo ‘do’, Jennar osservò, tranquillamente:
“Caruso avrebbe dato tutto il resto delle sue note per cantare un do come questo.”
Non impiegarono molto a scoprire tutta l’estensione della voce di Helva.
“Tanner voleva solo un buon tenore, fece Jennan, scherzando.
“E la nostra dolce signora ci fornisce una compagnia intera. Quello che otterrà questa nave andrà ben lontano!”
“Fino alla Nebulosa Testa di Cavallo?” chiese Nordsen, ripetendo l’abituale battuta in uso alla Central.
“Fino alla Nebulosa Testa di Cavallo e ritorno: e faremo ottima musica,” disse Helva, ridacchiando.
“lnsieme,” disse Jennan. “Ma sarebbe meglio che tu cantassi e io, con la mia voce, me ne stessi ad ascoltare.”
“Immaginavo di dovere ascoltare io,” disse Helva.
Jennan eseguì un ampio, complicato inchino, rivolto verso la colonna centrale nella quale si trovava Helva. E la sua preferenza si cristallizzò in quel momento e per quella ragione particolare. Jennan era l’unico dei presenti che avesse rivolto le sue parole direttamente alla presenza fisica di lei, benché sapesse che lei poteva scorgere la sua immagine dovunque si trovasse, a bordo della nave.
Durante il loro abbinamento, Jennan non avrebbe mai mancato di volgere la testa nella direzione di Helva, dovunque si trovasse. In risposta a quella personalizzazione Helva, a partire da quel momento, parlò solo a Jennan e soltanto attraverso il suo microfono centrale, anche se quello non era il sistema più efficiente.
Helva non si accorse di essersi innamorata di Jennan, quella sera. Non aveva mai provato amore né affetto, ma solo rispetto e ammirazione, e quindi non poteva riconoscere la propria reazione al calore della personalità di lui.
Come ingusciata, si considerava irraggiungibile per le emozioni legate soprattutto ai desideri fisici.
“Bene, Helva, è stato un piacere conoscerti” disse improvvisamente Tanner, mentre lei e Jennan discutevano lo stile barocco di una canzone.
”Ci vediamo nello spazio prima o poi, fortunato d’un Jennan. Grazie per la festicciola, Helva.”
“Perché ve ne andate tutti cosi presto?” chiese Helva, e si accorse solo in quel momento che lei e Jennan avevano escluso gli altri dalla discussione.
“Ha vinto il migliore,” fece Tanner, ironicamente. “Farò bene a procurarmi una registrazione di canti d’amore. Potranno servirmi con la prossima nave, se mai ne arriverà una come te.”
Helva e Jennan guardarono gli altri andarsene… ed entrambi erano un po’ confusi.
“Forse Tanner è arrivato troppo presto alle conclusioni,” fece Jennan.
Helva lo guardò. Teneva le braccia incrociate sul petto, e il suo bicchiere era vuoto. Era bello, e tutti erano belli, ma i suoi occhi erano attenti e non guardinghi, la sua bocca sorrideva facilmente, la sua voce (che attraeva particolarmente Helva) era risonante e profonda, senza accenti sgradevoli.
“Comunque dormici sopra, Helva. Chiamami domani mattina, se avrai deciso così.”
Lei lo chiamò all’ora di colazione, dopo avere comunicato alla Centrale la sua scelta. Jennan portò la sua roba a bordo, ricevette l’ordine di missione per entrambi, inserì nel lettore di lei il suo fascicolo personale, e le diede le coordinate per la loro prima missione. XH 834 divenne ufficialmente JH 834.
La loro prima missione fu noiosa ma urgente (era il Servizio Medico, quello che s’era assicurato l’opera di Helva), bisognava portare un vaccino su un sistema lontano dove infuriava un’epidemia da spore. Dovevano arrivare a Spica al più presto possibile.
Dopo lo slancio iniziale ed eccitante alla velocità massima, Helva si rese conto che non avrebbe avuto molto da fare, in quel volo. Ma lei e il suo compagno avevano molto tempo per esplorare l’uno la personalità dell’altro. Jennan, naturalmente, sapeva ciò che Helva poteva fare, come nave e come compagna, e lei sapeva ciò che poteva aspettarsi da lui. Ma Helva era ansiosa di scoprire gli aspetti umani del suo compagno, che non potevano venir ridotti in una serie di simboli. E due personalità non si potevano conoscere per mezzo di un libro: occorreva un’esperienza diretta.
“Anche mio padre era un esploratore, lo hai saputo?” cominciò Jennan, il terzo giorno di volo.
”Naturalmente.”
“Ma è ingiusto. Tu sai tutta la storia della mia famiglia, e io non so niente della tua.”
“Non ne so niente neppure io,” disse Helva. “Solo quando ho letto della tua, mi è venuto in mente che anche io dovrei avere una storia della mia famiglia, negli archivi della Centrale.”
Jennan sbuffò.
“Psicologia ingusciata!”
Helva rise.
“Sì, e sono addirittura programmata contro questo genere di curiosità. E tu faresti bene a imitarmi.”
Jennan ordinò da bere, si lasciò cadere nella poltrona antigravità di fronte a lei, e cominciò a dondolarsi pigramente.
“Helva... un nome artificiale...”
“Con un suono scandinavo.”
“Tu non sei bionda,” disse Jennan, in tono sicuro.
“Beh, ci sono anche svedesi brune.”
“E turche bionde, ed è un harem limitato a una sola persona.”
“La tua donna velata, sicuro. Ma puoi sempre rastrellare le case d’appuntamenti. . .” Helva si stupi del tono tagliente della propria voce.
“Sai,” l’interruppe Jennan, immerso in un profondo pensiero, “mio padre mi dava l’impressione di essere sposato con la sua nave, Silvia, più dì quanto fosse sposato con mia madre. lo pensavo che Silvia era mia nonna. Aveva un numero basso, e doveva essere almeno la mia trisnonna. Le parlavo per ore ed ore.”
“Che numero aveva?” chiese Helva.
“Quattrocentoventidue. Credo che adesso sia TS. Ho conosciuto Tom Burgess,
il suo compagno.”
Il padre di Jennan era morto d’un morbo planetario, lo stesso per il quale la sua nave aveva usato il vaccino allo scopo di guarire gli indigeni.
“Tom mi disse che era ancora in gamba da matti, ma era diventata dura e acida. Prova a perdere la tua dolcezza, ragazza mia, e il mio fantasma tornerà ad infestarti!” minacciò Jennan.
Helva rise. Lui la sorprese: si alzò, si avvicinò al pannello della colonna e l’accarezzò con dita tenere e leggere.
“Mi chiedo che aspetto hai,” disse sottovoce. Helva era stata messa in guardia contro la naturale curiosità degli esploratori. Non sapeva nulla di se stessa, nessuno dei due ne avrebbe mai saputo nulla.
“Scegli la forma, il colore che vuoi, e avrai comunque indovinato,” ribatté, come le suggeriva la sua preparazione.
“Vergine di Ferro... mi piacciono le bionde con lunghe trecce,” e Jennan fece il gesto di intrecciare trecce immaginarie. “Poiché sei immolata nel titanio, ti chiamerò Brunilde, mia cara,” e si inchinò.
Con una risata, Helva attaccò l’aria di Brunilde proprio mentre Spica entrava in contatto.
“Che diavolo c’è da strillare? Chi siete? E se non appartenete al Servizio Medico dei Mondi Centrali, andatevene. Qui c’è un’epidemia. Non sono ammesse visite.”
‘E’ la mia nave che canta, siamo la JH ottocentotrentaquattro dei Mondi Centrali e abbiamo il vostro vaccino. Quali sono le coordinate per l’atterraggio?”
“La tua nave canta?”
“E’ la più grande cantante dello spazio. Volete sentire qualcosa di particolare?”

JH 834 consegnò il vaccino e ricevette immediatamente l’ordine di procedere fino a Leviticus IV. Quando ci arrivarono, Jennan scopri che la voce si era sparsa, e fu costretto a difendere l’onore di JH 834.
“Smetterò di cantare,” mormorò contrita Helva, mentre ordinava un impacco per il terzo occhio nero che Jennan aveva rimediato in una settimana.
“No,” disse Jennan, a denti stretti. “Anche se dovrò farmi fare gli occhi neri da qui alla Nebulosa Testa di Cavallo per impedire che ci prendano in giro, noi saremo la nave che canta.”
Quando la ‘nave che canta’ ebbe risolto il problema di una piccola ma pericolosa banda di spacciatori di droghe nella Piccola Nube di Magellano, il titolo diventò rispettoso. La Centrale era informata di tutto, e sulla scheda di JH 834 venne perforata la dicitura ‘interesse speciale’. Erano una coppia di prim’ordine che se la cavava benissimo.
E anche Jennan e Helva si consideravano una coppia di prim’ordine, dopo l’arresto degli spacciatori di droga.
“Le droghe sono la cosa che odio di più,” osservò Jennan mentre tornavano verso la Base Centrale. “La gente riesce ad andare all’inferno abbastanza in fretta, anche senza bisogno di quell’aiuto.”
“Ed è per questo che sei diventato Esploratore? Per dirigere il traffico?”
“Scommetto che la mia risposta ufficiale è nel tuo archivio.”
“Sì, in linguaggio troppo fiorito. ‘Continuare la tradizione della mia famiglia, che si onora di avere servito per quattro generazioni’, se posso citare le tue parole.”
Jennan gemette.
“Ero proprio molto giovane, quando l’ho scritto. E non avevo ancora finito il corso d’addestramento. E dopo, ero troppo orgoglioso per non...
“Come ti ho detto, andavo a trovare mio padre a bordo di Silvia, e pensavo che lei mi tenesse d’occhio come possibile sostituto di mio padre, perché mi imbottiva di propaganda. E attaccò… a sette anni, avevo già deciso di diventare esploratore.” Alzò le spalle, come per deprecare la decisione infantile, che s’era tradotta in realtà grazie ai decisi sforzi della giovinezza.
“Davvero? Il Grande Esploratore di JS quattrocentoventidue che arriva alta Nebulosa Testa di Cavallo?”
Jennan ignorò il sarcasmo di Helva.
“Con te, magari ce la farei. Ma la propaganda di Silvia non bastava a farmi sognare un’impresa di quel genere. lo ho in mente un contributo più modesto alla storia spaziale.”
“Tanto modesto?”
“No. Pratico. Si serve la patria anche facendo la guardia a un bidone di benzina eccetera.” E si posò la mano sul cuore, con aria drammatica.
“Cacciatore di gloria!” rise Helva.
“Senti chi parla! Quella che vuole andare alla Nebulosa Testa di Cavallo! Ma non sono avido, io. Ci sarà solo un eroe come mio padre, a Parsaea, ma io vorrei essere ricordato per qualche impresa. E’ quello che vogliono tutti.”
“Tuo padre è morto mentre lasciava Parsaea, se posso farti notare i fatti. Quindi non poteva sapere di essere stato un eroe: questo impedi che la colonia di Parsaea venisse abbandonata, e offri la possibilità di scoprire le qualità antiparalitiche di Parsaea. Ma lui non lo ha mai saputo.”
“lo lo so,” disse sottovoce Jennan.
Helva si pentì delle proprie parole. Sapeva benissimo che Jennan era profondamente attaccato al ricordo di suo padre. Nel suo fascicolo era scritto che lui aveva razionaIizzato la morte di suo padre solo grazie alla soluzione positiva del Caso Parsaea.
“La realtà non è umana, Helva: ma mio padre era umano, e lo sono anch’io. E in fondo lo sei anche tu. Controlla i tuoi quadranti, ottocentotrentaquattro. In mezzo a tutti i tuoi fili c’è un cuore, un cuore umano sottosviluppato, evidentemente.”
“Scusami, Jennan,” disse lei.
Jennan esitò un momento, tese le mani e accarezzò affettuosamente la colonna.
“Se ci toglieranno dal piccolo cabotaggio, ce la faremo ad andare alla Nebulosa, eh?”


Come accadeva spesso nel Servizio Esploratori, un’ora dopo ricevettero l’ordine di cambiare rotta: non per la Testa di Cavallo, ma verso un sistema colonizzato da poco, che aveva due pianeti abitabili, uno tropicale ed uno glaciale. Il sole, che si chiamava Ravel, era diventato instabile: Io spettro si espandeva rapidamente, con le linee di assorbimento che si spostavano verso il violetto, Il calore accresciuto della stella aveva già imposto l’evacuazione del mondo più interno, Daphnis. Lo schema dello spettro indicava che presto il sole avrebbe bruciato anche Chloe. Tutte le navi che si trovavano nelle vicinanze dovevano presentarsi al quartier generale di Chloe per portare in salvo i coloni rimasti.
JH 834 si presentò e fu mandata in una zona periferica di Chloe a raccogliere i coloni che non sembravano rendersi conto delta gravità della situazione. In effetti, per la prima volta nella sua storia Chloe aveva una temperatura superiore al punto di congelamento. Poiché molti dei coloni erano fanatici religiosi stabilitisi sul freddo Chloe per darsi ad una vita di meditazioni, lo scongelamento del pianeta veniva attribuito a cause diverse dalla follia del sole.
Jennan dovette perdere tanto tempo a discutere che lui e Helva partirono con notevole ritardo verso il quarto e ultimo insediamento.
Helva scavalcò la catena di picchi altissimi che circondava e proteggeva la valle dal calore, così come in precedenza l’aveva protetta dalle furiose tempeste di neve. Il sole violento con la sua corona fiammeggiante stava incominciando a illuminare la valle quando Helva atterrò.
“Faranno meglio a sbrigarsi a salire a bordo,” disse Helva. “Il quartier generale dice che non c’è tempo da perdere.”
“Tutte donne,” disse Jennan sorpreso, mentre si avviava verso di loro. “A meno che gli uomini, su Chloe, portino gonne di pelliccia.”
“Incantale pure, ma riduci all’essenziale la perdita di tempo. E accendi la radio personale.”
Jennan avanzò sorridendo, ma quando spiegò la sua missione fu accolto con incredulità. Gemette, fra sé e sé, mentre la matriarca ripeteva le solite spiegazioni sull’aumento della temperatura del sole.
“Reverenda madre, deve esserci stato un sovraccarico sul circuito delle preghiere, e il sole sta per scoppiare. Sono venuto a prendervi per portarvi tutte quante allo spazioporto di Rosary...”
“Quella Sodoma?” La brava donna rabbrividì sdegnata a quell’idea. “La ringraziamo per il suo avvertimento, ma non desideriamo lasciare il nostro chiostro. Dobbiamo proseguire le meditazioni del mattino che sono state interrotte...”
“E resteranno interrotte per sempre, quando il sole incomincerà ad arrostirvi. Dovete venire via subito,” disse Jennan, in tono fermo.
“Signora,” disse Helva, pensando che forse una voce femminile poteva avere più autorità in quel caso, del fascino molto maschile di Jennan.
“Chi ha parlato?” Gridò la monaca, sussultando nell’udire quella voce incorporea.
“lo, Helva, la nave. Sotto la mia protezione lei e le sue sorelle nella fede potranno stare al sicuro, e non verranno profanate dalla vicinanza di un maschio. Io vi veglierò tutte e vi porterò in un luogo che vi attende.”
La matriarca sbirciò cautamente oltre il portello aperto.
“Poiché solo i Mondi Centrali possono usare navi come questa, ammetto che lei non sta scherzando, giovanotto. Ma qui non siamo in pericolo.”
“A Rosary, la temperatura è quaranta gradi,” disse Helva. “E non appena i raggi del sole penetreranno in questa valle, anche qui faranno quaranta gradi, ed entro oggi saliranno a novanta. Vedo che il chiostro è fatto di legno e di muschio. Muschio secco. Verso mezzogiorno prenderà fuoco.”
La luce del sole cominciava a insinuarsi nella valle attraverso i picchi, e i raggi riscaldarono il gruppo irrequieto che stava dietro la matriarca. Parecchie donne slacciarono i colletti delle pesanti tuniche.
“Jennan,” disse Helva, sulla linea privata, “non abbiamo tempo da perdere.”
“Non posso abbandonarle, Helva. Molte di quelle ragazze non hanno passato i vent’anni.”
“E sono anche carine. Non mi meraviglia che la matriarca non voglia salire a bordo.”
“Helva.”
“Sia fatta la volontà del Signore,” disse decisa la matriarca e voltò le spalle ai salvatori.
“Morire bruciate?” gridò Jennan mentre lei ritornava in mezzo alle discepole mormoranti.
“Vogliono fare le martiri? Sì accomodino, Jennan,” fece Helva, in tono spassionato. “Noi dobbiamo andarcene, e subito.”
“Come posso andarmene, Helva?”
“Parsaea?” Fece Helva, mentre lui avanzava d’un passo, come per afferrare una delle donne. “Non puoi trascinarle tutte a bordo, e non abbiamo tempo di discutere. Sali, Jennan, o dovrò farti rapporto.”
“Moriranno tutte,” mormorò desolato Jennan, mentre si voltava per risalire.
“Non possiamo rischiare più di cosi,” disse Helva. “Avremo giusto il tempo di farcela. Il Laboratorio riferisce che l’evoluzione dello spettro ha subito un’accelerazione.”
Jennan era già nella camera stagna quando una delle donne più giovani si lanciò urlando per afferrare il portello che si chiudeva. Tutte le altre la seguirono. Nell’interno non c’era spazio sufficiente per tutte. Jennan porse le tute spaziali alle tre che avrebbero dovuto restare con lui nella camera stagna; e perse molto tempo prezioso per spiegare alla matriarca che doveva indossare la tuta perché la camera stagna non aveva impianti ad ossigeno né di raffreddamento.
“Ci resteremo,” disse Helva in tono cupo a Jennan, sulla linea privata. “Abbiamo perduto altri diciotto minuti, e sono troppo carica per raggiungere la velocità massima... ma devo raggiungerla1 se devo evitare l’ondata di calore.”
“Puoi decollare? Noi abbiamo addosso le tute.”
“Decollare? Sì,” disse lei. “Ma in quanto a correre...”
Jennan sentì che la nave si sollevava a fatica, quasi con torpore. Helva protrasse la spinta iniziale il più a lungo possibile, anche se la gravità schiacciava dolorosamente le sue passeggere... e due di esse morirono. Doveva salvarne il più possibile. L’unico che le stava a cuore era Jennan, tremava per lui. Priva d’aria e di raffreddamento, protetta da un solo strato di metallo, la camera stagna non sarebbe stata un ricettacolo sicuro per quei quattro nonostante le tute, erano tute normali, non fabbricate per sopportare il calore eccessivo al quale fra poco sarebbe stata esposta la nave..
Helva accelerò al massimo, ma l’incredibile ondata di calore emessa dal sole li raggiunse a metà strada.
Helva non badò alle grida, ai gemiti, alle suppliche e alle preghiere nella cabina. Ascoltava solo il respiro torturato di Jennan, la pulsazione difettosa del sistema di purificazione della sua tuta, il risucchio dell’impianto di raffreddamento sovraccarico. Ascoltò impotente, le urla isteriche delle sue tre compagne, prese da quel calore tremendo. Jennan cercò invano di calmarle, di spiegare che fra poco sarebbero state al sicuro, che dovevano sopportare quel calore ancora per un po’ ... Scatenate dal terrore e dalla sofferenza, le tre donne cercarono di colpirlo. Un braccio s’impigliò nei fili del generatore d’energia della tuta di lui: uno dei fili, indebolito dal calore e dal peso del braccio, si ruppe.
Nonostante tutti i poteri di cui disponeva, Helva non poté far nulla. Vide Jennan cercare di respirare, volgere disperatamente la testa verso di lei, e morire.
Solo il ferreo condizionamento impedì ad Helva di volgersi e di precipitarsi nel cuore del sole che esplodeva.
Stordita, raggiunse il convoglio dei profughi, e trasferì le passeggere ustionate e prostrate sul trasporto.
“Terrò a bordo il corpo del mio esploratore e procederò alla base più prossima per seppellirlo,” riferì cupamente alla Centrale.
“Ti forniremo la scorta,” fu la risposta.
“Non ho bisogno di scorta.”
“Ti forniremo la scorta, XH-834,” le risposero seccamente. Sentire che nella sua sigla non c’era più l’iniziale di Jennan la stordì al punto che non riuscì a protestare. Attese stordita accanto al trasporto, fino a quando i suoi schermi le mostrarono altre due navi-cervello che si avvicinavano; il piccolo corteo sfrecciò verso la Base Centrale.
“834? La nave che canta?”
“Non so più cantare.”
“Il tuo esploratore era Jennan.”
“Non voglio parlare.”
“lo sono la Quattrocentoventidue.”
“Silvia?”
“Silvia è morta molto tempo fa. lo sono la Quattrocentoventidue. Meglio nota come MS,” rispose seccamente la nave. “Il nostro compagno è AH-seicentoquaranta, ma Henry non ci ascolta. E’ meglio: lui non ti capirebbe, se volessi fuggire. Ma io posso fermarlo, se tentasse di fermarti”
“Fuggire?” Quella parola strappò Helva all’apatia.
“Certo. Sei giovane. Hai energia per anni. Altre navi sono fuggite. La Settecentotrentadue fuggì vent’anni fa, dopo aver perduto il suo esploratore in una missione ad una nana bianca. Da allora, nessuno l’ha più vista.”
“Non ho mai sentito parlare di...”
“Siamo condizionati contro queste cose, e non ne parlano certo a scuola, mia cara,” disse la Quattrocentoventidue.
“Rompere il condizionamento?” gridò Helva, pensando con desiderio al sole esplosivo che s’erano lasciato alle spalle.
“Non credo che sarebbe difficile per te, in questo momento,” disse la 422, con la voce ora priva di cinismo. “Le stelle sono là, e ti chiamano.”
“Sola?” Gridò Helva.
“Sola” confermò seccamente la 422.
Sola, nello spazio e nel tempo. Anche la Nebulosa Testa di Cavallo non sarebbe stata troppo lontana. Sola, con cento anni da vivere, con i suoi ricordi… e nient’altro.
“Ne valeva la pena a Parsaea?” chiese sottovoce.
“Parsaea?” ripetè la 422, stupita. “Con suo padre? Sì: eravamo a Parsaea, quando c’era bisogno di noi. Come te... e suo figlio… a Chloe. Quando c’era bisogno di voi.”
“Ma io ho bisogno di lui. Chi colmerà questo vuoto?” chiese Helva.

“Ottocentotrentaquattro” disse la 422, dopo un giorno di volo silenzioso “La Centrale vuole il tuo rapporto. C’è un sostituto che ti aspetta alla Base di Regulus. Cambiamo rotta.”
“<Un sostituto?> Non era quello di cui aveva bisogno… un sostituto che non avrebbe potuto riempire il vuoto lasciato da Jennan. Per un istinto atavico, Helva voleva un po’ di tempo per piangerlo.
“Oh, niente è impossibile, se sei una buona nave,” osservò filosofìcamente la 422. “E ne hai bisogno. Tanto prima, tanto meglio.”
“Li hai avvertiti che non sarei fuggita, vero?” fece Helva.
“Il momento è passato per te, come è passato per me, dopo Parsaea, e prima ancora dopo Glen Arthur e Betelgeuse.”
“Siamo condizionati per continuare, no? Non possiamo fuggire. Volevi mettermi alla prova.”
“Dovevo farlo. Ordini. Neppure il Servizio Psichiatrico sa perché succedono queste cose. La Centrale è preoccupata, figliola, e anche le navi tue sorelle. lo ho chiesto di scortarti. Non... non voglio perdervi tutti e due.”
Nella sua depressione, Helva provò un senso di gratitudine per il rude affetto di Silvia.
“Tutti abbiamo conosciuto questo dolore, Helva. Non è una consolazione... ma se non soffrissimo per la perdita dei nostri esploratori, saremmo soltanto macchine.”
Helva guardò la forma immobile di Jennan stesa davanti a lei nel suo sudario, e le parve di sentire l’eco della sua voce.
“Silvia! Non ho potuto aiutarlo!” gridò, disperata.
“Si, cara, lo so,” mormorò dolcemente la 422. Poi fu il silenzio.
Le tre navi procedettero, senza parlare, verso la grande Base di Regulus. Helva ruppe il silenzio solo per rispondere alle istruzioni per l’atterraggio ed alle condoglianze ufficiali.
Le tre navi si posarono simultaneamente accanto al luogo in cui i giganteschi alberi azzurri di Regulus facevano la guardia al piccolo cimitero dei Caduti in Servizio. Tutto il personale della base arrivò, si dispose da Helva fino al cimitero. La scorta d’onore entrò nella cabina, depose con reverenza il cadavere sulla bara a ruote, lo copri con la bandiera azzurra e stellata. Helva segui con lo sguardo il piccolo corteo che si allontanava.
Poi, quando fu pronunciata la semplice orazione funebre, e gli aerei si lanciarono in picchiata per rendere omaggio alla tomba ancora aperta, Helva ritrovò la voce per pronunciare il suo addio.
Dapprima appena udibili, le battute di un antico canto di requiem si fecero sempre più elevate e vibranti, fino a quando lo spazio stesso rimandò l’eco del canto.





[Edited by auroraageno 9/9/2011 8:33 PM]
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9/7/2011 6:51 PM
 
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LA NAVE CHE PIANGEVA - 2







Con occhi che non vedevano ciò che guardavano, Helva assistette al rompersi delle file del personale della Base di Regulus, dopo il funerale di Jennan. Mai più, giurò, mai più sarebbe stata la nave che cantava. Quella parte di lei era morta con Jennan.
lmpassibile, seguì con lo sguardo le figure che tornavano a gruppi verso gli alloggiamenti… alcune, passando, alzarono lo sguardo verso di lei. Ma lei non interpretò quegli guardi. Non aveva nessun posto dove andare, e non voleva allontanarsi dalla tomba del suo compagno.
‘Non può finire così,’ pensò sopraffatta dall’angoscia.
‘Ma come posso continuare, adesso?’
“XH-Ottocentotrentaquattro, Theoda di Medea chiede permesso di entrare,” disse una voce, alla base del suo ascensore.
“Permesso accordato,” disse automaticamente Helva. Era così assorta nel suo dolore che quando l’ascensore depose nella camera stagna la sottile figura femminile, Helva aveva dimenticato di averle accordato il permesso. La donna avanzò verso la colonna centrale, dove Helva stava racchiusa nel suo guscio. In mano stringeva una bobina di ordini.
“Bene, inseriscila” scattò Helva, vedendo che la donna non si muoveva.
“Dove? lo non sono un esploratore. Il nastro spiega la missione, ma...”
“Nel quadrante nord-ovest dei pannello principale: c’è una fenditura azzurra. Se non conosci gli ordini e se sei autorizzata ad ascoltarli, premi il pulsante giallo. Accomodati, prego.”
Spassionatamente, senza pensare che avrebbe potuto essere più gentile con Theoda, Helva la guardò inserire il nastro e poi sedere nella poltroncina del pilota, mentre il nastro cominciava a svolgersi.
“XH-Ottocentotrentaquattro, procedi in compagnia della fìsioterapista Theoda di Medea fino a NDE, Sistema Lyra Secondo, Annigoni Quarto, e fornisci tutto l’aiuto possibile al programma di rieducazione dei superstiti dell’epidemia spazìale di Van Gogh. Urgenza! Urgenza!”
Helva fece scattare il segnale di stop e chiamò il Controllo della Centrale.
“La fisioterapista Theoda è il mio sostituto?”
“No, XH-Ottoceritotrentaquattro, Theoda non fa parte del Servizio, il tuo sostituto è stato trattenuto. Procedere con urgenza, ripeto urgenza, verso Annigoni.”
“Chiedo permesso per decollo immediato.”
La procedura abituale del decollo si svolse senza che Helva se ne rendesse conto. Non voleva lasciare Regulus, ma aveva ricevuto gli ordini, e aveva sentito ripetere l’imperioso comando ‘Urgenza’.
“Campo sgombro per decollo. Procedere.
E... XH-Ottocentotrentaquattro...”
“Sì?”
“Buona fortuna.”
“Ricevuto,” disse Helva, ignorando quell’addio non ufficiale. Spiegò a Theoda come doveva allacciare le cinture di sicurezza. Poi si sollevò, inquadrando nello schermo posteriore il piccolo cimitero.

Ben presto si accorse di accelerare al massimo, perché voleva finire in fretta quella missione e ritornare alla base di Regulus, da Jennan... Regolò severamente l’accelerazione perché non danneggiasse Theoda, poi le disse che poteva alzarsi dalla poltroncina.
Theoda si liberò, poi si guardò intorno, incerta.
“Mi hanno mandata qui in fretta e furia, e ho già viaggiato ventiquattro ore,” disse, guardandosi l’uniforme gualcita e macchiata.
“Gli alloggi sono a poppa rispetto alla colonna centrale.” Con un sussulto, Helva si rese conto che Theoda avrebbe abitato lo spazio lasciato vuoto da Jennan. Istintivamente, guardò nella cabina: qualcuno aveva portato via gli effetti personali di Jennan. Non le restava alcun ricordo della sua breve felicità. La sua disperazione aumentò… era ingiusto. E doveva sopportare anche quella femmina buona a nulla...
Theoda entrò nella cabina, gettò la borsa sulla cuccetta. Helva, educatamente, smise di guardare. Cercò di dirsi che il rumore familiare della doccia era causato da Jennan… ma le abitudini della sua nuova passeggera erano completamente diverse.
Perduta nel suo dolore, si accorse solo lentamente del silenzio che regnava a bordo: guardò, discretamente, e vide Theoda distesa sulla cuccetta, nel sonno pesante dello sfinimento. Sembrava più vecchia di quanto le fosse sembrata a prima vista e Helva si rese conto che la sua goffaggine era dovuta alla stanchezza. Il viso era segnato dal dolore, oltre che dall’esaurimento. E gli occhi chiusi erano cerchiati di nero, la bocca era incurvata agli angoli dalla familiarità con il dolore. Le lunghe dita si agitavano nel riflesso di un sogno inquietante. Helva si accorse delle cicatrici su quelle mani, insolite in un’epoca in cui il lavoro manuale più pesante consisteva nel premere pulsanti.
Poi tornò a pensare a Jennan, e la disperazione la riprese.
“Per quanto ho dormito?” La voce di Theoda spezzò la meditazione di Helva; poi la donna entrò nella cabina di prua. “Quanto durerà ancora questo viaggio?”
“Hai dormito diciotto ore. Secondo il nastro, ce ne vogliono quarantanove per raggiungere l’orbita Annigoni.”
“Oh! C’è una dispensa?”
“Primo scompartimento a destra.”
“Ehm... hai bisogno di qualcosa?” chiese Theoda, avviandosi.
“Non ho bisogno di nulla per cento anni,” disse Helva, freddamente.
“Scusami. So molto poco di voi navi,” disse Theoda. “Non ho mai avuto un trattamento preferenziale, prima d’ora” e sorrise, timidamente.
“Sei di Medea?” chiese Helva, con riluttante cortesia.
“Si, di Medea,” rispose Theoda. Posò sul tavolo le razioni, con violenza non necessaria: la sua reazione faceva pensare ad un conflitto interiore, ma Helva, sul momento, non ricordava nulla a proposito di Medea e concluse che il conflitto di Theoda doveva essere personale.
“Naturalmente, ho già visto navi di questo tipo. Noi di Medea abbiamo motivo di esservi grati... ma non ero mai stata a bordo di una di voi.” Theoda parlava nervosamente, mentre frugava con lo sguardo fra le provviste e le rimetteva in ordine. “Ti piace il tuo lavoro? Deve dare molte soddisfazioni.”
Quelle parole innocenti caddero come scintille ardenti sul dolore di Helva che cominciò rapidamente a parlare, per impedire all’altra di dire ancora qualcosa del genere. “Non lo faccio da molto tempo,” disse. “Come fisioterapista dovresti sapere qual è la nostra origine.”
“Oh, sì, certo. Un difetto di nascita.” Theoda era imbarazzata come se avesse detto qualcosa di volgare. “Mi sembra orribile: tu non avevi altra scelta.”
Helva si senti improvvisamente superiore.
“All’inizio, forse no. Ma adesso sarebbe molto difficile rinunciare a volare nello spazio e accontentarmi di camminare.”
Theoda arrossi al tono sprezzante dell’ultima parola.
“Questo lo lascio fare al mio compagno,” disse Helva, rabbrividendo al pensiero di Jennan
“Ho sentito dire che c’è anche una nave che canta,” disse Theoda.
“Si, l’ho sentito dire anch’io” fece Helva. Tutto le ricordava la perdita di Jennan.
“Per quanto vivete?”
“Per quanto tempo vogliamo”
“Cioé... Voglio dire, chi è la nave più vecchia?”
“Uno della serie Duecento è ancora in servizio.”
“Allora tu non sei vecchia, se sei una Ottocento.”
“No.”
“lo sono vecchia, invece,” disse Theoda, fissando la scatoletta di viveri ormai vuota che teneva in mano. “E credo di essere ormai alla fine.” Ma nella sua voce non c’era rimpianto, e neppure rassegnazione.
Helva si rese conto che anche quella donna soffriva.
“Quante ore mancano all’arrivo?”
“Quarantasette”
“Devo studiare” disse Theoda, bruscamente, frugando nel bagaglio per trovare il visore e le bobine.
“Di che si tratta?” chiese Helva.
“Van Gogh di Lyra Secondo è stato colpito da un’epidemia simile a quella che colpì Medea centoventicinque anni fa,” spiegò Theoda.
Helva comprese perché Theoda aveva visto le navi del Servizio. Controllò il viso della donna e scorse le minuscole rughe che tradivano l’età avanzata. Theoda viveva senza dubbio su Medea, all’epoca dell’epidemia, il morbo aveva colpito una zona densamente popolata, e s’era diffuso con violenza terribile, in pochi giorni, su tutti i pianeti, causando un numero altissimo di morti. Alcuni, inspiegabilmente non erano neppure stati colpiti, il morbo si diffondeva attraverso l’aria: le spore colpivano gli animali, oltre agli esseri umani.
Poi, di colpo, l’epidemia era cessata: Medea era rimasta decimata nel giro di una settimana, e i superstiti (quelli curiosamente immuni e quelli che erano riusciti a superare la febbre ed i dolori) avevano impiegato tutte le loro energie per cercare di scoprire la causa del morbo e una possibile cura.
Tra i suoi ricordi, Helva trovò altre sette epidemie diverse ma egualmente inspiegabili, alcune delle quali erano state trattate con un certo successo. La peggiore aveva colpito il pianeta Clematis, e aveva eliminato il 93 per cento degli esseri umani prima che arrivassero gli aiuti. Clematis era stata posta in quarantena perpetua.
“Così, tu hai un’esperienza acquisita nell’epidemia di Medea, che potrebbe aiutare la gente di Van Gogh?” chiese Helva.
“Infatti,” disse Theoda, con un brivido. Prese con aria decisa il visore, ed Helva capì che non era il caso di discutere. Theoda soffriva ancora, per un ricordo doloroso del passato, eppure era vecchia, ed Helva non riusciva a immaginare un futuro in cui il ricordo di Jennan non avrebbe arrecato dolore a lei...
Annigoni comparve sullo schermo mentre il cronometro della nave indicava 67 ore dalla partenza ed Helva dovette subito rispondere alla chiamata di un monitore in orbita.
“Hai a bordo la fisioterapista Theoda?” Le chiesero, appena si fu identificata.
“Sì.”
“Dovresti atterrare il più possibile vicino alla città-ospedale di Erfar. Ma non ci sono spazioporti nei dintorni: abbiamo preparato un prato. Sei in grado di controllare i tuoi tubi di scarico?”
Helva confermò, seccamente. Le diedero le coordinate, e non le fu difficile posarsi sul piccolo prato. Una strada bianca, polverosa, conduceva ad un complesso di palazzi bianchi, lontani mezzo chilometro. Un veicolo spuntò da quella direzione.
“Theoda,” disse Helva, mentre attendevano che il veicolo arrivasse, “sotto il pannello dei comandi, in uno scomparto, c’è un pulsante grigio. Fissalo alla tuta, e potrai restare in comunicazione con me. Se riuscirai a far girare la parte superiore del bottone in senso orario, possiamo stabilire un contatto nei due sensi. Mi farebbe piacere essere informata dei problemi che affronterai.”
“Ma certamente.”
“E se farai ruotare la metà inferiore del pulsante, potrò anche vedere.”
“Bene,” mormorò Theoda, mentre osservava il pulsante prima di fissarselo alla tunica.
Quando la macchina si fermò, Theoda entrò nell’ascensore.
“Oh, Helva, grazie per il viaggio. E scusami, se non sono stata di molta compagnia.”
“Non lo sono stata neppure io. Buona fortuna.”
Mentre Theoda scendeva, Helva pensò che era una menzogna: si erano fatte compagnia, invece, ciascuna chiusa nella propria infelicità. Lei non aveva pensato che il dolore era un ospite molto frequente, nell’universo, e che la sua incapacità di aiutare Jennan non era stata un’eccezione. Tutte le navi sue sorelle avevano avuto esperienze di quel genere ed erano ancora in servizio.
“Nessuna di loro ha mai amato il suo compagno come io ho amato Jennan,” si disse, tristemente.
“Chiedo il permesso di salire a bordo,” disse una voce rude, al citofono dell’ascensore.
“Identificazione?”
“Ufficiale Medico Onro, distaccato alla Base di Regulus. Ho bisogno di usare il suo raggio.”
“Permesso accordato,” disse Helva, dopo avere controllato rapidamente lo schedario degli ufficiali medici e dopo aver trovato il nome di Onro.
Onro entrò nella camera stagna e, dopo un rapido saluto rivolto alla colonna, si lasciò cadere sulla poltroncina del pilota e premette il pulsante che attivava il raggio.
“Non avrebbe mica un caffé?” gracchiò, girando la poItroncina e lanciandosi verso la cambusa.
“Si serva pure,” mormorò Helva, che non era pronta a quell’energia, dopo i giorni trascorsi in compagnia di Theoda.
Onro si lanciò nel corridoio, apri la cambusa, rovesciando in giro i barattoli.
“Il caffé dovrebbe essere ancora nel solito posto, sul terzo scaffale nell’armadio di destra,” osservò Helva, in tono asciutto. “Mi scusi: un barattolo è appena caduto sul pavimento”.
Onro lo riprese, ma batté la testa contro lo sportello. Helva si aspettava una serie di invettive, ma l’uomo non disse nulla. Richiuse con cura la cambusa, staccò il sigillo del riscaldatore e ritornò nella cabina centrale, sedette di nuovo, rimase ad osservare il quadrante del raggio che si scaldava lentamente. E intanto inghiottiva il caffè fumante. Lentamente, si scongelò.
“Siamo abitudinari, eh, XH? Sognavo un caffè da diciotto giorni e da diciotto notti. Quel surrogato che ci rifilano mi fa dormire. Il caffè non è potente come la benzedrina, ma in compenso non fa male. Eh, eccoli. Questi maledetti raggi ci mettono sempre più tempo.
“Base Centrale Regulus.”
“Qui XH-834 a rapporto,” annunciò Onro.
“Chi?” Esclamò una voce.
“Parla Onro.”
“Si, signore, non avevo riconosciuto la sua voce.”
“Credeva che Helva avesse il raffreddore?”
“No, signore.., non era questo che pensavo.”
“Bene, inserisca questi dati nel calcolatore, e lo faccia lavorare, io sono troppo stanco. E controlli anche i miei dati. Non ho dormito molto in questi ultimi tempi.” E si girò verso Helva. “Bella fortuna ho avuto, eh? E’ la mia prima licenza dopo tre anni galattici, e appena arrivo a casa mi trovo alle prese con l’epidemia.” E tornò a voltarsi verso l’apparecchio. “Ecco qua,” e dettò rapidamente i dati. “Adesso c’è un verbale per i controlli.”
“Morbo non identificabile su scala Orson come virus conosciuto o affine a quelli conosciuti. Pazienti visitati e in perfetta salute possono presentare i sintomi entro dieci ore: completa deteriorazione del controllo muscolare, febbre altissima, fortissimi dolori alla colonna vertebrale entro tre giorni. Morte causata da: 1) emorragia cerebrale 2) collasso cardiocircolatorio 3) collasso polmonare; 4) soffocamento; oppure, quando l’assistenza medica arriva in ritardo; 5) inazione. Tutti i superstiti incapaci di qualunque coordinazione muscolare. Nessuna lesione cerebrale... ma sono come morti.”
“Menomazione dell’intelletto?” chiese il Controllo Centrale.
“Impossibile accertarlo: si può sperare solo che l’intelletto non sia stato leso.”
Helva pensò che le vittime dell’epidemia non erano state derubate del loro corpo dalla malattia, come lei lo era stata dai suoi difetti di nascita.
“Resta in attesa del rapporto?” chiese il Controllo Centrale.
“Ci vorrà molto?”
“Perché non dorme un po’?” suggerì gentilmente Helva. “Di solito, i rapporti arrivano quasi subito,” aggiunse mentre inviava di nascosto un segnale alla Centrale.
“Non ci vorrà molto, Ufficiale Medico Onro,” disse la Centrale, obbedendo al messaggio di Helva.
“Così si farà venire un crampo, Onro,” disse Helva, quando vide l’uomo sistemarsi sulla poltrona del pilota. “Si sdrai sul letto del pilota. La chiamerò io appena arriverà il rapporto.”
“Mi raccomando, o le stacco il pannello di sicurezza” scattò Onro, mentre si avviava barcollando verso la cuccetta.
“Certo.” Helva lo guardò crollare e addormentarsi immediatamente.
Subito Theoda stabilì il contatto con lei, auditivo e visivo. Theoda era china su di un letto, e massaggiava un corpo immobile di donna. Muscoli flaccidi, mancanza di riflessi, occhi aperti, bocca semiaperta, il collo si mosse appena, quando la paziente emise una specie di gorgoglio incoerente.
“Le estremità sono prive di sensibilità,” disse la voce d’una persona fuoricampo. “C’è qualche reazione al dolore al torso e alla faccia, ma non ne siamo del tutto sicuri. La paziente, se anche ci capisce, non può comunicarcelo.”
Helva notò, augurandosi che lo notasse anche Theoda, un lieve movimento delle palpebre socchiuse, un agitarsi appena percettibile delle narici.
“Theoda” disse sottovoce. Theoda si raddrizzò sorpresa.
“Helva?”
“Sì. Nel mio campo limitato di visione, ho visto un lieve movimento delle palpebre e delle narici. Se la paralisi è totale come mi ha detto l’Ufficiale Medico Onro, quei movimenti sono probabilmente gli unici che la paziente può controllare. Prega uno dei presenti di osservare l’occhio destro, un altro l’occhio sinistro, e tu osserva le narici. Stabilisci uno schema di risposte e spiegalo alla paziente... così potrai vedere se ti capisce.”
“E’ la nave?” chiese irritato qualcuno fuori campo.
“Si, è la XH-834 che mi ha portata qui”
“Oh,” fu la risposta. “Quella che canta. Credevo che fosse JG-834.”
“Proviamo a seguire il suggerimento di Helva,” disse Theoda, con fermezza. “La sua vista è molto più acuta della nostra, e la sua capacità di concentrazione è superiore.”
Poi si rivolse alla paziente e disse, con voce chiara: “Se può sentirmi, abbassi la palpebra destra.”
Per un secondo interminabile, nulla si mosse: poi la palpebra destra si abbassò, appena percettibilmente.
“Per dimostrare che non è stato un movimento involontario, cerchi di dilatare due volte le narici.”
Lentamente, Helva captò il movimento delle narici: e cosa anche più importante, notò minuscole gocce di sudore sul labbro superiore e sulla fronte della paziente. Subito lo riferì a Theoda.
“Deve essere uno sforzo terribile, per una mente prigioniera,” disse Theoda, con infinita compassione. Posò le dita sulla fronte sudata. “Ora si riposi, mia cara. La lasceremo tranquilla, ma adesso abbiamo una speranza.”
Solo Helva notò che Theoda aveva incurvato disperata le spalle, prima di avviarsi verso il letto vicino.
Helva l’accompagnò per tutto il giro, dal reparto donne al reparto uomini fino al reparto pediatria e alla nursery. Il morbo aveva colpito anche bambini di poche settimane.
“C’è da sperare che i tessuti di organismi così giovani siano stati lesi meno gravemente, e possano rigenerarsi” disse una delle guide di Theoda, con un gesto che indicava le culle dei cinquanta piccini raccolti in quella sala.
Theoda si chinò, sollevò un bimbo di tre mesi, biondo e roseo. La carne era soda, il colorito bruno: gli pizzicò i muscoli pettorali, con forza. Il piccino spalancò gli occhi e la bocca, emise una specie di gemito. Theoda se lo strinse al petto, cullandolo come per scusarsi. Helva comprese ciò che aveva fatto Theoda.
Scoppiò una discussione, quando Theoda tornò a deporre il piccino nella culla, cominciò a muovergli le braccia e le gambe imitando i movimenti che stanno alla base della locomozione indipendente.
“Lo faremo con tutti i bambini e con tutti gli adulti, per un’ora ogni mattina e un’ora ogni pomeriggio. Se sarà necessario, arruoleremo come terapisti tutti gli adulti e tutti gli adolescenti di Annigoni. Se dobbiamo ristabilire il contatto fra l’intelletto e i nervi, dobbiamo ricominciare dall’inizio delle funzioni cerebrali. Dobbiamo affrettarci. Questi poveri prigionieri hanno atteso anche troppo di uscire dai loro inferni.”
“Ma... su cosa fonda le sue conclusioni, fisioterapista? Lei ha ammesso che l’epidemia di Medea era piuttosto diversa da questa...”
“Non posso dire nulla, sul momento. Ma l’esperienza mi dice che ho ragione.”
“Esperienza? Vuol dire intuizione, forse,” continuò impettito l’uomo. “E noi non possiamo, per la sua intuizione, arruolare a forza i cittadini…”
“Non ha visto il sudore sul viso di quella donna? Lo sforzo che le è costato abbassare una palpebra?” ribatté sdegnata Theoda. “Crede che i nostri sforzi sarebbero eccessivi, in confronto?”
“Non deve dire così!” rispose qualcuno, piccato. “Annigoni ha dato ospitalità ai superstiti senza preoccuparsi dei pericoli d’infezione...”
“Sciocchezze,” disse Theoda. “Le vostre navi si sono posate su Van Gogh solo quando siete stati sicuri che il pericolo di contagio era passato. E adesso non c’è nessun pericolo. Ritornerò alla nave e mi metterò in contatto con il Controllo Centrale. Mi farò dare l’autorizzazione necessaria.” Girò su se stessa, voltandosi in modo che Helva poté vedere le infermiere in rispettosa attesa. “Ma se c’è qualcuna, tra voi, che ama i bambini, e si fida dell’intuito femminile, faccia come dico, anche senza autorizzazione. Non c’è niente da perdere tutto da guadagnare.”
Theoda usci precipitosamente dall’ospedale, senza ascoltare le proteste dei funzionari. Risalì in macchina e si fece riportare alla nave. Il suo tono terribile azzittì il pilota; le sue dita si agitavano, nervose... Poi toccò il pulsante, e interruppe bruscamente il contatto.
Helva accese gli schermi esterni e inquadrò la macchina che correva verso di lei. Theoda arrivò e scese, ma non entrò nell’ascensore. Helva riuscì a vedere che stava camminando avanti e indietro. Onro continuava a dormire. Helva aspettava.
“Chiedo il permesso di salire a bordo,” disse finalmente Theoda, a bassa voce.
“Permesso accordato.”
Theoda entrò nella cabina centrale, incespicando. Si lasciò cadere nella poltrona del pilota, si appoggiò al pannello e nascose la faccia fra le mani.
“Hai visto, Helva?” mormorò. “Hai visto? Quella gente è così da sei settimane! Muovere una palpebra, per loro, è come sollevare una tonnellata. Quanti potranno uscirne sani di mente?”
“Hanno una nuova speranza, Theoda. E non dimenticare che, se stabilisci l’integrità dell’intelletto, possono fare a meno dei corpi. Non è poi tanto orribile, sai,” ricordò Helva alla terapista.
Theoda alzò la testa, si voltò a guardare sbalordita il pannello che nascondeva il corpo di Helva.
“Naturalmente. E tu sei un ottimo esempio.” Poi scosse il capo. “No, Helva. Una cosa è crescere così, ma esserci costretti...”
“I più giovani non rimarrebbero traumatizzati. E ci sono molti vantaggi. Per esempio, hai visto come sono riuscita a seguire la tua visita...”
“Ma dopo avere camminato, toccato, odorato, riso, pianto...”
“Avere pianto...” ansimò Helva. “Potere piangere. Oh, sì!” Una stretta insopportabile le serrò la mente.
“Helva... io... all’ospedale... voglio dire, ho saputo che tu... Mi dispiace, ma ero così assorta nel mio problema che non mi sono resa conto che la nave che cantava eri tu e che avevi...”
“E io non ho ricordato che su Medea il virus non si limitava a isolare l’intelletto dal corpo: lo distruggeva, lasciando solo un guscio vuoto...” Theoda distolse lo sguardo.
“Quel bambino. Quel povero bambino.”
“Controllo Centrale a XH-834. Mi ricevi?”
Theoda, scossa da quella voce, sussultò.
“XH-834, ti ricevo.”
“Preparati a registrare il rapporto del calcolatore richiesto dall’ufficiale medico Onro.”
Helva attivò il registratore.
“Verbale?” chiese Theoda, con un sussurro.
“Verbale,” disse Helva al Controllo.
“Non risulta correlazione fra età, statura fisica, condizioni di salute, gruppo etnico, gruppo sanguigno, struttura di tessuti, dieta, ubicazione, anamnesi. Morbo epidemico imprevedibile. Nessuna correlazione fra muscoli, ossa, tessuti, sangue, saliva, orina, midollo nelle autopsie. Operazione, negativo. Cure mediche, negativo. Possibile terapia.”
“Ecco!” gridò Theoda, trionfante, balzando in piedi. “Terapia è l’unico positivo.”
“E’ solo possibile.”
“Ma è l’unico fattore positivo! E sono sicura che è la ristrutturazione.”
“Ristrutturazione?”
“Si. E’ una terapia bizzarra, e non sempre dà risultati, ma in questo caso è perché l’intelletto rifiuta di reagire, per la disperazione,” scattò Theoda, in tono sicuro. “Essere prigionieri, incapaci persino di comunicare... è orribile, non è vero? Oh, cosa sto dicendo?” disse, volgendosi inorridita verso Helva.
“Hai ragione,” la rassicurò Helva, divertita. “Sarebbe intollerabile, per me, non poter più controllare elettronicamente le mie sinapsi. Impazzirei, pensando di avere navigato fra le stelle, parlato a distanza di anni-luce.”
Theoda ricominciò a camminare avanti e indietro. “Ma speri davvero di convincere quegli scettici a reclutare i collaboratori necessari sulla base del rapporto del calcolatore?” le chiese Helva.
“La terapia era l’unico fattore positivo,” insistette Theoda, ostinata.
“Era solo possibile. Non intendo contraddirti: volevo indicarti quale sarà la loro reazione” aggiunse, quando vide Theoda che stava per protestare. “Io sono convinta: loro no, e non sarebbe la prima volta che i buoni samaritani preferiscono dormire sugli allori, convinti di avere fatto tutto il possibile.”
Theoda strinse le labbra.
“Sono certa che si può salvare quella gente... Almeno in parte.”
“Perché? Voglio dire, perché sei certa che la ristrutturazione servirà?”
“E’ una vecchia tecnica, usata per correggere difetti prenatali e gravi lesioni cerebrali e neurali. Mi sono laureata in storia della fisioterapia. Molti dei problemi di un tempo non esistono più, ma ogni tanto si ripresenta una delle malattie antiche. Come l’epidemia di poliomielite su Evarts. E le vecchie tecniche si rivelano utili.
“Questo morbo, per esempio, è come il virus di Rathje: solo il virus originale attaccava, sporadicamente, e la guarigione era lenta, ma sicura. Forse perché la terapia veniva intrapresa appena cessavano i sintomi dolorosi. E credo che la paralisi non fosse totale: ma il virus si è modificato, con i secoli, ed è diventato più virulento. Comunque, è impossibile negarne la somiglianza. Ho portato i nastri, Helva,” disse Theoda, ringiovanita dall’entusiasmo “La ristrutturazione Doman-Delacato otteneva ottimi risultati sulle vittime del virus di Rathje.”
“E’ addirittura possibile che le spore della malattia siano passate dalla Terra agli altri pianeti,” fece Theoda, fermandosi di colpo. “Hai qualche particolare sugli schemi a spirale delle galassie?”
“Atteniamoci agli aspetti medici e fisiologici, Theoda,” rise Helva.
Theoda si massaggiò il volto con le mani come per scacciarne la stanchezza.
“Mi basterebbe un bambino: una prova è più che sufficiente.”
“Quanto ci vorrebbe? Quale età è la più indicata? Perché proprio un bambino? Perché non quella poveretta che ha mosso la palpebra?”
“Alla nascita, l’azione riflessa è governata dal midollo. A quindici settimane, la parte centrale del cervello comincia a funzionare, e il bambino impara a trascinarsi sulle mani e sulle ginocchia. A sessanta settimane, comincia a funzionare la corteccia, che controlla la deambulazione, la favella, la vista, l’udito, il tatto, i movimenti delle mani.”
“A un anno sarebbe troppo piccolo, il bambino... Non parlano in modo comprensibile,” mormorò Helva, che ricordava senza fatica il suo primo compleanno: ma lei, a quell’età, sapeva già ‘parlare’ e ‘camminare’.
“L’età migliore è cinque anni,” disse un’altra voce. Theoda ansimò, quando vide Onro, che teneva in mano un contenitore di caffè caldo. “Perché è l’età di mio figlio. Io sono l’Ufficiale Medico Onro. Sono stato io che l’ho mandata a chiamare, fisioterapista Theoda, perché ho sentito dire che lei non si arrende mai.” Il suo volto era duro, deciso. Neppure io mi arrenderò fino a quando mio figlio non ritornerà a camminare, a ridere e a parlare. Non mi resta che lui. Bel modo di passare una vacanza.” Onro rise amaramente, e sorseggiò il caffè fumante.
“Lei è di Van Gogh?” chiese Theoda.
“Si: e uno degli immuni.”
“Ha sentito quello che ho detto? E’ d’accordo?”
“Ho sentito. Non sono favorevole né contrario. Tenterò tutto quello che può sembrare anche lontanamente possibile. La sua idea è ragionevole, e il calcolatore dice che l’unico fattore positivo è la terapia. Le porterò mio figlio.”
Quando arrivò al portello si voltò e agitò il pugno in direzione di Helva.
“Mi ha drogato, maga placcata d’argento!”
“L’analisi è inesatta, ma accetto l’insulto,” disse Helva, mentre l’uomo spariva nell’ascensore.
Theoda prese il visore e tornò a studiare il film della tecnica che intendeva usare.
“Adoperavano ormoni steroidi come coadiuvanti,” mormorò. “Tu nei hai?”
“Il rapporto non indicava medicinali,” le ricordò Helva. “Ma puoi dire a Onro che ti procuri il necessario dal sintetizzatore dell’ospedale. Lui è un Ufficiale Superiore.”
“Si, sì, mi servirà.” Theoda riprese a riflettere. “Perché usavano.., oh, sì, certo. Non avevano conglomerati, vero?”
Helva osservò Theoda che seguiva il film, controllava, prendeva appunti, mormorava fra sé, e s’interrompeva a guardare nel vuoto, assorta.
Quando Theoda ebbe riesaminato i propri appunti per la quarta volta, Helva insistette perché mangiasse qualcosa. Theoda aveva appena finito un piatto di stufato quando Onro ritornò reggendo fra le braccia il corpo inerte d’un bambino dai capelli rossi. Il volto rude di Onro era impassibile, quasi rigido nell’assenza d’espressione, mentre posava delicatamente il bambino sulla cuccetta. Helva notò la caratteristica comune delle vittime, gli occhi semichiusi. Come se le palpebre fossero troppo pesanti per tenerle aperte.
Theoda s’inginocchiò accanto alla cuccetta, girò il volto del bambino, in modo da poterlo fissare negli occhi.
“Piccolo, io so che puoi sentirmi. Adesso cercheremo di insegnare al tuo corpo a ricordare quello che può fare. E fra non molto tu potrai ritornare a correre e a saltare per i campi.”
Senza badare alla protesta gutturale di Onro, Theoda distese il bambino sul pavimento, a faccia in giù, gli prese un braccio e una gamba e accennò a Onro di imìtarla.
“Adesso ti riporteremo al tempo in cui eri un bambino piccolo, quando cercavi di strisciare per la prima volta. Ti faremo strisciare sulla pancia, come una biscia.”
Continuò a ripetere pazientemente le istruzioni, per un quarto d’ora, calcolò Helva. Poi attesero un’ora, e ricominciarono. Passò un’altra ora e Theoda, sempre paziente, recitò le istruzioni per insegnare al corpo del bambino i movimenti della deambulazione. Un’altra ora, e ripeté le istruzioni. Poi tornò a insegnargli come doveva strisciare, e tornò a ripetere e a ripetere. Theoda e Onro si alternavano, dormicchiando quando potevano farlo. Helva, senza farsi notare, chiuse il portello, escluse dai propri collegamenti l’audio della cabina e ignorò le insistenti richieste dell’ospedale: volevano che li facesse parlare con Theoda o con Onro. Dopo ventiquattro ore, Theoda alternò gli schemi, e incominciò una terapia muscolare fondamentale sul corpo inerte, spostando con pazienza inesauribile gli arti per fare loro assumere le varie posizioni.
Dopo ventisette ore Onro, esausto e disperato, cadde in un sonno profondo. Theoda, sempre più grigia in volto, continuò, ripetendo per esteso le istruzioni come aveva fatto la prima volta.
Helva ignorò la folla che s’era raccolta attorno a lei. Non ascoltò nè richieste, nè suppliche, nè minacce.
“Theoda,” disse sottovoce, dopo trenta ore, “hai notato anche tu che i muscoli del collo tendono a torcersi?”
“Si. E questo bambino stava così male che hanno dovuto praticargli la tracheotomia. Guarda la cicatrice,” e indicò il minuscolo segno. “E ho notato anche che le palpebre descrivono un arco più ampio, adesso. Il bambino capisce che lo stiamo aiutando. Vedi... apre gli occhi: di pochissimo, ma è sufficiente. Lo sapevo! Avevo ragione! Avevo ragione!”
“Non ti resta molto tempo,” disse Helva. “Le autorità di Annigoni hanno chiamato una Nave del Servizio, che atterrerà vicino a me fra mezz’ora. Sarò costretta ad aprire per evitare danni alla nave.., sono stata condizionata ad evitarli, lo sai.”
Theoda alzò la testa, sconvolta.
“Che cosa?”
“Guarda il mio schermo.” Helva accese lo schermo sul pannello dei comandi, perché Theoda vedesse la ressa di persone e di veicoli raccolta attorno alla nave. “Si sono fatti insistenti.”
“Non me ne ero accorta.”
“Avevi bisogno di tranquillità,” rispose Helva. “Ma a quanto ne sanno loro, l’ufficiale medico Onro, suo figlio e la fisioterapista sono prigionieri a bordo; e sospettano che la mia recente... sospettano che io sia impazzita.”
“Ma non hai spiegato che praticavamo una terapia...”
“Naturalmente.”
“E’ ridicolo!”
“Pensa alla terapia. Non devi perdere un minuto.”
“Prima devo nutrirlo.”
Theoda inserì con cura l’ago della soluzione concentrata nella minuscola vena del bambino.
“Deve essere un piccino tanto caro, Helva, a giudicare dalla faccia,” disse.
“Probabilmente un diavoletto, con tutte quelle lentiggni,” sbuffò Helva.
“Di solito sono i più buoni, in fondo,” ribatté Theoda, in tono fermo.
Helva guardò il piccolo e decise che aveva ragione lei: un bambino con i capelli rossi e le lentiggini doveva essere una vera peste!
Theoda ricominciò la sua terapia, con pazienza inesauribile. Poi un tonfo la fece trasalire, fece cadere dalla poitroncina il medico addormentato. Helva, che stava osservando l’esterno, s’era aspettata quel colpo. Onro si rialzò, quasi ignaro del luogo in cui si trovava.
”Cosa succede?”
Un secondo tonfo.
”Cosa diavolo succede? Chi bussa?”
”Mezzo pianeta” osservò asciutta Helva, e attivò i contatti audio e video con l’esterno. Poi abbassò immediatamente il volume assordante.
”Va bene, va bene,” dichiarò a voce alta, soverchiando i ruggiti rabbiosi della folla.
”CHiEDO PERMESSO Dl ENTRARE, XH-834” urlò qualcuno all’esterno. Helva attivò l’ascensore e apri il portello. Onro corse all’apertura e urlò, indignato.
”Che cosa diavolo succede? Andatevene tutti quanti! Cos’è questa storia? Non si può neanche dormire in pace, e questo è l’unico posto tranquillo di tutto lo sporco pianeta!”
L’ascensore aveva sollevato fino alla sua altezza l’esploratore della nave chiamata di rinforzo e il funzionario che aveva accompagnato Theoda nella visita all’ospedale.
”Dottor Onro, eravamo preoccupati per lei, soprattutto da quando ci siamo accorti che suo figlio era sparito.”
”Amministratore Carif, pensava che la fisioterapista avesse rapito me e mio figlio e ci tenesse come ostaggi a bordo d’una nave impazzita? Che razza di idea! Ehi, idiota, che cosa sta facendo?” urlò, mentre il pilota cercava di avvicinarsi al pannello della colonna di Helva.
”Eseguo gli ordini del Controllo Centrale.”
”Scaldi quel maledetto raggio, invece, e dica al Controllo Centrale di farsi gli affaracci suoi. Se non fosse per Helva, e per la tranquillità che ci ha assicurato, non avremmo neppure potuto incominciare.
Si avviò verso il punto in cui suo figlio giaceva sul pavimento, assistito da Theoda che continuava a praticargli la terapia.
”Non so quanti potremo salvarne, in questo modo, ma funziona. E lei, giovanotto, informi quelli del Controllo Centrale, dopo averli mandati all’inferno a nome mio, che dovranno accordare a Theoda l’autorità di reclutare, se è necessano, l’intera popolazione del pianeta, per realizzare il suo programma di recupero.”
Poi s’inginocchiò accanto al figlio.
”Su, ragazzo mio, prova a trascinarti.”
”Ma quel bambino prenderà il raffreddore, in questa corrente!” esclamò il funzionario.
Fuori, una donna supplicò Helva di abbassare l’ascensore per farla salire a bordo, ma Helva I’ignorò: guardava il sudore che incominciava a coprire il volto del bambino. Nessun movimento muscolare, neppure il più lieve.
”Prova, figliolo. Prova. Prova!” supplicò Onro.
”La tua mente ricorda quello che una volta il tuo corpo poteva fare: braccia sinistro avanti, ginocchio destro alzato,” disse Theoda, con una calma gentile che nascondeva perfettamente la sua tensione.
Helva notò i muscoli della gola del bambino che si muovevano convulsamente: ma sapeva che i presenti si aspettavano qualcosa di più drammatico.
”Avanti, tesoruccio di mamma,” mormorò con voce strascicata e insultante.
Prima che i due intrusi potessero voltarsi per protestare, il bambino aveva spostato di qualche centimetro il gomito, sul pavimento; e il ginocchio destro, leggermente flesso dalla mano di Theoda, scivolò indietro, mentre la gola lavorava dsperatamente, emettendo un gemito strozzato. Con un urlo di gioia, Onro abbracciò il figlio.
”Ha visto! Ha visto! Theoda aveva ragione.”
”Ho visto che il bambino ha compiuto un movimento volontario, si,” ammise Carif. “Ma un esempio isolato...” e allargò le braccia.
”Uno è sufficiente. Non avevamo tempo,” disse Onro. “Lo dirò a quelli là fuori. Loro dovranno aiutarci.”
Reggendo in braccio il bambino, urlò a tutti quello che era successo: si scatenarono grida e applausi. Poi il gruppo raccolto alla base dell’ascensore indicò la donna che aveva chiesto di entrare.
”Non vi sento,” gridò Onro; erano in troppi a gridare. Helva fece calare l’ascensore, e la donna entrò. E subito urlò a Onro:
”Alla nursery, abbiamo fatto quello che ci aveva detto la fisioterapista Theoda. I bambini presentano qualche miglioramento. Non molto, non molto... e vogliamo sapere se abbiamo sbagliato. Ma quattro piccini riescono già a piangere,” balbettò, correndo verso Theoda, appoggiata esausta contro una porta. “Non avrei mai pensato che sentire piangere un bambino mi avrebbe resa così felice. Ma certuni piangono, altri emettono dei suoni, e una piccina ha addirittura mosso una mano, mentre la cambiavamo. Oh, abbiamo fatto come ha detto lei!”
Theoda guardò trionfante Carif, e lui annuì.
”E adesso, Carif,” fece energicamente Onro, entrando nell’ascensore, con il figlio stretto fra le braccia, “dobbiamo organizzarci. Non è necessario mobilitare tutti gli abitanti del pianeta. Chiameremo quelli del Servizio Giovanile di Avalon. Loro ci sanno fare.”
”La ringrazio di avermi creduto,” disse Theoda all’infermiera.
”Una delle bambine è figlia di mia sorella,” disse la donna, con le lacrime agli occhi. “E’ l’unica rimasta viva in tutto il suo paese.”
L’ascensore risalì, e il pilota e l’infermiera vi entrarono. Theoda incominciò a raccogliere la sua roba.
”La parte più facile è finita, Helva. Adesso ci vorrà molta, molra pazienza. Anche il figlio di Onro ha molta strada da fare, prima di ritornare normale.”
”Ma almeno c’è speranza.”
”C’è sempre speranza, finché c’è vita.”
”Hai perduto tuo figlio, vero?” chiese Helva.
”Sì. E mia figlia, mio marito, tutta la mia famiglia. Io ero l’unica immune.” Il viso di Theoda si contorse. “Nonostante la mia abilità, nonostante la mia esperienza, non ho potuto salvarli.”
Theoda chiuse gli occhi, presa dal dolore del ricordo.
Helva spense il proprio visore: il ricordo di Jennan che guardava verso di lei mentre moriva la sopraffece.
“Non so perché ci si riesce ad adattare,” disse stancamente Theoda. Penso sia l’istinto di sopravvivenza che costringe a continuare. Ho pensato che se avessi potuto imparare la mia professione così bene da non dovere mai più vedere qualcuno morire per la mia inefficienza, allora la morte dei miei cari mi sarebbe stata perdonata.”
“Ma non eri stata tu a scatenare l’epidemia,” disse Helva.
“Oh, lo so... Ma non riesco ancora a perdonare me stessa.”
Helva rifletté sulle parole di Theoda, che avevano uno strano valore anestetico.
“Grazie, Theoda,” disse finalmente, tornando a guardare la fisioterapista. “Perché piangi?” chiese, sbalordita, vedendo la donna che piangeva, accosciata sulla cuccetta.
“Per te. Perché tu non puoi, vero? Hai perduto il tuo Jennan e non ti hanno neppure permesso di riposare. Ti hanno ordinato di portarmi qui e...”
Helva fissò Theoda, sconvolta: incredula perché qualcuno capiva il suo dolore, sbalordita perché Theoda, nel momento del suo trionfo, soffriva per lei. Di colpo, si rese conto che lei, Helva, era l’oggetto di quella pietà.
“In nome dell’Onnipotente, Helva, si svegli!” urlò Onro, dall’esterno. Helva si affrettò a mandargli l’ascensore.
“Perché sta piangendo?” gridò lui, appena entrato, mentre toglieva dalle mani inerti di Theoda la grossa borsa. Poi si diresse verso la cambusa. “Oh, non stia a spiegarmelo: avrà una buona ragione per farlo. Ma tutto il pianeta aspetta le sue istruzioni...” Arraffò tutti i barattoli di caffè che riuscì a trovare e li cacciò nella borsa. “Le prometto che potrà piangere quanto vorrà, quando mi avrà insegnato la terapia. E le presterò la mia spalla per piangerci sopra, anche.”
“Può piangere sulla mia spalla quando vorrà,” s’intromise Helva, in toni un po’ incerti.
Onro si fermò per guardare Helva.
“Sragiona anche lei?” disse, un po’ irritato. “Lei non ha le spalle.”
“Non sragiona affatto,” disse decisa Theoda, mentre Onro la spingeva verso l’ascensore.
“Venga, Theoda, venga.”
“Grazie, amica mia,” mormorò Theoda, voltandosi verso Helva. Poi si girò, mentre Onro avviava l’ascensore.
“No, no, Theoda, sono io che debbo ringraziare te,” esclamò Helva. E aggiunse, sottovoce: “Avevo bisogno di quelle lacrime.”
Mentre la macchina correva verso l’ospedale, Helva vide Theoda che agitava un braccio per salutarla, e capi che Theoda aveva compreso tutto. Poi una nuvola di polvere avvolse la macchina, mentre Helva segnalava alla base di Regulus che la missione era compiuta e comunicava la data del suo rientro.
Poi, come una Fenice che si risolleva dalla ceneri amare del suo lutto, Helva si alzò sulla scia fiammeggiante dei tubi di scarico verso le stelle. Ormai stava guarendo.






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9/8/2011 5:55 PM
 
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LA NAVE CHE UCCIDEVA - 3





Tutte le sinapsi del corpo ìncapsulato di Helva vibravano in una ribellione incondizionata contro l’autocrazia del Servizio dei Mondi Centrali.
“Sempre fretta, sempre fretta,” ringhiò impotente rivolgendosi alla nave sorella, la 822, sulla banda privata nave-a-nave che neppure il Cencom poteva intercettare.
La SeId Ilsa sbuffò.
“Per lo meno tu fai qualcosa, e io non posso dire altrettanto. Ho passato settimane intere ad aspettare che decidano quale è la crisi più grave. E quando saremo arrivati, il guaio sarà già successo, e avremo il nostro da fare a ripulire i cocci.”
“Credi che il Servizio Medico non tiri per le lunghe a sua volta?” ribatté Helva. “Ma se Jennan e io.. .“ Poi s’interruppe, sorpresa nell’accorgersi che era riuscita a pronunciare il nome di lui.
Ilsa approfittò di quella breve pausa per continuare a brontolare.
“Quando penso alle situazioni in cui mi sono già trovata! Situazioni imprevedibili, che nessuno ci aveva insegnato a fronteggiare. Teoria, procedura, tecnica, ecco cosa ci insegnano. Neanche un’idea pratica. Solo scemenze inutili. Non hanno bisogno di cervelli, hanno bisogno di calcolatori! Di stupidi calcolatori privi di sentimenti!”
Helva notò le lacune del ragionamento della 822, ma tacque. Lei e Ilsa erano state compagne di scuola, e conosceva bene i difetti della personalità dell’altra.
“Ho sentito dire,” fece la 822 in tono confidenziale,
“che la tua missione ha qualcosa a che fare con quell’edificio azzurro vicino all’ospedale.”
Helva regolò il visore di poppa, ma l’edificio oblungo non presentava nessuna caratteristica insolita.
“Non hai sentito dire per caso quando dovrò andarmene da qui?” chiese speranzosa a Ilsa.
“Non posso parlare, adesso. Sta tornando Seld. Ci sentiamo.”
Helva osservò il compagno di llsa che saliva a bordo, segui con lo sguardo la SI 822 che decollava dalla Base di Regulus. Seld era stato invitato a bordo da Jennan, una volta, quando entrambe le navi si trovavano su Leviticus IV. Seld aveva una discreta voce di basso, Helva lo ricordava. Per un attimo, l’invidia la sfiorò. Tornò a osservare l’ambiguo edificio accanto all’ospedale, chiedendosi quale sarebbe stata la sua missione. E doveva rimanere una X per tutto il resto della sua vita?
Si era posata all’estremità del grande spazioporto di Regulus, lontano dal cimitero dei Caduti. Benché si fosse rassegnata alla perdita di Jennan, e benché le lacrime piante per lei da Theoda l’avessero guarita, Helva non se la sentiva di accostarsi alla tomba del suo compagno. Forse fra un secolo... Ma intanto, attendere su Regulus era doloroso. Adesso che la 822 se ne era andata, non poteva più sfogare nella rabbia il dolore prolungato dall’attesa.
“KH-834, il tuo ‘braccio’ sta arrivando con la bobina della missione,” l’avvertì il Cencom.
Helva diede il ‘ricevuto’ al messaggio, incuriosita. Era quasi un sollievo sentirsi di nuovo chiamare con la doppia iniziale: e quel sollievo quasi cancellava il rimpianto che il suo nuovo compagno fosse una donna. Ed era un sollievo accorgersi d’essere di nuovo capace di qualche emozione. L’esperienza su Annigoni aveva distrutto la sua apatia.
Dal complesso di edifici dello spazioporto, una macchina si avvicinò, si fermò accanto a lei. Senza aspettare, Helva abbassò l’ascensore, e rimase ad osservare una minuscola figura che vi caricava tre valige.
‘K’ aveva intenzione di restare con lei per un po’, si disse Helva. L’ascensore sali, e un attimo dopo la sua nuova compagna apparve incorniciata nel portello aperto, sullo sfondo del fulgido cielo di Regulus.
“Kira di Canopo chiede il permesso di salire a bordo della XH-834,” disse la giovane donna, volgendosi verso la colonna nella quale si trovava Helva, dietro la paratia di titanio.
Permesso accordato. Benvenuta a bordo, Kira di Canopo.”
La ragazza spedì a bordo, con un calcio, una sacca di tela cerata, ma trasportò le altre due valige con molta cura nella cabina del pilota. Una di esse aveva una forma strana, dopo un attimo di riflessione Helva l’identificò: era un antico strumento a corde, chiamato ‘chitarra’.
‘E’ naturale che mi abbiano mandato qualcuno con la passione per la musica,’ pensò. Ma non era certa di essere soddisfatta: era un’intrusione nei suoi ricordi. Scacciò quel pensiero, molti esploratori avevano la passione per la musica: era un’arte che aiutava a fare passare il tempo, durante i viaggi.
Kira apri l’altra valigia e Helva, sbirciando di nascosto, vide che era piena di fiale e di strumenti medici. Kira controllò tutto, poi richiuse la valigia e la legò saldamente allo scaffale dietro alla cuccetta.
Per figura e carattere, e non solo per il sesso, Kira era l’opposto di Jennan. Helva si chiese se quelli del Controllo gliel’avevano mandata apposta. Kira di Canopo non poteva pesare più di quaranta chili, aveva un viso dagli zigomi alti, delicatissimo, dai lunghi capelli scuri intrecciati e disposti in corona attorno al capo. Gli occhi a mandorla erano di un verde limpido e profondo, orlati da lunghe ciglia. Aveva mani e piedi sottili e affusolati, movimenti svelti e sicuri, carichi di energia irrequieta.
Kira rientrò nella cabina principale. Helva, abituata ai movimenti lenti di Theoda, si sorprese della sua rapidità. La ragazza inserì il nastro, e mentre lo ascoltava, Helva emise un’esclamazione di stupore.
“Trecentomila bambini?” Kira rise, allegramente.
“Questa è la Missione Cicogna!”
“Sei assegnata a me temporaneamente?” chiese Helva, cercando di non mostrarsi irritata. In Kira c’era qualcosa di magnetico che l’attraeva. Kira sorrise sarcasticamente.
“Ci vorrà un po’ di tempo prima di compiere questa missione. Finora ce ne sono soltanto trentamila. Anche con il progresso e tutto il resto, fare bambini richiede un certo tempo.”
“Ma io non ho…” cominciò Helva, inorridita al pensiero di diventare un asilo-nido. Poi s’interruppe, mentre il nastro comunicava le condizioni del carico. “Bambini su nastro?”
Kira, che era stata informata in precedenza della missione, rise della sua reazione. Il nastro prosegui, e Helva capi il significato dei chilometri di tubi di plastica e dei serbatoi di fluido che erano stati caricati nelle sue piccole stive.
Nel sistema della stella Nekkar, una radiazione imprevedibile aveva sterilizzato la popolazione del pianeta colonizzato da poco. E un guasto alla centrale elettrica aveva causato la perdita degli embrioni immagazzinati nella banca apposita. La missione di KH-834 consisteva nel portare embrioni a Nekkar dai pianeti che avevano raccolto l’appello.
Durante i primi tempi dell’era spaziale, quando l’uomo non era ancora giunto su Marte e su Giove, la genetica aveva compiuto progressi enormi. Un feto umano era stato trasferito dall’utero d’una donna ad un altro: la madre ospite aveva partorito il bambino, che non era suo figlio. Un altro grandissimo passo avanti era stato compiuto quando uno spermatozoo maschile era stato unito in provetta a un ovulo femminile. La fecondazione era riuscita, il feto era maturato, e il bambino era diventato un adulto perfettamente normale. Ed era andata a finire così: quelli che facevano professioni pericolose, o che possedevano caratteristiche perfette d’intelligenza o di bellezza, donavano spermatozoi od ovuli all’Agenzia per la Conservazione della Razza.
Da quando la civiltà si era espansa su mondi nuovi e pericolosi, i giovani lasciavano il loro seme all’ARC appena raggìungevano la maggiore età: era opportuno avere disponibile un materiale genetico così prezioso. Se si presentava l’occasione, era sufficiente ricorrere agli embrioni per ristabilire l’equilibrio.
Individualmente, una giovane vedova poteva mettere al mondo i figli del marito morto facendosi fecondare con il seme di lui custodito dall’ARC. Un uomo che voleva un figlio dotato di certe caratteristiche per perpetuare il nome o l’azienda di famiglia, lo chiedeva all’ARC. Naturalmente, c’erano anche casi ridicoli: donne isteriche che volevano avere un figlio da un celebre attore o da uno spaziale famoso. Comunque, in generale i bambini continuavano a nascere come erano sempre nati: anche Helva era nata da una fecondazione normale.
Abitualmente, I’ARC era una specie di riserva per i Mondi Centrali, nei casi di necessità come quello che si era verificato su Nekkar. Un appello era arrivato sulla Terra alla Direzione dell’ARC: bisognava trovare e consegnare trecentomila ovuli fecondati d’un tipo genetico affine a quello nekkarese. L’ARC ne aveva a disposizione solo trentamila, e aveva inoltrato una richiesta alle altre banche ARC più importanti chiedendo di fornire il quantitativo restante: e la KH-834 doveva portare il carico a Nekkar.
Il nastro finì. Helva pensò che adesso conosceva la sua missione, ma non sapeva nulla della sua compagna. Anche se l’incarico era temporaneo, sarebbe durato abbastanza a lungo. Per poter funzionare efficientemente, Helva doveva conoscere i dati biografici di Kira. C’erano molti fattori strani, in quella missione. I Mondi Centrali, qualche volta, facevano i misteriosi.
“Bene,” esclamò Helva. “Non mi aspettavo di diventare madre alla mia tenera età.’
Quella battuta scherzosa provocò una violenta reazione da parte di Kira, e Helva si meravigliò.
“Leggi questo nastro prima di incominciare la missione,” disse Kira, con voce spenta. Premette il pulsante, e inseri un secondo nastro. Accese l’audio quasi con rabbia, e restò seduta, rigida, come se non sentisse.
A Kira Falernova Mirsky di Canopo mancava solo un anno per completare l’addestramento come esploratore. Veniva da una famiglia che da dieci generazioni aveva fornito alti funzionari ai Mondi Centrali. Aveva abbandonato gli studi per una licenza matrimoniale che era durata due anni, e che si era conclusa con la morte di suo marito.
Poi era rimasta in ospedale per molto tempo: aveva seguito un corso di studi di medicina, ma non aveva ripreso l’addestramento come esploratore. Aveva accettato quell’incarico temporaneo perché glielo aveva chiesto un personaggio autorevole, dato che la sua preparazione la rendeva particolarmente adatta a quel caso specifico.
Seguivano parecchi dati personali: come Helva aveva previsto, quei dati indicavano che Kira Mirsky di Canopo sarebbe stata un ottimo esploratore, se l’avesse voluto. Il nastro s’interrompeva bruscamente: doveva esserci stata un’omissione voluta: e non c’erano le solite raccomandazioni, I Mondi Centrali agivano in modo strano... Quella biografia taceva troppe cose. Helva si arrovellò il cervello, ma per il momento si trovava in una situazione imbarazzante, e la sua compagna sembrava molto rigida e mal disposta ad adattarsi a lei.
Helva emise un suono sibilante, e fu soddisfatta nel notare la sorpresa di Kira.
“Ma dove hanno il cervello?” chiese Helva sprezzante. “Quello sarebbe un nastro. Puah!” E ripeté il sibilo disgustato. “Oh, bene, credo che andremo d’accordo egualmente, anche se quelli hanno lasciato fuori le scemenze di rito. E poi, questo incarico è solo temporaneo.”
Kira non disse nulla, ma si scongelò un poco. Deglutì, si leccò nervosamente le labbra, ancora incerta: si era preparata ad affrontare qualcosa di spiacevole, evidentemente.
“E va bene, completiamo il carico e partiamo.”
Kira si alzò, impacciata, ma riuscì a sorridere in direzione della colonna di Helva.
“Con piacere. Le stive sono attrezzate?”
“Con chilometri e chilometri di cavi e una bicicletta per due,” rispose Helva, citando una vecchia canzoncina. Era decisa a stabilire un clima di empatia con quella ragazza.
Il sorriso di Kira divenne più spontaneo.
“Sì, dev’essere più o meno così.”
“Beh, io non ho mai visto una bicicletta per due...”
“E neanche una vacca viola?” fece Kira, con una risata da ragazzina.
“Uhm. Una vacca viola, mio caro braccio, mi ricorda un po’ troppo la nostra missione,” rispose Helva. “E non dirmi che a bordo ho spazio sufficiente per trecentomila poppatoi.”
“Oh, no!” fece Kira. “E poi, il primo carico sarà di centomila. Andremo da Regulus a Nekkar, raccogliendo gli embrioni strada facendo, e li consegneremo entro il limite di quattro settimane... E’ il limite massimo per impiantare i feti. Poi ricominceremo il girotondo fino a quando avremo compiuto la missione.”
Helva lo sapeva già, grazie al nastro.
“Trecentomila bambini non sono molti per una popolazione planetaria d’un milione di individui, che ha bisogno di espandersi.”
“Mia cara KH-834,” disse Kira, “la parola ‘temporaneo’ che adoperano nel nostro amato Servizio è molto elastica. E poi, un’altra squadra sta raccogliendo orfani su mondi poco civilizzati, per assicurare una certa disetaneità. Ma i bambini già nati non sono affar nostro.”
“Sia ringraziato il cielo!” mormorò sottovoce Helva. Non aveva né lo spazio né la voglia di trasportare tanti piccoli esserini vivi.
Kira si girò a sorriderle, mentre si metteva in contatto con l’Ospedale.
“Ti dispiace attivare il sistema di pompaggio?” chiese a Helva, che si accingeva per l’appunto a farlo.
Le tubazioni di plastica, una volta piene di ovuli fertilizzati, avrebbero dovuto mantenerli nei liquidi amniotici e nutritivi necessari.
Il nastro di minuscoli scomparti, ognuno dei quali conteneva un piccolissimo organismo vivente, era stato preparato con ogni cura. Ogni segmento doveva essere a contatto con una minuscola presa di liquido nutriente e con un piccolissimo tubo di scarico. Ogni metro di nastro doveva essere controllato, per accertare che tutto fosse a posto. Le imbottiture dovevano essere perfette, per difendere gli embrioni da ogni scossa. I trentamila embrioni dovevano arrivare vivi a Nekkar.
Helva comprese che Kira, sia pure con un certo distacco, era molto presa dalla sua missione. I Mondi Centrali potevano contare sul suo istinto materno. Con suo divertimento, Helva si accorse di essere ansiosa, a sua volta, di dimostrarsi all’altezza della situazione. Kìra, che era evidentemente tanto giovane, e che un giorno avrebbe potuto provare le gioie della maternità, sembrava prendere la faccenda come una cosa naturale. Ma Helva provava per quegli embrioni un’affinità che era fondamentalmente una reazione di solidarietà. Gli embrioni erano incapsulati come lei: ma c’era una differenza. Loro sarebbero usciti dal guscio, e lei non avrebbe mai potuto farlo, anche se lo avesse voluto. Comunque, provava il desiderio di proteggere i suoi minuscoli passeggeri. Quella situazione non sembrava sfiorare la psiche di Kira, invece, e Helva se ne domandava il perché.
Cercò di spiegarsi la freddezza di Kira, ma non ci riusci. Poi i tecnici, dopo avere installato il prezioso carico, se ne andarono, ed Helva dovette impegnarsi nella procedura del decollo.
Era un piacere avere a bordo una passeggera che sapeva badare a se stessa. Theoda non era stata un peso, psicologicamente, ma Kira conosceva le procedure, e Helva non doveva preoccuparsi di lei. Parti con una spinta minima, perché gli embrioni non ne risentissero… e poi, aveva tutto il tempo.
La prima fermata sarebbe stata fatta a Talitha, dove erano stati preparati quarantamila futuri cittadini di Nekkar. Dopo la partenza, Kira controllò con cura tutti i circuiti della stiva, e informò il Cencom che stavano puntando verso Talitha.
Concluse le formalità, Kira cominciò a dondolarsi nella poltroncina del pilota. Sembrava più fragile e più giovane: anche troppo, per la responsabilità che stava affrontando.
“La cambusa è ben fornita,” le suggerì Helva.
Kira si stiracchiò, scosse il capo, facendo piovere nella cabina una quantità di forcine; la corona di trecce si sciolse. Helva la guardò, affascinata. Le donne spaziali portavano i capelli lunghi fino alle spalle; ma le punte delle trecce di Kira toccavano il pavimento. Adesso, lei sembrava una ragazzina. Lasciò la poltrona imbottita e si avviò verso la cambusa.
“Non avresti per caso un po’ di caffè?” chiese.
Helva ridacchiò, pensando a Onro. A quanto pareva, era un genere di prima necessità.
“Ne ho una quantità tripla rispetto al normale,” dichiarò, in tono rassicurante.
“Oh!” Kira alzò gli occhi al soffitto, in un’estasi ironica. “Lo sapevi, dunque! La nave che mi ha portato a Regulus era un trasporto provinciale di Draconis, e non aveva una goccia di caffè a bordo. Per poco non sono morta!”
Kira apri lo sportello, ruppe il sigillo del riscaldatore, e aspirò l’aroma fragrante del caffè. Ne ingoiò un sorso, con una smorfia, poi, con un’espressione di intenso sollievo, si appoggiò al banco.
“Tu ed io ce la caveremo magnificamente, Helva. Ne sono certa.”
Helva notò la tensione della fatica in quella voce: possibile che le toccassero sempre viaggiatori in stato di esaurimento? Oppure era colpa sua, se tutti i suoi visitatori avevano l’abitudine di addormentarsi appena a bordo? Come se una nave asilo-nido come questa potesse essere un divertimento, pensò, acida.
“E’ stata una giornata pesante per te, Kira. Perché non dormi un po’? lo resterò sveglia comunque. Kira ridacchìò, poiché sapeva che le navi-cervello non dormivano mai. Lanciò un’occhiata in direzione della stiva
“Resterò io di guardia,” promise Helva.
“Finirò il caffè e farò una dormita,” disse Kira. Quando fu sulla porta della cabina si girò verso la colonna di Helva, inclinando leggermente il capo, con gli occhi che le scintillavano “Helva, tu sbirci?” La sua espressione era diventata austera.
“Sono una nave bene educata, ti giuro” rispose Helva, dignitosamente.
“Mi auguro che tu ti comporti sempre in modo decoroso “ disse Kira, altezzosamente. A testa alta, entrò in cabina e inciampò nelle proprie trecce. Helva provò la tentazione di dare un’occhiata al suo viso.
“Non azzardarti a curiosare!” esclamò Kira, con voce rotta dalle risate.
Helva non aveva promesso di spegnere l’audio, e senti Kira che ridacchiava. Dopo un po’, tuttavia solo il rumore del suo respiro, nel sonno, infrangeva il silenzio della nave.
Helva tolse dall’archivio il nastro che recava le note biografiche di Kira. Dopo l’interruzione, il discorso riprendeva: ed era breve ed enigmatico.
“L’Esploratore Mirsky è una Dylanista praticante. Di conseguenza, non è autorizzata alla franchigia sui pianeti seguenti, poiché le sue attività costituiscono una violazione delle leggi planetarie che vietano il proselitismo: Ras Algothi, Ras Alhague e Sabek. L’Esploratore Mirsky e la sua nave non debbono, ripeto, non debbono avvicinarsi ai pianeti delle stelle Baham e Homan del Settore di Pegaso o ai pianeti delle stelle Beid e Keid del Settore Eridano.”
L’ordine era chiarissimo, ma il motivo era insondabile. E Kira era una Dylanista praticante... chissà cosa voleva dire. Ma quel nome aveva un suono familiare, e la chitarra che Kira aveva portato con sé faceva pensare ad una consorteria musicale. Bene, si disse Helva, avrebbe cercato di farla parlare.
Durante i sei giorni di volo per Talitha, Kira continuò a cambiare bruscamente umore, passando dalla monelleria alla maestà; e Helva ne fu contenta, dopo la tristezza di Theoda che aveva fatto da contrappunto al suo dolore per la morte di Jennan. Helva non sapeva cosa poteva aspettarsi, da Kira. Ma, quando veniva il momento di controllare i passeggeri, quella ragazza ridiventava efficiente e professionale.
Dubhe, il secondo pianeta del loro giro, avvertì che i quarantamila ovuli fecondati erano pronti per la consegna. Kira controllò i calcoli, con sbrigativa efficacia. Anche se aveva l’aria della bambina, aveva una mente acuta e pronta. Il carico, a Talitha, si svolse alla perfezione. Kira badava a tutti i particolari, per evitare ogni possibile incidente.
Un assistente, ansioso di completare le operazioni, inciampò nei cavi di un serbatoio di fluido, nella stiva che era ormai piena.
Kira sì lanciò in un furioso catalogo dei suoi antenati, del suo valore attuale e della sua futura carriera, e minacciò di farlo radiare dal servizio se avesse ripetuto il suo errore: e lo disse in tre lingue oltre al Basico che conosceva Helva, e che avevano il vantaggio di suonare anche più dure. Ma dopo un istante, Kira si calmò, e si scusò con il funzionario che dirigeva le operazioni di carico.
Quando furono ripartiti da Talitha, Kira scosse via le forcine che le trattenevano le trecce e si abbandonò sulla poltrona con un sospiro di sollievo.
“Ho capito tre delle tue descrizioni, ma il resto era troppo difficile,” osservò Helva.
“Secondo me il vecchio russo, con una buona dose di neoungherese, ha un suono sufficientemente acido,” disse Kira. “In realtà, stavo solo ripetendo una vecchia ricetta per un piatto a base di proteine che si chiama gulash. Ma suona molto peggio, vero?” E sogghignò, spalancando gli occhi verdi.
“lmpressionante. Quel fesso c’è rimasto secco.”
“Thorn...” Kira s’interruppe, strinse le labbra. Per un attimo il suo viso mostrò una sofferenza interiore. “Penso di avere fame,” disse, chiudendo gli occhi, con voce infantile. Poi riapri gli occhi di colpo. “E credo proprio che preparerò il gulash! Ho ricordato la ricetta!” Si lanciò ballando verso la cambusa. “Me l’ha insegnata una vecchia zingara.” E agitò le dita in direzione di Helva. “Promettimi di non curiosare. E’ un segreto di famiglia.”
Raggiunse la cambusa, e si appoggiò al banco, ridendo, per riprendere fiato.
“Non ha un profumo celestiale?” chiese a Helva, qualche tempo dopo, sollevando il piatto davanti alla colonna. “Sarebbe migliore con un bel pezzo di pane nero. Uhm!” Mormorò felice, a bocca piena. “Perfetto! Non ho perduto la mia abilità di cuoca.” E mandò un bacio all’aria. “Meraviglioso.” Si rannicchiò sulla poltrona del pilota e mangiò in fretta, leccandosi le dita di tanto in tanto, quando se le macchiava di sugo.
“Mi fai rimpiangere di essere stata nutrita da una serie di flaconi,” osservò Helva. “Non ho mai visto nessuno godersi un pasto come fai tu. E a quanto pare, le calorie eccessive non ti appesantiscono.”
Kira alzò le spalle.
“Ho un ottimo metabolismo. Assolutamente inalterabile. Sono fatta cosi!” Una sfumatura di amarezza si insinuò nella sua voce gaia.
Helva cominciava a sospettare che quei bruschi cambiamenti d’umore fossero in realtà le difese di una donna sofferente, che cercava di reprimere il proprio dolore.
Helva ricordava con quanta cura aveva riposto la chitarra nello scaffale. Kira non se ne era mai ricordata, in apparenza: lo faceva per riguardo a lei? Senza dubbio Kira sapeva della morte di Jennan, delle leggende che erano già nate sulla 834. Oppure evitava di suonare la chitarra per ragioni sue?
Kira aveva finito il pasto. Teneva il piatto sulle ginocchia, e fissava un punto del pannello dei comandi.
Il suo atteggiamento era apatico, malsano. Helva capi che doveva scuoterla. Kira era stata toccata in un punto vitale, benché la conversazione fosse stata in apparenza innocua.
Sommessamente, scegliendo deliberatamente nel proprio repertorio vastissimo, Helva cominciò a cantare una vecchia aria:
“Un po’ di musica per consolare il tuo cuore... E i tuoi dolori si calmeranno...
“Come possono calmarsi, i miei dolori?” sibilò Kìra, spalancando gli occhi verdi e fissando con odio la colonna di titanio. “Sai come potranno calmarsi?” Balzò in piedi, violentemente. “Nella morte! Nella MORTE!” E tese le braccia, con i polsi rivolti verso Helva, in modo da mostrarle le cicatrici che le segnavano i polsi.
“Tu,” disse, e lasciò ricadere le braccia lungo i fianchi. “Tu avevi la possibilità di morire. Nessuno avrebbe potuto fermarti. Perché non sei morta? Che cosa ti ha tenuta in vita, dopo che lui è morto?” chiese con sanguinoso sarcasmo.
Helva trattenne il respiro, al ricordo disperato del suo desiderio di lanciarsi nel puro cuore ardente del sole di Ravel.
“Cerca di capire che se una persona vuole morire, non glielo permettono! Non glielo permettono!” Kira incominciò a camminare furiosamente avanti e indietro, aggraziata persino nella disperazione. “No: ti condizionano, perché tu non ti uccida. Nella nostra società è permesso tutto, tranne l’unica cosa che desideri.., se quello che desideri è la morte. Ti rendi conto che per tre anni non mi hanno mai lasciata sola? E adesso...” Il viso di Kira era stravolto dal disprezzo. “Adesso tu sei la mia bambinaia! E non credere che io non sappia che ti hanno informato della mia instabilità emotiva!”
“Siediti,” ordinò freddamente Helva, attivando l’ultima parte del nastro, quella che conteneva i divieti. Quando il significato del messaggio colpì la mente di Kira, lei si lasciò cadere inerte sulla poltrona, il volto privo di emozioni.
“Mi dispiace, Helva. Mi dispiace davvero.” Alzò le mani, tremando, in un gesto di scusa. “Non riuscivo a credere che si fossero decisi a lasciarmi in pace.”
“Sono bravissimi a condizionare la gente,” osservò Helva, sottovoce. “E’ necessario. Non possono permettere che navi o persone fuggano, abbandonandosi al loro dolore. Ma credo che ti abbiano finalmente lasciata in pace. Si sono limitati ad assicurarsi che tu non ti avvicini a quei pochi mondi sui quali è permesso il suicidio rituale, come Baham, Homan, Beid e Keid. E non possono lasciare che tu ti uccida perché l’etica dei Mondi Centrali predica la propagazione della vita e il suo prolungamento, dove e quando è possibile. lo sono un esempio vivente di quello che sono disposti a fare per tenere in vita un essere umano. L’ARC è un altro aspetto della stessa etica: il fatto che tu voglia il suicidio è un’infrazione di questa legge morale. Persino i pianeti di Pegaso e di Eridano limitano le condizioni in cui è ammesso il suicidio e impongono certe cerimonie grottesche, per avere la certezza che soltanto i più disperati se la sentano di tentare.
“Però,” concluse Helva, esasperata, “dovrebbe trovare un modo per alleviare il dolore per la perdita di un essere caro, poiché la morte è la sola cosa che i gloriosi Mondi Centrali non sappiano ancora vincere.”
I lunghi capelli di Kira le nascondevano il volto alla vista di Helva. La ragazza sì era abbandonata al suo dolore, ed Helva provò un senso di irritazione per quell’autocommiserazione. Adesso lei era rassegnata a vivere, come aveva fatto Theoda dopo la sua tragedia, come avevano fatto tanti, in tutto l’universo, attraverso il tempo. Quando i consulenti medici s’erano accorti che Kira era sprofondata nel suo dolore, avrebbero dovuto stabilire un blocco... Oh, no… Kira aveva quasi completata la sua preparazione come esploratore, pensò Helva: era già stata resa resistente ai blocchi, e l’unica terapia possibile era un condizionamento ‘intensivo’. Non potevano cancellare nulla, ma soltanto inibire...
Helva fissò spassionatamente la sua compagna, dicendosi che i Mondi Centrali sapevano benissimo quello che facevano, e quello che volevano da lei... Per questo le avevano assegnata Kira. Anche questo faceva parte della loro etica.
“Kira, che cos’è un Dylanista?”
Kira rialzò il viso di scatto, batté le palpebre e tornò a fissare la paratia che racchiudeva Helva.
E’ I’ultima domanda che potevo aspettarmi,” disse, con voce sommessa. Rise, brevemente, e scrollò il capo, agitando i capelli, pensierosa “Va bene, ti assolvo dall’accusa di Psicoterapia. Anche se,” aggiunse, puntando un dito contro la colonna “sono stata costretta ad accettare questa missione e ho giudicato subito molto sospetto il fatto che la mia nave fossi proprio tu.”
“Sì, è abbastanza logico, non ti pare?” ammise Helva, con calma.
Kira posò la mano sulla paratia, sulla lastra squadrata che era l’unico accesso al guscio di titanio di Helva all’interno della colonna. Era un gesto di scusa affettuoso e semplice. Se Helva avesse conosciuto i valori sensori, quel tocco le sarebbe apparso come il più leggero.
“Un Dylanista è un commentatore sociale, un contestatore che usa la musica come arma, come stimolo. Un buon Dylanista e io non lo ero,” e il tono in cui lo disse fece capire a Helva che Kira considerava invece come un buon Dylanista il suo defunto marito, Thorn, “sa legare così bene l’argomento alla melodia che ciò che vuole esprimere penetra fin nel subcosciente dei suoi ascoltatori.”
“Un canto subliminaìe?”
“Beh, non ti è mai capitato di essere ossessionata da una melodia?” chiese Kira, fermandosi sulla porta della sua cabina.
“Sì,” ammise Helva. Kira aveva ragione.
“Un Dylanista molto dotato,” continuò Kira che stava ritornando in quel momento con l’astuccio che conteneva la chitarra, “sa creare una melodia carica di messaggio, che tutti cantano o fischiettano o canticchiano anche senza rendersene conto. Capita di svegliarsi la mattina e di avere in testa una canzone Dylanista. Puoi immaginare quanto sia efficiente questo metodo, se cerchi di fare proseliti per una causa.”




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9/8/2011 5:58 PM
 
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(segue)




Helva rise.
“Non mi sorprende che questo dia fastidio ai Mondi Centrali, dalle parti di Ofiuco.”
Kira sorrise maliziosamente.
“Conosco benissimo quello che dicono in proposito… e ritengono anche che questo sarebbe sprecare tempo e capacità che è molto meglio dedicare al servizio dei Mondi Centrali.”
Pizzicò le corde, e il suo volto si rattristò, quando si accorse che lo strumento, non usato da tempo, non rispondeva come avrebbe dovuto. Lo accordò, con un’espressione inaspettatamente tenera. Alla fine annuì soddisfatta, quando ottenne un suono dolcissimo.
Con dita lampeggianti intessé uno schema di accordi e di note, traendo dallo strumento un volume superiore a quello che ci si poteva attendere dalla sua struttura fragile. Con suo grande stupore, Helva riconobbe un’antica fuga di Bach... Poi Kira colpì la cassa con un gesto di collera.
“Ah!” esclamò, aprendo e chiudendo le dita. “Non ho più suonato da quando...” E suonò un accordo. “Ricordo che passammo una notte intera a suonare... fino a mezzogiorno del giorno dopo. Cercavamo di analizzare un’antica canzone di Dylan. Ma il fatto è che non serve a nulla analizzare Dylan… bisognava cercare di sentirlo, invece: quando si tenta di tradurlo in Basico o in termini psicologici.., non significa più nulla. Era il complesso delle parole e della musica che produceva una reazione viscerale.., ed è lo scopo di questo stile. Quando si ha una reazione viscerale, la mente viene messa alla frusta, e poco per volta si trasforma...”
“Potrebbe essere un’ottima terapia,” osservò asciutta Helva.
Kira le lanciò uno sguardo indignato, che si risolse in un sorriso; e fece ridere la chitarra.
“Il guaio della terapia è che si finisce per cercare troppi significati in ogni gesto e in ogni parola... e quando si è così confusi, si sospetta di tutto e di tutti.” La chitarra riecheggiò ironicamente il tono delle sue parole.
Una spia rossa lampeggiò sul pannello, e nello stesso istante un impulso raggiunse i monitor interni di Helva. Prima ancora che lei avesse potuto effettuare un controllo visivo, Kira aveva già abbandonato la chitarra sulla poltrona e stava correndo verso la stiva Numero Tre.
Kira si fermò sulla soglia il tempo sufficiente per valutare il danno, poi corse all’altra stiva, quella che conteneva le scorte addizionali. L’errore del tecnico era stato rimediato, al momento dell’incidente, in modo perfetto… ma nessuno si era accorto che s’era allentata l’estremità opposta del tubo del fluido nutriente, che aveva preso a sgocciolare, quanto bastava per fare scattare l’allarme. Helva controllò ansiosamente gli embrioni alimentati da quel serbatoio: nonostante la perdita, il nastro che conteneva gli embrioni era ancora pieno di fluido.
Kira ritornò con tubi e gìunture di ricambio: li sistemò, con cura, perché nessuna bolla d’aria si insinuasse nel nastro. Poi controllò ogni minuscolo sacco, con una lente d’ ingrandimento, per accertare che fosse tutto a posto: poi controllò le giunture degli altri nastri, minuziosamente. Impiegò parecchie ore, lavorando con scrupolo e attenzione. Poi, rassicurate, Kira ed Helva controllarono i monitor interni.
“Quel tecnico! Avrei dovuto farlo a pezzi e cuocerlo nella paprika!” mormorò Kira, mentre entrava nella sua cabina.
Helva rimase in ascolto fino a quando sentì il suo respiro placarsi nel sonno. La chitarra muta la fissava dalla poltrona del pilota, e frammenti della sua melodia l’ossessionarono durante la sua veglia.
A Dubhe, Kira pretese che venisse effettuato un minuzioso controllo del nastro danneggiato per assicurarsi che nessuno dei feti avesse sofferto. Anche se aveva problemi emotivi, Kira era professionalmente efficiente: e Helva apprezzava tanto più la sua obiettività in quanto aveva compreso il tormento della giovane donna.
La KH-834 volò da Dubhe a Merak, dove attendevano altri ventimila embrioni. Durante il breve viaggio tra i due pianeti, né Kira né Helva parlarono dell’incidente. Kira non mise via la chitarra: ogni ‘sera’, suonava per Helva, dandole qualche saggio dell’antica protesta Dylanista, dalle antiche canzoni del Decennio della Protesta nell’Era Atomica fino agli esempi più recenti.
E mentre stava suonando uno dei canti più antichi, arrivò la chiamata da Alioth. Kira depose la chitarra e rispose: un’espressione sorpresa le apparve sul volto, quando seppe da dove proveniva quella chiamata.
“Quindicimila?” ripeté, chiedendo conferma. E ricevette una risposta che a Helva parve stramente secca. Mentre la sua compagna parlava, Helva aveva frugato nell’archivio, cercando dati su quel pianeta.
“E’ strano,” osservò.
“Che cosa?” chiese Kira, mentre faceva i calcoli per la rotta.
“Non risulta che abbiano una banca ARC. E’ un pianeta poco piacevole: attraversa un periodo vulcanico molto instabile. Usano una quantità di tecniche per minerali fusi, e hanno il tasso di mortalità più alto di tutti i Mondi Centrali.”
“Secondo me,” commentò Kira in tono asciutto “faresti meglio a chiedere al Cencom se noi possiamo atterrarci, su quel pianeta.”
“Non è nell’elenco dei pianeti vietati,” rispose Helva, ma attivò il raggio.
“Alioth?” esclamò l’operatore del Cencom, sbalordito. “Non abbiamo mandato nessun appello ad Alioth, noi. Non ci risulta che abbiano una banca. Da un punto di vista etnico, è possibile. Resta in linea.”
Kira inarcò un sopracciglio.
“Stanno controllando con chi so io. Scommetto due a uno che ci vietano lo sbarco.”
“Scommetti due a uno che cosa?” ribatté Helva.
“KH,” riprese il Cencom. “Procedete per Alioth. Non è registrata nessuna banca, ma i commercianti riferiscono che i progressi nella tecnica mineraria indicano un avanzamento tecnologico tale da rendere possibili i sistemi per la propagazione della razza. La gerarchia religiosa è molto potente, perciò non osteggiatela. Ripeto, non osteggiatela. E fate rapporto al più presto possibile.”
“Hai perso la scommessa, disse Helva a Kira.
“Bene,” fece Kira, alzando le spalle. “Hai qualche spezzone del pianeta?”
Helva fece scorrere le immagini sul visore. Le prime mostravano un piccolo spazioporto. La città principale era dominata da un tempio enorme costruito sul fianco di un vulcano spento: la grande scalinata multipla faceva pensare ad uno ziggurat assiro-babilonese. Helva non amava molto i mondi dominati da una gerarchia religiosa, ma si rendeva conto che nessuno avrebbe badato alla sua opinione. Troppe religioni erano cupe e sgradevoli. Alioth, il quarto pianeta del suo sistema solare, era troppo lontano dal suo primario per godere una buona illuminazione e la sua natura vulcanica lo rendeva simile a un inferno dantesco. L’ultima scena mostrava una processione di figure incappucciate che reggevano torce e attraversavano una piazza enorme, antistante il tempio.
“Un posto ben triste,” disse Kira, accigliandosi. “Bene, dato che dobbiamo caricare solo quindicimila embrioni, non dovremo fermarci molto.” E suonò un motivetto gaio, per reagire a quelle immagini morbose.
“Fanno parte del gruppo etnico che interessa a Nekkar” osservò Helva, dubbiosamente.
“Con quei cappucci non si vedeva niente,” disse Kira. “Speriamo che non ci diano embrioni incappucciati... I nekkaresi ci resterebbero male.” Ridacchiò, e fece ridere anche la chitarra. Poi incominciò ad ispezionare la stiva.
“Questi quindicimila ci sovraccaricheranno un po’ ,” disse, mentre lavorava. “Con quei ventimila di Merak…”
“Alioth non è molto lontano da Nekkar. Possiamo arrivarci senza uscire dai termini stabiliti. E poi schizzeremo via per un altro volo di cicogna.
Kira si raddrizzò, arricciando il naso.
“Schizzare via.., non è il termine più adatto, per un volo di cicogna.”
“Lo so che dovremo andar piano per non danneggiare gli embrioni. Ma lasciami usare il gergo degli esploratori. In fondo, io sono una vergine di ferro.”
“Ah!” Kira tacque, e riprese a controllare le giunture con la lente d’ingrandimento Alla fine dell’ispezione, si fermò nella cambusa e prese distrattamente un caffè. Poi entrò nella cabina principale: era di malumore, per la prima volta dopo una settimana. Si rannicchiò sulla poltrona, in silenzio.
“Sai, Helva” disse finalmente, “anch’io sono dello stesso gruppo etnico. Quegli embrioni sono figli di gente simile a me. Ma diversa da me: perché quella gente ha lasciato il suo seme, e io no.”
“Non dire sciocchezze!” scattò Helva, cercando di calmarla. “Quando sei diventata maggiorenne hai fatto il tuo dovere nei confronti dell’ARC, no?”
“No,” scattò di rimando Kira. “Non l’ho fatto. Avevo già incontrato Thorn, e avevo deciso che i miei figli li avrei avuti tutti io. Non avevo bisogno di un’agenzia per assicurare la propagazione dei cromosomi che erano essenzialmente miei. Anzi,” aggiunse, sardonicamente, “composi addirittura una canzone Dylanista sull’ARC, molto ironica, con allusioni feroci ai bambini in scatola.”
Si girò verso Helva, socchiudendo gli occhi.
“Una delle notizie che la mia censuratissima biografia ha taciuto è questa: il mio unico figlio morì nascendo prematuramente... e lasciandomi completamente sterile.”
Kira si toccò i fianchi con le mani sottili.
“Non ci sarà più vita, nel mio grembo... né in modo naturale né per mezzo di un trapianto. E questo... questo è dovuto alla suprema, egoìstica certezza che avevamo io e Thorn.”
Era appunto per evitare incidenti dì quel genere che l’ARC insisteva per ottenere le donazioni dai giovani. Ma era inutile ricordarlo a Kira: lo sapeva anche troppo bene, adesso.
“E’ per questo che dopo la morte di Thorn mi sono dedicata alla medicina, invece di diventare Esploratore. Ma tutti i miei studi mi hanno confermato che per me era finita. La scienza può fare molte cose... ma non questo.”
Sospirò, ma la sua amarezza non era più frenetica. Helva si chiese se Kira s’era rassegnata alla sterilità, mentre non si era rassegnata all’idea di vivere.
“Ed è un’ironia, mia cara Helva, che sia toccato proprio a me portare questo carico di embrioni...”
Helva non disse nulla. Kira finì il caffè e andò a riposare. Fra poche ore sarebbero arrivate a Merak, e poi sarebbero ripartite per Alioth.
A Merak si sbrigarono a tempo di primato: i tecnici lavorarono con rapidità ed efficiente cautela. Alioth distava solo pochi giorni di volo. Kira ed Helva avevano stabilito ormai un piacevole andamento per il loro viaggio: Helva riempiva le pause con il suo antico repertorio di musica classica, e Kira con la sua conoscenza delle canzoni popolari della Terra e dei mondi coloniali.
Helva svegliò Kira poco prima di atterrare su Alioth. La ragazza indossò in fretta una tunica scura, e si fissò le trecce sul capo.
L’atterraggio non fu dei migliori. Lo spazioporto era stretto fra i picchi tetri della grande catena continentale. Ricevettero l’ordine di posarsi ad una certa distanza dal piccolo edificio rettangolare che ospitava gli uffici amministrativi e tecnici. Kira protestò, perché sarebbero state troppo lontane dalla costruzione per potere effettuare rapidamente le operazioni di carico: l’informarono bruscamente che avrebbe dovuto aspettare l’arrivo di una macchina. Finalmente, arrivò un camion carico di figure incappucciate che si schierarono ai piedi della nave. La loro presenza e il loro atteggiamento bellicoso apparivano insultanti per una nave-cervello.
“Perché diavolo vengono a montare la guardia ad una Nave da Ricognizione del Servizio Medico dei Mondi Centrali?” chiese con fermezza Kira alla torre di controllo.
“Per la protezione del vostro carico.”
In quel momento, il funzionario che comandava la guardia chiese il permesso di salire a bordo.
“Allora?” chiese sottovoce Helva a Kira.
“Non abbiamo scelta: ma registra tutto e trasmettilo subito per raggio a Regulus.”
“Era anche la mia idea,” disse Helva. “In quanto a me, sarà meglio che stia zitta.”
“Bene,” disse Kira, regolando il pulsante fissato alla tunica.
C’erano molti pianeti sottosviluppati sui quali l’associazione fra un esploratore e la sua nave-cervello veniva fraintesa. E su quei mondi era più opportuno tenere nascoste le facoltà della nave fino a quando fosse stato necessario usarle. Il pulsante avrebbe permesso a Helva di mantenersi in contatto con Kìra.
Il comandante della guardia, un individuo alto e tetro incappucciato di nero, apparve nella camera stagna, quando Helva l’aprì. Era molto più alto di Kira: tese una mano magrissima, ed eseguì una specie di saluto, toccandosi il petto e la faccia nascosta.
Kira lo ricambiò, ed attese che fosse lui a parlare per primo.
“Secondo Ufficiale della Guardia Noneth,” intonò lui, alla fine.
“Esploratore Medico Kira di Canopo,” rispose dìgnitosamente Kira; Helva notò che non si era presentata come compagna della nave KH-834.
“Deve venire al Tempio per discutere la donazione,” disse Noneth, in tono misurato.
“In una missione come questa, il tempo è un fattore essenziale,” incominciò calma Kira.
“Il tempo,” intonò l’ufficiale, “è schiavo di Colui che Ordina. Ed Egli ha ordinato che lei ci segua.”
“Il seme è già pronto per la spedizione?” insistette Kira.
La figura incappucciata ebbe un fremito.
“Non bestemmi.”
“Non avevo nessuna intenzione di bestemmiare,” rispose Kira, con calma, senza scusarsi.
“Venga,” ordinò l’ufficiale con voce autoritaria.
“Colui che Ordina ti comanda di venire, donna,” disse una voce rauca, sepolcrale, che echeggiò nella cabina.
Kira si conquistò l’ammirazione di Helva mantenendosi impassibile a quella voce inaspettata e terribile. La ragazza posò gli occhi sulla liscia spilla ovale cha fissava il cappuccio di Noneth. Anche Helva la riconobbe: era un comunicatore simile a quello che portava Kira: un tipo che veniva assegnato soltanto al personale del Servizio Esplorazione.
Sarebbe scoppiato uno scandalo terribile, quando i Mondi Centrali avrebbero scoperto chi distribuiva quei comunicatori su di un pianeta sottosviluppato.
“Bisogna obbedire agli ordini. Ha parlato il Tempio,” gridò Noneth, con voce fremente di reverenza. “Non indugiamo!”
Ma il tempio era femmina, pensò Helva, che aveva valutato il timbro della voce.
“lo ho ordini precisi,” disse Kira, cercando di temporeggiare.
“E’ la Verità Eterna,” rispose Noneth, solennemente, come se Kira, per puro caso, avesse risposto nel modo prestabilito dalla religione di lui. Noneth alzò la mano in un gesto stilizzato e aggiunse: “Possa la Morte venire a lei nel momento del suo trionfo.”
Kira stava per rispondere, ma si bloccò e fissò la testa incappucciata, sbarrando gli occhi.
“Possa la Morte venire a lei nel momento del suo trionfo?” chiese, mormorando. Era diventata pallidissima.
“La Morte non è forse la beatitudine più grande?” fece il sacerdote un po’ sorpreso da quell’ignoranza.
Helva sapeva di dover restare in silenzio, ma faticò a reprimere un grugnito di protesta. Ci voleva poco a pensare che su Alioth la morte doveva essere davvero la beatitudine più grande: era un sollievo da quell’esistenza tetra in un pianeta tremendo. I pericoli dell’attività mineraria a contatto con sostanze fuse, il timore continuo di qualche eruzione vulcanica inducevano a considerare la morte come un’oasi di pace. Ma perché diavolo il Cencom non aveva proibito a Kira di atterrare su Alioth, dato che conosceva bene la sua ossessione?
“Sì, la Morte è la beatitudine più grande. Questa è l’Eterna Verità,” ripeté Kira, come ipnotizzata.
“Venga con me,” ingiunse Noneth, suasivamente, facendo un cenno di richiamo. “Vieni,” fece eco avidamente la voce sepolcrale.
La macchina aveva appena lasciato la nave quando le guardie incominciarono a muoversi.
“Lei vedrà Colui che Ordina,” sospirò uno, in tono invidioso. “Quella cortigiana dal volto scoperto otterrà un premio immeritato! E adesso saliamo e sistemiamo il carico. Pensate! Altre migliaia dovranno morire per espiare il peccato contro Colui che Ordina.”
Helva non ebbe bisogno di ascoltare altro. Bloccò i comandi dell’ascensore e chiuse la camera stagna. Gli Aliothiti potevano bussare, imprecare, martellare quanto volevano: la nave era invulnerabile per le armi di cui poteva disporre la tecnologia di quel pianeta. Helva attivò il raggio per comunicare con il Cencom. Alioth s’era sistemato il giorno in cui la sua gerarchia religiosa aveva deciso di rovinare il carico di una nave del Servizio Medico... e di rapirne il pilota.
Helva riconsiderò la partenza di Kira. Quella ragazza, distrutta dall’angoscia, desiderava la morte. Ma Helva non credeva che potesse arrivare a tradire la sua missione. E gli Aliothiti non s’erano resi conto che la nave era capace di agire indipendentemente: poiché avevano portato via il pilota, erano sicuri che la nave fosse bloccata e impotente.
‘Potrei anche andarmene,’ penso Helva. ‘Se questi fanatici considerano la morte come una ricompensa, è inutile che mi faccia uno scrupolo di bruciarli con i razzi di coda. Ma non posso abbandonare Kira: non ancora. Ho tempo. Ma cosa succede al Cencom? Non ci sono mai, quando hai bisogno di loro. E perché diavolo hanno permesso a Kira di atterrare su di un pianeta dominato dalla morte? Idiota,’ si disse ‘perché non sapevano che andazzo aveva preso la religione, da queste parti!’
Il terreno rombò, sotto di lei. A nord una folgore saettò verso il cielo, ricadendo in una pioggia di frammenti luminosi. Vi furono altri fuochi d’artificio, e attorno alle pinne di coda della nave incominciò un movimento che prometteva poco di buono. Helva si tenne pronta a decollare, se il suo equilibrio fosse stato scosso in misura eccessiva. Verso nord-est, un altro vulcano rispose all’eruzione del primo.
Helva vide che la macchina a bordo della quale stava Kira era giunta ad una piazza, davanti all’edificio principale. Mentalmente, esortò invano Kira a uscire dalla sua ipnosi e ad attivare il pulsante del comunicatore.
Gli uomini incappucciati, senza badare alle eruzioni, continuarono i loro tentativi di forzare il meccanismo dell’ascensore. I cappucci ricadevano dai volti, e gli uomini se li riassestavano, come se un viso scoperto fosse osceno. La luce rossa delle eruzioni che continuava a incendiare il cielo illuminava visi magri, ascetici, macchiati dalla cenere vulcanica, con gli occhi resi opachi dalla denutrizione e dalla stanchezza.
Kira scese dalla macchina e, fiancheggiata dalle guardie, fu scortata ad un veicolo più piccolo che scomparve dalla vista di Helva, perdendosi tra le costruzioni della città. Il camion, invece, ritornò sul luogo dell’atterraggio.
Una delle guardie esortò i compagni a portare una scaletta. Lentamente, a fatica, spinsero la pesante struttura che si trovava all’estremità opposta dello spazioporto. Helva osservò la scena, con acre divertimento. Era colpa loro, se avevano insistito tanto perché scendesse in quell’angolo lontano. E forse non s’erano neanche accorti che lei aveva bloccato il portello.
Cercò di mettersi in contatto con il Cencom, maledicendo quel ritardo: era preoccupata perché non poteva comunicare con Kira. ‘Il pulsante del comunicatore’, mormorò fra sé, ricordando quello fissato al cappuccio di Noneth. Bene, se era un comunicatore del Servizio od una imitazione fedele, lei doveva essere in grado di usarlo. La donna del Tempio l’aveva pure usato, per avallare gli ordini che Noneth aveva dato a Kira.
Helva si affrettò a inserirsi sulla lunghezza d’onda della banda di contatto. E altrettanto frettolosamente si disinserì, stordita dal caos di immagini e di suoni che l’assediava. Vacillando mentalmente sotto quell’urto, si chiese come mai era riuscita a stabilire contemporaneamente centinaia di migliaia di contatti. Studiò in fretta le guardie che stavano ancora cercando di accostarle la scaletta: e tutti avevano un pulsante fissato al cappuccio.
“Per tutte le Galassie!” gemette Helva. “Dev’essere una religione di schizoidi, per reggere ad un caos del genere.”
Aprì la banda di contatto, cautamente, rabbrividendo alla confusione di suoni e di immagini. Cercò di concentrarsi su di un solo contatto, ma si sentì annegare in una miriade di inquadrature. Era come tentare di concentrarsi su di un’unica sfaccettatura dell’occhio d’una mosca.
Ridusse rabbiosamente la visuale ad una piccola area, respingendo tutte le altre immagini. Ed escluse completamente l’audìo. Per fortuna, tutti coloro che portavano i comunicatori, nel segmento che lei aveva scelto, si stavano dirigendo verso un unico luogo, attraverso ad una piazza immensa piena di figure incappucciate che si accostavano alla scalinata intagliata nel fianco del vulcano spento: lo ziggurat che lei aveva visto negli spezzoni del documentario.
All’improvviso, la scena si inclinò. Dopo un attimo, Helva si accorse che lei stessa stava ondeggiando sotto la spinta del terremoto: altri tre vulcani sputavano le loro viscere contro il cielo. Attese, attenta, temendo che l’instabilità dello spazioporto la costringesse a ripartire.
L’aria fu invasa da un ruggito estatico, mentre migliaia di minuscole crepe apertesi nel pavimento della piazza esalavano gas e vapori. Helva, stordita, in un primo momento non comprese il significato di quelle esalazioni, e non si rese conto che l’ululato raggiungeva i microfoni esterni, e non proveniva dai circuiti audio che lei stessa aveva spento.
Aumentò l’intensità del raggio, cercando disperatamente di mettersi in contatto con il Cencom, vincendo le interferenze causate dalle eruzioni vulcaniche. E nello stesso tempo reinserì il contatto, perché non voleva perdere Kira. Nella piazza, tutti agitavano le braccia; i cappucci erano stati ributtati indietro, e visi estatici erano rivolti verso il cielo pieno di gas e dì scintille. Poi gli Aliothiti si chinarono, per respirare i fumi che salivano dalle crepe. Helva rimase a guardarli, mentre si raccoglievano, aspiravano profondamente e si allontanavano barcollando, con gesti incoerenti ed espressioni rapite. Poi si rese conto che quei fumi dovevano avere proprietà euforiche o allucinogene, doppiamente pericolose in un momento di eruzioni vulcaniche tanto massicce. Eppure la piazza era piena di individui che erano già intossicati, o che cercavano freneticamente di intossicarsi.
Helva comprese il significato che quell’eruzione di gas sulla piazza del Tempio doveva avere per quella religione diabolica. Evidentemente, quell’effetto era previsto e calcolato dalla gerarchia del tempio. lnfuriata da quella depravazione, Helva raddoppiò gli sforzi per rintracciare Kira e la sua scorta: dovevano avere abbandonato il veicolo, ed erano certamente entrati sulla piazza dal lato sud. Un gruppo attirò la sua attenzione: non potevano esserci due creature cosi sottili e per giunta prive di cappuccio, su quel pianeta pazzesco. Kira stava entrando nella piazza, e la sua avanzata verso i gradini era ostacolata dall’agitarsi frenetico degli intossicati.
Allarmata Helva ampliò la banda, cercando di balzare da un contatto all’altro per avvicinarsi a Kira. Era una scena pazzesca, come vedere migliaia di film che si sovrapponevano sullo stesso schermo. Per la prima volta nella sua vita, Helva sentì nausea e vertigine. La premonizione di una catastrofe si fece più forte in lei, mentre cercava di raggiungere Kira prima che entrasse nel Tempio della Morte. Posato in cima al massiccio ziggurat, doveva essere pieno di gas allucinogeni. Kira era stata desensibilìzzata agli allucinogeni, come tutti coloro che entravano nel Servizio Spaziale: ma appariva stordita come se fosse veramente drogata.
Helva gemette, incapace di raggiungere Kira, spiritualmente e fisicamente.
Un gemito si levò dalla moltitudine.
“Il Tempio piange” gridarono mille gole. Persino le guardie che si trovavano allo spazioporto e tentavano ancora di accostare la scaletta, si unirono alla cantilena.
Helva boccheggiò, era in contatto con tutti gli Aliothiti, e questo fatto le fu confermato dalla ripetizione del suo gemito da parte della folla. Avevano scambiato la sua voce per quella della donna del Tempio.
Helva si concentrò sulla sommità cilindrica del Tempio e identificò ciò che prima non aveva notato. Il cilindro era una nave, che aveva muso e pinne sepolti nella lava. L’ingresso del Tempio non era altro che un portello stagno, e accanto al portello Helva poté scorgere le sigle semicancelIate d’una nave-cervello dei Mondi Centrali.
Chiaramente come il giorno della morte di Jennan, Helva riudi la voce di Silvia che le aveva parlato di un’altra nave travolta dal dolore: la 732. E quale posto migliore per piangere di un mondo violento, rossocupo, disperato? Oppure la 732 s’era diretta verso le fauci fiammeggianti del vulcano e all’ultimo momento s’era invece incastrata nella lava fluida alla base del grande cono? La 732 aveva rivolto la propria mente torturata su quel mondo e aveva spinto migliaia di esseri umani a morire come espiazione della morte dell’uomo che aveva amato?
Helva ricordò di colpo quale era il suo dovere. Spinta dalla disperazione, incominciò a cantare, usando un profondo tono carezzevole di baritono, colorando le risonanze di un desiderio smorzato, seguendo l’impulso dell’istinto.
“La morte è mia, mia per sempre,”
intonò, e ripeté la frase in tono più alto, quando gli Aliothiti in coro la ripeterono a loro volta, obbedienti. Helva sfruttò spietatamente quella reazione.
“Non posso dormire, il sonno mi rifiuta,” Poi scese di tono.
“I sogni mi torturano, mi affliggono.”
Poi risalì di una settima, mentre il coro si sintonizzava.
“Lasciatemi dormire, lasciatemi morire.”
Helva cantava, spostando la propria voce verso un duro tono tenorile. Poi ritornò alla frase musicale originale, ma questa volta la voce, ridivenuta baritonale, era sfumata di disprezzo.
“La morte è mia, mia per sempre,
Lasciatemi dormire, lasciatemi morire.”
L’ultima parola diventò un crescendo vibrante di derisione, poi si smorzò in un sussurro beffardo che si protrasse dopo che il coro aveva ripetuto il grido.
“Cencom chiama KH-Ottocentotrentaquattro, vuoi rispondere? RISPONDI!” risuonò la voce della Base di Regulus, spezzando l’irnprovvisazione musicale di Helva.
“Emergenza, emergenza!” rispose Helva in tono acuto di soprano, tanto sul raggio del Cencom quanto sulla banda Aliothita. Il coro, obbediente, strillò a sua volta quel grido d’allarme. Helva trattenne il respiro, quando vide Kira vacillare in una reazione istintiva.
“Emergenza?” chiese il Cencom. “Naturale... con una matta che sta dylanizzando su Alioth!”
Con un sussulto, Helva si rese conto che era esattamente ciò che lei stava facendo: dylanizzava. Il suo appello a Kira era una forma cristallizzata di protesta. Ne fu felice: adesso sapeva quello che doveva fare. Ripeté la prima frase, accelerando il tempo: non era più un legato carico di desiderio, era uno staccato beffardo. E, mentre il coro rispondeva diligentemente, si affrettò a comunicare con il Cencom.
“Il capo della religione di Alioth è la nave fuggitiva Settecentotrentadue: e l’idea dominante della religione è la morte!”
“Il tuo braccio... dov’è il tuo braccio?” gracchiò il Cencom.
“Qual’è la parola chiave per la Settecentotrentadue?” sibilò Helva, poi cantilenò la seconda frase, accelerando ancora il tempo per imprimerle un senso di urgenza.
“Rapporto!” reclamò il Cencom.
“Non ho tempo di fare rapporti, idiota! La parola chiave!” ringhiò Helva. Alzò la voce di un’ottava e mezzo, e la sua frase echeggiò nella piazza, carica di emozione, per trapassare l’ipnosi di Kira.
Le guardie che circondavano Kira erano stordite dai fumi che salivano dalle crepe. La tenevano per le braccia, ed Helva, intrappolata nella visione del suo coro, non capiva se la tenevano ferma o se la sorreggevano. La ragazza era l’unica che non appariva drogata daIl’allucinogeno.
“Lasciatemi dormire, lasciatemi morire!”
La voce tenorile di Helva risuonò, sprezzante, attaccando malignamente il desiderio di morte dì Kira.
“Sei matta?” esclamò il Cencom. “Quella vuole morire!”
“Dammi la parola chiave!” urlò Helva sul raggio, in una stridente voce di soprano, poi la modificò di colpo, scagliò la sua protesta tonante:
“Lasciatemi dormire, lasciatemi morire!”
La frase echeggiò nella piazza. Il coro, incapace di imitare il suono incredibile di Helva, rispose su di un’ottava più bassa. La sfida rimbalzò nella piazza, punteggiata dal tuono dei vulcani in eruzione.
Con uno strattone improvviso, silenzioso, tremendo, le molteplici visioni caotiche si dissolsero, ed Helva ebbe una visuale sola... Kira! Era in una camera cinta da tendaggi scuri, illuminata fiocamente da bracieri. Helva modificò la visuale per vedere meglio nella semioscurità: la sua attenzione si concentrò sulla cosa orribile che dominava quella stanza.
Su di una lastra di basalto nero giacevano i resti dei composti di quello che un tempo era stato un uomo. I denti scintillavano bianchi attraverso la carne corrotta in una parodia di sorriso, i tendini del collo spiccavano e la cartilagine dell’esofago spariva nel tessuto indistruttibile d’una tuta da esploratore. Le mani, incrociate sul petto incavato da un colpo fatale, erano unite dalle unghie che avevano continuato a crescere per qualche tempo, dopo la morte. Era il compagno morto della 732.
Ed Helva lo vedeva attraverso il pulsante del comunicatore di Kira... finalmente.
Un canto luttuoso riempì la stanza, un suono legnoso e privo di significato che emanava dalle pareti, dal soffitto, dal pavimento. Il cervello impazzito chiuso nel suo indistruttibile guscio di titanio aveva tutti i circuiti aperti, dimentico di tutto.
Con il bisbiglio più basso che poteva trasmettere, Helva si rivolse a Kira.
“E’ la Settecentotrentadue. E’ impazzita. Bisogna distruggerla.”
Kira barcollò, senza rispondere.
Per un secondo paralizzante, Helva si chiese se la ragazza aveva stabilito il contatto inavvertitamente, ed era ancora in preda al suo desiderio di morte. La protesta di Helva era riuscita a penetrarle davvero nella mente? Era riuscita a riportarla alla ragione? Lei non avrebbe potuto usare la parola chiave per uccidere la 732, se Kira non avesse collaborato.
Lentamente, Kira si accostò ai resti che giacevano sulla lastra di basalto. Il lamento si fece più forte, il mormorio divenne articolato.
“Egli è stato preso. Colui che Ordina è stato preso,” cantilenò la 732, e la folla le fece eco, diligentemente. “E’ andato. Seber è andato.”
Helva gridò, silenziosamente, sopraffatta dalla disperazione.
Stranamente, un altro suono si sovrappose alla voce della 732.
“Quella nana bianca è un grosso problema, Lia,” dicevano quelle parole, quasi indistinte. “Non mi stupirei se...”
Era la voce di un uomo, si disse Helva, registrata e ritrasmessa ad una velocità che distorceva le parole. La nave trasmetteva il nastro: l’aveva trasmesso tante volte che anche il suono della voce di Seber s’era corrotto come s’era corrotta la sua carne.
Kira continuava a girare attorno al cadavere.
“Parla, o Seber, perché la tua serva Kira possa udire il suono della tua amatissime voce,” mormorò Kira, inchinandosi davanti alla colonna che custodiva il guscio di 732.
Helva riuscì a malapena a reprimere il grido di sollievo, quando capì le parole di Kira: il loro vero significato!
“CENCOM, LA PAROLA CHIAVE!” gridò, sul raggio, mentre il lagno della 732 s’interrompeva bruscamente. Helva ebbe l’impressione che la nave trattenesse il respiro.
Il Cencom non rispondeva!
“Lia, Lia, l’interferenza sul mio contatto è incredibile! Non puoi fare qualcosa? La nana bianca sta...”
Persino Kira sussultò, involontariamente, mentre Helva, approfondendo la propria voce per imitare approssimativamente la voce di Seber, improvvisava in tono frenetico.
“Non ti capisco chiaramente. Lia? Lia? Ti si sono incrociati i fili?”
“Seber? Seber?” urlò la nave, con una voce stravolta da una speranza incredula. “Sono bloccata! Sono bloccata! Sono finita fuori rotta quando il vulcano è esploso. Volevo morire... Volevo morire anch’io.”
Kira stava frugando fra i tendaggi. Gli uomini che la scortavano scossi dalla loro euforia alla vista di quel sacrilegio, si lanciarono verso di lei. Kira avventò fulmineamente la mano sul collo d’uno di loro, in un colpo mortale. Schivò l’attacco dell’altro, lo scaraventò contro la lastra: quello batté la testa contro lo spigolo di pietra e crollò.
“KH, la parola chiave è na-thom-te-ah-ro, e attenta al tono!”
Ed Helva, sapendo che in realtà stava giustiziando una sua sorella, trasmise la parola chiave alla 732. Mentre le sillabe attivavano la serratura del pannello, Kira afferrò la lastra, vi insinuò la mano e girò la valvola che avrebbe inondato il guscio di anestetico.
“Non ti vedo, Seber. Dove sei...” E il gemito della 732 si spense nell’oblio desiderato da tanto tempo.
Kira si girò di scatto, mentre il pannello sbatteva dietro i tendaggi. Figure incappucciate si affacciarono nella cabina principale.
“Fermi!” comandò Helva, imitando la voce di Lia. “Colui che Ordina ha deciso. Riportate alla sua nave la donna dal volto scoperto. Un essere blasfemo non è degno degli eletti di Alioth.”
Kira, riassumendo l’atteggiamento ipnotico, seguì le figure incappucciate che si avviavano verso i gradini.
“Helva, cosa diavolo sta succedendo?” domandò il Cencom.
“Egli ha deciso!” gridò la folla di fanatici sulla piazza, vacillando tra i fumi allucinogeni.
“Helval” urlò il Cencom.
“Oh, piantala!” fece Helva, esasperata.
“Egli ha ordinato. Questa è la Verità Eterna.”
Helva guardò ancora, per assicurarsi che gli Aliothiti non avrebbero impedito il ritorno di Kira. Ormai, del resto, stavano crollando a centinaia, storditi dall’allucinogeno.
“Devi spiegarmi perché hai violato deliberatamente le restrizioni relative all’attività Dylanistica...
“Ti dylanizzo io, stupido!” interruppe rabbiosamente Helva. “il fine giustifica i mezzi, e poi ti ricordo che per qualche ragione, ignota a Dio e agli uomini, l’elenco dei pianeti proibitì NON comprendeva Alioth, e Dio sa se sarebbe stato necessario che lo comprendesse!”
Il Cencom sputacchiò indignato.
“Piantala,” suggerì acida Helva. “Ho trovato la vostra nave impazzita e l’ho uccisa. E ho praticato una terapia rude ma efficace sulla vostra preziosa Kira di Canopo. Che altro pretendi da un cervello ingusciato, eh?”
Il Cencom rimase in silenzio per sessanta secondi. “Dov’è Kira?” chiese poi, in tono quasi contrito.
“E’ sana e salva.”
“Passamela.”
“E’ sana e salva!” ripeté Helva. “Sta tornando dal Tempio.”
Lo spazioporto ondeggiò sotto una scossa di terremoto mentre il veicolo che portava Kira si fermava accanto alla nave. Helva sbloccò l’ascensore e Kira balzò nell’interno prima che le guardie si rendessero conto di quello che succedeva. Il terreno sussultò sotto gli stabilizzatori della nave. Nell’istante in cui Kira usciva dalla camera stagna per lanciarsi verso la poltrona, Helva richiuse il portello e si affrettò a decollare.
I visori di coda mostrarono le guardie che indietreggiarono per mettersi al sicuro. I lampi dei vulcani in eruzione lanciarono l’ultimo saluto alla nave che si allontanava.
“Esploratore Kira della KH-834 a rapporto,” disse la ragazza al Cencom, mentre si toglieva il mantello. Helva si aspettava di vedere volare come al solito le forcine, ma Kira stava immobile, eretta davanti al raggio. Fece un rapporto conciso, e chiese come mai i commercianti non avevano riferito la presenza di comunicatori del tipo usato esclusivamente dal Servizio, né la presenza di gas allucinogeni.
“Gas allucinogeni?” fece eco il Cencom. I casi di quel genere erano l’incubo della colonizzazione: popolazioni intere potevano venire assoggettate a dominazioni illegali, in quel modo, come era infatti accaduto su Alioth.
“Raccomando che tutti i commercianti che hanno trattato con Alioth durante gli ultimi cinquant’anni vengano interrogati circa i motivi che li hanno spinti a nascondere queste informazioni ai Mondi Centrali. E scoprite chi è stato l’idiota che ha autorizzato la colonizzazione di quel pianeta.”
Il Cencom non sapeva più cosa rispondere.
“Smettila di farneticare,” fece dolcemente Kira. “E sbrigati a mandare qui una squadra per la terapia su scala planetaria. C’è una società intera da rimettere in squadra. Manderemo un rapporto completo da Nekkar. Adesso devo ispezionare i piccini. Il decollo è stato brusco. Passo e chiudo.” Kira spense il raggio.
Poi, con un movimento fluido, si lanciò verso la cucina, scrollando il capo per sciogliersi i capelli.
“Mi fa male la testa!” esclamò, prendendo un barattolo di caffè. “Quel gas aveva un puzzo atroce. Si appoggiò sfinita al banco, Helva attese, poiché sapeva che la ragazza stava riordinando i propri pensieri.
“Più mi avvicinavo al tempio, e più era profondo quel terribile miasma della disperazione. Era quasi visibile, Helva,” disse. Poi aggiunse, in tono pungente. “E io ci stavo guazzando... fino a quando il tuo canto dylanita mi ha raggiunto, Helva.”
“Mi ha fatto rizzare i capelli in testa. L’ultimo accordo mi ha colpito qui,” fece, indicando il proprio stomaco con il pugno chiuso. “Thorn avrebbe dato un occhio per essere lui, a comporre un canto di quel genere.” E le sue spalle furono scosse da uno spasimo convulso.
“Quel cadavere!” chiuse gli occhi e rabbrividì. “Credo...” mormorò, socchiudendo le palpebre. “Ho pensato... che anch’io avevo fatto la stessa cosa a Thorn.”
“Lo credo anch’io,” disse sottovoce Helva.
Kira sorseggiò il caffè; il suo viso era stanco ma vivo.
“Sono stata molto stupida,” disse, con tagliente disprezzo verso se stessa.
“Neppure il Cencom è infallibile,” mormorò Helva.
Kira rovesciò la testa, ridendo.
“Questa è la Verità Eterna!” esclamò. Poi ritornò nella cabina principale, a passo di danza. Helva assistette a quella danza di vittoria, felice della soluzione.., per quanto riguardava Kira. Non poteva rimpiangere d’avere ucciso una delle sue simili. Lia, in realtà, era morta molti anni prima, insieme al suo compagno: e finalmente aveva trovato la pace, e l’aveva trovata anche Kira. Adesso avrebbero potuto continuare la Missione Cicogna, raccogliendo embrioni da...”
Helva emise uno strillo di esultanza. Kira la fissò, sbalordita.
“Che ti prende?”
“E’ così semplice che non riesco a immaginare come mai nessuno te lo abbia suggerito. O forse te lo hanno suggerito e tu hai rifiutato.”
“Bene, non saprò mai di che si tratta se tu non me lo dici,” rispose caustica Kira.
“Una delle cause della tua psicosi...
“Adesso l’ho superata.” l’interruppe Kira, con un lampo irritato negli occhi.
“Ah, sì? Una delle cause era la mancanza di progenie del tuo seme e da quello di Thorn. Giusto?”
Il volto della ragazza sbiancò, ma Helva proseguì.
“Ma i vostri genitori non saranno stati cosi stupidi da ignorare il loro dovere verso l’ARC. Giusto? Quindi il loro seme è nella banca. Puoi prendere quello di tua madre e quello del padre di Thorn e...”
Kira spalancò gli occhi e la bocca, il volto illuminato da una luce incredibile. Le guance si rigarono di lacrime. Tese la mano, delicatamente, per accarezzare con dolcezza il pannello di Helva.
Helva si senti ridicolmente felice perché Kira aveva accettato la sua idea. Poi Kira trattenne il respiro, con aria preoccupata.
“Ma tu.., non puoi prendere il seme di tua madre e...”
“No,” fece secca Helva, poi aggiunse, più dolcemente. “Non sarà necessario.” Adesso sapeva che il modo di liberarsi dal dolore era sommamente individuale: lei e Kira c’erano arrivate per strade diverse, come aveva fatto Theoda.
Kira aveva un’aria sconvolta, come se non avesse il diritto di accettare quella soluzione se anche Helva non l’accettava per sé.
“In fondo,” ridacchiò la nave, orgogliosamente, “non ci sono molte donne che mettono al mondo centodiecimila bambini alla volta.”
Kira scoppiò a ridere, felice. Afferrò la chitarra e suonò un vibrante accordo introduttivo. Poi nave ed esploratore sbalordirono le stelle con una Serenata di Schubert a ritmo sincopato, mentre volavano verso Nekkar.









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9/9/2011 2:47 PM
 
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MISSIONE DRAMMATICA - 4





Helva abbassò l’audio, felice, perché adesso tutta l’apparecchiatura installata per alimentare gli embrioni veniva rimossa: ma era meno felice delle battute che i tecnici le rivolgevano di tanto in tanto, e degli inevitabili danni che il loro lavoro stava causando alla nave.
Persino la cabina del pilota mostrava i segni di una lunga occupazione, eppure Kira Falernova era una ragazza molto ordinata. Helva non voleva tornare a Regulus per mostrare quegli ambienti in disordine al compagno che le avrebbero assegnato. Si confidò con l’altra nave-cervello che era posata accanto a lei, sullo spazioporto di Nekkar.
“Che sciocchezza, Helva,” rispose Amon, il TA-618, con un tono un po’ piccato. “Come fai a sapere che il tuo prossimo compagno avrà i tuoi stessi gusti? Lascia che si arrangi da solo... o da sola. Helva, se non adoperi il buon senso non riuscirai mai a riscattarti: finirai per spendere tutto il tuo credito in riparazioni e manutenzioni. E non capisco perché hai tanta fretta di trovarti un nuovo braccio.”
“La gente mi piace.”
Amon grugnì. Da quando era atterrato, aveva continuato a lamentarsi con lei dei difetti del suo ‘braccio’. Helva ricordava che Amon e Trace erano insieme da quindici anni, e tutti dicevano che quello era il periodo critico di un lungo abbinamento.
“Quando avrai avuto a bordo tutti i compagni che ho avuto io, ti sentirai meno filantropa. E quando sai già in precedenza quello che il tuo compagno sta per dire... bene, ti garantisco che è insopportabile.”
“Kira Falernova ed io siamo state insieme per tre anni nella nostra Missione Cicogna...
“Non vuol dire nulla. Tu sapevi che era una missione temporanea, e questo ti ha aiutata a sopportare tutto. Ma quando sai che devi tirare avanti per venticinque o trent’anni...”
“Se Trace è cosi insopportabile, chiedi un altro compagno,” disse Helva.
“Per dover pagare una penale, oltre a quello che devo già pagare?”
“Scusami, non ci pensavo.” La sua risposta non era stata molto diplomatica. Le riparazioni e la manutenzione, soprattutto sui mondi fuori mano, costavano carissime. Amon era andato a incappare in una tempesta di detriti spaziali e aveva dovuto farsi rifare mezza prua. I Mondi Centrali avevano affermato che la colpa era stata sua, perché era finito in quella tempesta per negligenza, e perciò avevano rifiutato di accollarsi le spese.
“E poi, se chiedessi un sostituto,” continuò acido Amon, “dovrei accettare quello che mi rifilano, senza diritto di rifiutarlo.”
“Anche questo è vero.”
“E poi non mi sono arricchito con i premi dei riconoscenti nekkaresi.”
Helva represse la tentazione di rispondergli male, e dichiarò dolcemente che tutto si sarebbe aggiustato. Amon voleva un ascoltatore comprensivo, non un consigliere.
“Dai ascolto a chi è in circolazione da più tempo di te, Helva,” continuò Amon, raddolcito dalla sua contrizione. “Accetta tutte le missioni da sola che ti propongono. E rastrella premi più che puoi! Allora sarai nelle condizioni di imporre la tua volontà... Oh, eccolo che arriva!”
“Sembra che vada di fretta.”
“Chissà cosa gli ha preso,” osservò acido Amon; Helva si chiese fino a che punto fosse veramente colpevole quel Trace. Spesso anche le navi-cervello avevano un caratterino...
In quel momento, Helva captò la voce di Trace sulla banda nave-a-nave.
“Amon, amico mio, ce ne andiamo. Dobbiamo tornare subito alla base di Regulus. Ho appena saputo...”
La comunicazione fu interrotta.
Era tipico di Amon fare l’egoista quando c’era in giro una buona notizia, e Helva non si offese. Buona fortuna a lui, pensò, mentre lo guardava decollare. Se avesse avuto una buona missione e un ricco premio, avrebbe potuto pagare il suo debito; e forse avrebbe risolto anche i problemi dei rapporti con il suo braccio: Trace era sembrato un tipo simpatico, quando era venuto a far visita a Kira e ad Helva il giorno del loro arrivo su Nekkar. Ma Amon aveva fatto il dispettoso a troncare la comunicazione, eh? Bene, se l’aveva saputo Trace, allora la notizia doveva essere arrivata per raggio.
“Controllo di Nekkar, qui H-834 che chiama.”
“Helva? Stavo appunto per chiamarti io. La squadra a terra ti ha trattata bene? Se vuoi qualcosa, non hai che da dirglielo,” rispose affabilmente l’operatore. E pensare che, dopo il disastro che aveva colpito Nekkar, avrebbero avuto tutti il diritto di essere più inaciditi di Amon.
“Puoi dirmi perché il TA-618 è partito in fretta e furia?”
“Sì, credo di sì. Hai mai saputo chi ci sta nel sistema qui vicino, vero? Ho sempre detto che in una galassia c’è posto per tutti. Ma chi va a pensare che della gente... chiamiamola gente... voglia sentirsi qualche commedia arcaica? Non ti sembra assurdo?” L’uomo ridacchiò.
Helva pensò, esasperata, che Amon perdeva le staffe perché sapeva sempre in anticipo quello che stava per dirgli il suo compagno. E lei invece, si stava arrabbiando proprio perché non riusciva a immaginare quello che voleva dire l’operatore di Nekkar.
“Bene, ma non mi hai ancora detto quello che hai saputo,” esclamò, interrompendo le divagazioni del suo interlocutore.
“Oh, scusa. Credevo che voi navi aveste orecchie... Le voci corrono. Di solito le mie fonti sono attendibili, e questa notizia mi è arrivata da due fonti, come ho spiegato al Pilota Trace. Una nave in esplorazione a Beta Corvi ha registrato un’emissione regolata di energia. Hanno individuato l’origine sul sesto pianeta che, pensa, ha un’atmosfera d’ammoniaca! Mai saputo che esseri ragionevoli si sviluppassero in un ambiente simile, e tu?”
“Mai sentito. Continua, ti prego.”
“Bene, prima che l’equipaggio potesse inviare una sonda per valutare l’aria.., ah, ah! Aria, davvero!”
“Pensa che quello che respiriamo noi potrebbe essere velenoso per loro,” suggerì Helva.
“Oh, verissimo! Comunque, prima che l’equipaggio potesse mandare una sonda, i Corviki hanno sondato loro. Cosa te ne pare?”
“Affascinante. Pendo dalle tue labbra.”
“Bene, quelli della nave mandata in esplorazione sono in gamba. Non sì sono lasciati scappare l’occasione. Hanno offerto ai Corviki di scambiare informazioni scientifiche, e li hanno invitati a partecipare alla Federazione dei Mondi Centrali. Ehi,” fece l’uomo, interrompendosi per riflettere. “Come avranno fatto a capire che erano abbastanza civili per entrare a far parte della Federazione se non avevano neanche sondato la superficie del pianeta?”
“Se i Corviki hanno potuto mettersi in contatto con la nostra nave, e se emettono energia regolata, è ovvio che sono progrediti quanto noi se non di più.”
“Oh, non ci avevo pensato.” L’uomo rifletté un momento, poi riprese: “Bene, comunque noi abbiamo qualcosa che loro vogliono,” e assunse un tono compiaciuto. “Il Teatro!”
“Il teatro?”
“Esattamente. Credo che sia un po’ difficile creare un’arte in un pianeta dall’atmosfera di ammoniaca. Comunque, hanno deciso che ci riveleranno certi sistemi per produrre l’energia, che a noi servono, in cambio del nostro antico teatro.”
“Lampade nuove in cambio di lampade vecchie?” mormorò Helva.
“Cosa?”
“Oh, è la vecchia favola di Aladino. Comunque, questo non spiega perché TA sia partito così di furia.”
“Oh, è presto spiegato. Stanno arrivando chiamate in tutto il settore, perché voi navi ritorniate alla base. Ehi, dato che tu sei la nave che canta, dovrebbe essere proprio roba per te.”
“Può darsi,” temporeggiò Helva. “Ma aspetto che mi assegnino un nuovo compagno: e non manderebbero mai una coppia non affiatata in una missione così importante.”
“Vuoi dire che non ti va? Trace ha detto che c’è un premio triplo, e che tutte le navi col cervello a posto ci si butteranno a pesce.”
“lo ho il cervello a posto, ma per me c’è qualcosa di più importante di un premio triplo.”
Il silenzio dell’operatore fu più eloquente di qualunque commento. Per fortuna il canale del raggio si riscaldò, ed Helva si scusò, per ascoltare.
La trasmissione incominciò con un codice di missione: Helva accese il registratore. Doveva procedere direttamente per Duhr III, sulla rotta per Regulus. Allo spazioporto dell’ Università, Molo 24, doveva raccogliere quattro passeggeri, e poi procedere senza ulteriori indugi verso la base.
“Se quelli erano ordini, mia signora,” disse l’operatore non appena Helva ritornò sul suo canale, “posso darti subito via libera per il decollo.”
“Non ancora, amico mio. Devo ospitare qualche passeggero, e non voglio avere l’aria d’una nave barbona. Prima avevi detto che se volevo qualcosa...”
“Sì, si, e ogni promessa è debito!” le assicurò il nekkarese.

Helva sfrecciò verso Duhr III, ad una velocità che sarebbe stata intollerabile per un passeggero umano, con le stive e le cabine lucide e scintillanti, e cuccette per umani adulti sistemate nel posto in precedenza occupato dagli embrioni.
Helva, ripensando ai commenti acidi dì Amon, aveva convinto il capo operaio a fare qualche aggiunta chimica alle vernici, i verdi teneri della cabina del pilota erano stati impregnati di pomice di Thuban, in modo che, cambiando il tono di luce, Helva avrebbe potuto modificarne le sfumature per adattarle a qualunque personalità. Aveva fatto dipingere la cambusa di un arancione carico, un colore che metteva sete, ma che era calcolato apposta per indurre la gente a mangiare in fretta e ad andarsene. La cabina principale era bianca, sfumata d’azzurro, e le altre erano celesti e beige. Il guaio di Amon, pensò, stava nel fatto che non sapeva servirsi del proprio cervello. O magari, si disse, tollerante, non aveva pensato di usare la cromopsicologia sul suo compagno. A lei avevano insegnato che toccava al socio permanente cercare di adattarsi.
Una volta preparate le vernici, il lavoro non aveva richiesto molto tempo, perché gli operai nekkaresi s’erano rivelati efficientissimi. Adesso era in forma smagliante, e non avrebbe dovuto vergognarsi di fronte ai suoi passeggeri. Era abbastanza ansiosa: era sempre stimolante conoscere gente nuova. E nuovi compagni, aggiunse, con fermezza. Comunque, il prezzo del trasporto dei suoi passeggeri avrebbe ripagato la riverniciatura, quindi poteva ignorare il consiglio di Amon.
Amon voleva saldare il suo debito, eh? Si chiese Helva mentre si lanciava verso Duhr. Bene, anche una nave-cervello doveva avere un incentivo. Controllò pigramente il proprio debito e fu piacevolmente sorpresa quando scopri che si era di molto ridotto.
Straordinario! Se avesse continuato con un ritmo anche pari alla metà di quello attuale, come nave senza ‘braccio’, avrebbe potuto riscattarsi entro tre anni. Dopo soli dieci anni di servizio sarebbe stata padrona di se stessa? Non le sembrava possibile. Amon era in servizio da centocinquant’anni e si lamentava dei propri debiti. Era un tipo incontentabile, però, e lei poteva fare una certa tara su quelle lagnanze. E c’erano numerose navi ‘libere’. La YG-635, della classe di Amon, era libera: lavorava per la Federazione dello Scorpione, ed era stata modificata per adattarsi all’ambiente.
Helva aveva avuto alcuni colpi di fortuna, Il premio per la tragica missione a Ravel era il prezzo del sangue, anche se figurava al suo attivo. Aveva ricavato un buon premio per la missione ad Annigoni. E, anche se era stata abbinata a Kira nella Missione Cicogna per conto di Nekkar, Helva aveva incassato paga doppia, perché Kira era stipendiata dall’ARC.
L’incidente di Alioth le aveva portato un altro credito per avere ritrovato la 732, e i nekkaresi avevano dimostrato la loro gratitudine in modo più che soddisfacente. Non aveva bisogno di grosse riparazioni, ed era logico, poiché era in servizio da poco tempo: perciò la sua situazione finanziaria era molto rosea, nonostante l’enorme debito iniziale per il suo mantenimento e per l’istruzione.
Ma anche se fosse riuscita ad estinguere il debito, Helva sarebbe rimasta in servizio presso i Mondi Centrali, perché quel lavoro le piaceva. Naturalmente, sarebbe stato molto gradevole poter dire ai Mondi Centrali di andarsene al diavolo, se l’avessero seccata; e poi, avrebbe potuto assumere e licenziare un compagno a seconda dei suoi desideri. Si, valeva certamente la pena di saldare il debito!
Non riusciva a capire perché Amon non voleva pagare la penale per liberarsi del suo compagno, se Trace era così irritante, i Mondi Centrali non rinnegavano le navi indebitate... Beh, comunque la cosa non la riguardava: ma sarebbe stato meglio che ci fosse un ‘braccio’ ad aspettarla a Regulus. lndebitata o no, lei aveva i suoi diritti.
Nonostante la sua velocità, il volo le parve interminabile: non dormiva mai e i cronometri misuravano ore prive di significato. Era condizionata alla compagnia di qualcuno, ormai. A lei piaceva avere accanto un essere umano: lo scambio di idee, persino l’irritazione d’una familiarità sprezzante. Erano tutte esperienze che voleva vivere direttamente, non attraverso gli sfoghi di un vecchio cervello inacidito.

Lo spazioporto di Duhr era parzialmente nascosto da una grande catena montuosa, nell’emisfero nord. All’interno della montagna c’era l’enorme complesso amministrativo del pianeta-università.
Atterrò al Molo 24. si identificò, e il tubo snodato di servizio si agganciò al suo portello. Due uomini attesero che venisse stabilito il collegamento: uno stava appoggiato ad un carrello carico di bagagli, mentre l’altro badava soltanto ad aggiustarsi la tunica.
“Non c’è tempo da perdere, adesso. Sa dove va sistemato il bagaglio?”
Il facchino non si prese il disturbo di rispondere, ma caricò il carrello sulla nave, attraversò la cabina principale e si avviò lungo il corridoio.
“Oh, ma sembra una nave nuovissima,” disse l’altro, guardandosi intorno con aria sorpresa. Si fermò a ispezionare la cambusa, poi guardò negli armadi e nei cassetti. “Dov’è la chiave del deposito viveri, su questa nave?” chiese ai facchino, che stava accatastando i bagagli nella cabina.
“Lo domandi alla nave,” disse il facchino. “Non ha notato che è una nave braccio-mente?”
“Oh, santo cielo!” boccheggiò l’uomo. “La prego di scusarmi, signore o signora.”
Helva notò che l’uomo non sapeva dove lei si trovasse, perché lo vide eseguire un inchino circolare.
“Ha provviste a sufficienza per nutrire quattro esseri umani durante il volo fino a Regulus?”
“Si’,,
“Che sollievo! Non sapevamo che tipo di trasporto ci avrebbe fornito, è successo tutto così in fretta. E una nave-cervello! E’ molto lusinghiero, per noi. Lei può regolare la gravità interna durante il volo, vero?” chiese, alzando gli occhi dall’apparecchio che portava al polso e che aveva continuato a consultare.
“Sì, se mi fornisce i dati. Non ho ricevuto istruzioni.”
“Non ha ricevuto...” L’uomo si mostrò preoccupato. “Oh, ma doveva averle. Doveva... No, mi scusi. Veramente il Solare aveva chiesto... Beh, dato che lei può modificare la gravità, non è un problema”
‘Povera me, un altro stupido,’ gemette Helva fra sé.
“Se vuole indicarmi la gravità richiesta..”
Dalla galleria del molo giunse un suono dì applausi e di acclamazioni. L’uomo guardò allarmato in quella direzione.
“Stanno arrivando. Glielo dirà il Solare, o la signorina Ster, la sua assistente medica. Deve prepararsi per partire immediatamente, lo sa?”
Il facchino riattraversò la cabina principale, e rivolse un allegro saluto alla colonna di Helva. “Tutti i bagagli a posto per la partenza!”
“Molto bene,” mormorò distratto l’uomo, mentre lo seguiva verso il portello. L’aria accigliata venne sostituita da un sorriso fisso, sul suo volto, mentre il gruppo arrivava.
I primi quattro dovevano essere i passeggeri: indossavano abiti da viaggio. Helva ingrandì la visuale e subito scopri chi era quello che aveva bisogno d’una gravità controllata. Mezza gravità, decise. Quell’uomo camminava con uno sforzo terribile, come se non fosse abituato alla gravità normale. Persino i muscoli del volto gli tremavano per la fatica ed era un peccato, perché era un bell’uomo. Eppure teneva le spalle diritte, la testa alta: era troppo orgoglioso per lasciare che la sofferenza gli togliesse la dignità. lncuriosita, Helva badò appena all’altro uomo e alle due donne che l’accompagnavano.
L’ufficiale di porto si scostò in fretta, mentre un uomo anziano, dalla tunica ornata di distintivi accademici, tendeva la mano verso la bellissima donna che gli stava accanto.
“Ecco il tappeto magico che la porterà alla Base di Regulus. Posso dirle che è stato un grande piacere, Ansra Colmer? Ufficialmente, l’Università di Duhr le è grata per avere accettato di interrompere questa visita con il Solare Prane per concedere ai nostri studenti la gioia di godere della sua arte. La sua Antigone era veramente ispirata. Il suo monologo di Phorus II mi ha fatto apprezzare per la prima volta il gioco vitale del colore, dell’odore e del ritmo. Lei è un’esponente estremamente versatile della sua arte, e sono certo che presto riceverà il titolo di Solara che le spetta.”
Il sorriso sul volto composto di Ansra Colmer si irrigidì lievemente; nei suoi occhi scintillanti non c’era il minimo scintillio di umorismo.
“Lei è troppo buono, Rettore, soprattutto perché Duhr ha il suo Solare,” e si girò verso l’uomo che soffriva per la gravità. “Come potete separarvi da lui?” e, senza aspettare risposta, entrò nella cabina principale. Helva notò che la sua espressione, ora che volgeva le spalle agli altri, era d’odio e di furore represso.
Il Rettore si schiarì la voce, come se capisse anche troppo bene, e si inchinò gravemente al Solare.
“Davvero non vuole ripensarci, Prane?”
“I Mondi Centrali hanno bisogno dì me, Rettore. E’ mio dovere accettare; e spero che i meriti che potrò acquistare si rifletteranno anche su di lei, per la sua cortesia.” La voce di Prane era ricca e risonante: la voce di un attore esperto.
Solo l’udito esercitato di Helva poteva notare un senso di vuoto, nei suoi toni.
“Il Solare Prane ritornerà trionfalmente dopo avere compiuto la sua missione,” disse l’altro passeggero. “Grazie alle cure della signorina Ster.”
“Ben detto, Davo Filanaser,” fece cordialmente il Rettore, e si voltò a stringere la mano alla giovane donna che stava accanto a Prane.
Helva era affascinata dalle sfumature di quella scena di commiato. Non sarebbe stato un viaggio noioso, questo era certo.
“Non dobbiamo trattenere troppo il pilota,” disse il Solare Prane. Con un sorriso di scusa, salutò la folla che sospirò e sparse addirittura qualche lacrima poi entrò a ritroso nel portello sorretto dal braccio della signorina Ster.
L’uomo che si chiamava Davo Filanaser si mise in fila con gli altri, salutò e sorrise a sua volta. Prane girò il capo verso la giovane donna, e mosse le labbra. Benché parlasse sottovoce, Helva lesse dal movimento della bocca quello che stava dicendo.
“Non lo sopporto più, Kurla. Dì al pilota di chiudere il portello.”
Helva attivò immediatamente il portello.
“Aiutami, Davo!” gridò Kurla, mentre la folla scompariva. Passò un braccio attorno alla vita del Solare, che stava per crollare sul pavimento.
“Sciocco!” brontolò Davo, ma si affrettò ad occuparsi di Prane con premura sincera.
“Sto bene, sto bene,” insistette Prane, con un rauco sussurro.
“La festa d’addio è stata una stupidaggine, nelle tue condizioni, e in gravità piena,” dìsse Kurla.
“L’eroe deve avere un commiato da eroe,” mormorò Ansra Colmer. Il sorriso con cui si voltò a guardarli era sincero, sinceramente maligno; i suoi occhi brillavano di piacere.
“L’eroe non è ancora morto, Ansra,” rispose il Solare in tono di sfida. Scostò Kurla e Davo, e lentamente attraversò la cabina.
“Sbagliato, Ansra,” fece Davo, seguendo il Solare. “L’ironia di Ansra mi ridà forza,” ridacchiò il Solare, ed Helva era disposta a giurare che fosse proprio vero. Ma l’assistente medica del Solare non era d’accordo.
“Basta così,” disse, con impersonalità professionale, Passò un braccio attorno alla vita di Prane e lo sorresse, guidandolo verso la cuccetta. “Il materasso dovrebbe essere antiurto,” disse, scostando la coperta. “Bene”. Aiutò il Solare a sdraiarsi, poi si tolse dalla tasca un registratore medico e incominciò a controllare, con aria distaccata.
Helva sbirciò i quadranti, perplessa. La tensione cardiaca non era eccessiva, anche se il polso era troppo rapido. La pressione sanguigna era bassissima per un uomo sotto tensione, e altissima per un uomo abituato alla bassa gravità, I dati più preoccupanti li dava l’elettroencefalogramma. Prane tremava per la reazione allo sforzo muscolare: sdraiato, appariva vecchio e stanco.
“Cos’hai intenzione di darmi, Kurla?” chiese seccamente, quando la vide preparare uno spray intravenoso.
“Un rilassante...”
“Niente sedativi e niente blocchi. Lo proibisco.”
“L’assistente medica sono io, Solare Prane,” disse lei, in tono fermo.
Con mano tremante, l’uomo l’afferrò per il polso. Kurla Ster lo guardò negli occhi.
“Non puoi sopportare la partenza senza un sedativo, dopo esserti affaticato alla festa...”
“Vada per il rilassante, Kurla, ma nient’altro. Quando saremo nello spazio, il pilota regolerà la gravità.”
Era una lotta fra due volontà, e Davo stava a guardare, interessato. Stranamente, Helva notò che Davo era dalla parte di Prane, perché sospirò quando la ragazza ripose le altre fiale e iniettò un solo medicinale.
“Dov’é il pilota?” chiese Kurla a Davo, uscendo dalla cabina e chìudendosi la porta alle spalle.
“Pilota?” ripeté Ansra Colmer, dondolandosi sulla poltrona. “Ero troppo preoccupata ad adorare il profilo classico del Solare per ascoltare quello che ci hanno detto?”
“Oh, per l’amore del cielo, Ansra, rinfodera le unghie. Stai diventando noiosa,” disse Davo, spingendo Kurla verso un sedile, con un sorriso d’avvertimento. “Questa è una nave-cervello, Kurla. Non occorre nessun pilota, basta che ci sediamo, e si parte.”
“Signorina Colmer, se lei...”
E zitta,” disse Davo a Kurla, in tono deciso. “Prima ce ne andiamo, e meglio sarà per Prane, chiaro?”
Kurla si azzittì, ma era ancora insoddisfatta. Per aggravare le cose, Ansra Colmer sorrise trionfalmente della sua capitolazione
“Possiamo andare,” disse Davo, voltandosi verso Helva.
“Grazie, signor Fillanaser, e benvenuti a bordo dela XK-834,” disse Helva, assumendo un tono impersonale. “Allacciatevi le cinture di sicurezza. Signorina Ster, posso chiederle se il Solare Prane soffrirà alle normali velocità di partenza?”
“No, poiché è sdraiato su un materasso antiurto.”
“Ed è imbottito di droghe,” aggiunse malignamente Ansra.
“Il Solare Prane non è sotto l’effetto di nessun sedativo,” scattò Kurla, cercando di alzarsi: ma fu bloccata dalla cintura.
“Ansra, lasciala in pace! Prane non prende droghe, non le ha mai prese!”
“Sto ricevendo istruzioni per il decollo,” mentì Helva per impedire un altro scambio di battute. Poi diede una sbirciatina a Prane. Era sdraiato sul materasso antiurto, ma il decollo gli avrebbe dato dolori insopportabili. Decise che una partenza rapida lo avrebbe fatto soffrire per meno tempo di un’accelerazione graduale. Accumulò energia, e dopo un attimo lo vide svenire per il dolore.
Non appena fu libera dall’attrazione di Duhr e sulla rotta per Regulus, interruppe la spinta e persino la lieve rotazione che di solito manteneva per i suoi passeggeri. Prane era privo di sensi, ma il suo respiro era regolare.
“Devo andare da lui,” stava dicendo Kurla nella cabina principale.
Helva la guardò; e la vide appiattita contro una parete. “Muoviti adagio,” le stava dicendo Davo. “Dovresti essere abituata alla mezza gravità, e dovresti sapere che un’azione violenta comporta una violenta reazione.”
“Il Solare Prane è svenuto prima della spinta massima, signorina Ster,” riferì Helva. “Ma sembra in buone condizioni.”
“Devo andare da lui,” insistette Kurla. “ha le ossa così molli.”
‘Un problema ortopedico?’ pensò Helva. ‘E lo mandavano nello spazio? Ma erano impazziti?’
“Devo riportare la gravità? La rete antiurto…”
“No, no!” protestò Kurla.
“Se credete che io sia disposta a fare tutto il viaggio fino a Regulus in condizioni d’imponderabilità, vi sbagliate tutti quanti,” disse Ansra, rannuvolandosi.
“Più a lungo lui rimane in condizioni di imponderabilità e...”
“Peccato,” ritorse Ansra. “Ma so quello che succede a me, in simili condizioni. E non voglio...”
“Hai i muscoli flaccidi, cara?” sogghignò Davo. “Devi abituarti all’ìmponderabilìtà. Visto che ascolti così attentamente le istruzioni, saprai anche che la compagnia reciterà in condizioni d’imponderabilità. Quindi abituati.”
“Ho anche sentito dire che avrebbero trasferito le nostre menti. E adesso quello che ci va di mezzo è il mio corpo.”
E quello che deve riposare è il corpo del Solare Prane,” ribatté Kurla, cercando di dirigersi verso la cabina. “il regista della compagnia è lui.”
“Veniamo a un compromesso,” disse Davo. “Teniamo mezza gravità quando siamo svegli, e l’imponderabilità quando dormiamo, al sicuro dentro le reti.”
“E’ possibile?” fece Kurla, speranzosa.
“Mezza gravità ti va bene?” chiese Davo ad Ansra, con un inchino beffardo.
“Prane non durerà, neanche in condizioni d’imponderabilità,” disse lei con una smorfia, mentre ascoltava la porta della cabina chiudersi alle spalle di Kurla. Si slacciò la cintura, si raggomitolò sulla poltrona, voltandosi verso Davo. “Non so perché ti ostini a difendere un moribondo. Non discutere: anche il suo cervello ne risente. Lo so. Non dimenticare che lo conosco bene,” proseguì, con un sorriso allusivo. “Ed è la sua mente che deve venire trasferita.” Di colpo, il suo atteggiamento cambiò. “Non hai mai pensato che potresti essere qualcosa di più della spalla di Prane, Davo?”
Helva studiò attentamente l’uomo: aveva creduto che fosse un amico o un assistente di Prane, non un attore. Non aveva il manierismo professionale degli altri due. “Hai un’ottima reputazione come attore classico,” stava dicendo Ansra. “Perché continui a lasciarti dominare da Prane?”
Davo la fissò per un attimo, poi sorrise, tranquillo. “io rispetto Prane Liston professionalmente e personalmente...”
Ansra sbuffò.
“Hai continuato ad aiutarlo: hai tenuto le lezioni per lui, mentre lui sperimentava in caduta libera! Ah! Lo coprivi perché la plebe non scoprisse le debolezze dell’eroe!”
“I miei moventi sono meno sospetti dei tuoi, hai rimandato una tournée di due mesi per andare a far visita al tuo vecchio amico Prane Liston...”
“La mia visita, Davo, è stata più che opportuna,” ribatté la donna, con un sorriso alla saccarina. “E secondo le istruzioni ricevute, quando una persona viene trasferita nel... come si dice? Ah, nell’involucro vuoto che ci aspetta su Beta Corvi, l’aspetto esteriore non conterà più: conterà la bravura. Ho sempre pensato che non dovevi darti ai classici. Con la tua faccia non potevi fare altro che Jago. Ma su Beta Corvi.., tu potresti essere Romeo,” concluse, e il suo sorriso era diventato abbagliante.
“Ma naturalmente non posso, finché Prane Liston resta il regista e Romeo, eh?” Davo si chinò su di lei, con un espressione insondabile. “Non vuoi credere alla verità, eh, Ansra? E non vuoi credere che Prane Liston non sia più cotto di te.”
“Non è di questo che stavamo parlando,” disse Ansra, con maestosa indifferenza. Davo si limitò a sorridere.
“Hai già in mente un regista tutto tuo, eh? Uno che lascerebbe dominare Giulietta. E con un Romeo riconoscente come me, farai una splendida figura senza fare neppure metà della fatica che ti fa fare Prane. Piantala, Ansra,” fece, spazientito. “Prane riesce sempre ad ottenere da te le interpretazioni migliori, nonostante la tua pigrizia. Ma non è questo che conta, stavolta. Non è in gioco solo la tua reputazione. Non te lo ricordi? I Corviki sono in grado di regolare il periodo di qualunque isotopo instabile. Se i Mondi Centrali potranno avere quelle tecniche, rivoluzioneranno i motori e ci permetteranno di raggiungere le altre galassie…” S’interruppe con una risata beffarda. “Se il nostro spettacolo piace ai Corviki, fra un anno potrai recitare nella Nebulosa Testa di Cavallo, Ansra Colmer. O dovrei dire Solara Ansra?”
“Pensaci bene, Davo,” disse lei, tesa. “io non sono altruista: l’altruismo non rende. Non avrei pensato di accettare questa proposta se non fosse stato per l’apparecchio trasferitore dei Corviki.”
Davo la fissò, intento.
“Davo, che significato credi possa avere per i Corviki ‘Romeo e Giulietta’, una antiquata storia d’amore in una struttura sociale improbabile?”
“Sei ancora più ipocrita di quanto pensassi.”
“Noi creiamo illusioni. E con un Romeo dalla mente sconvolta, sarebbe tutto inutile, senza quei trasferitori. Se quell’arnese può funzionare in un’atmosfera di ammoniaca, può funzionare dovunque. E può aprirci dimensioni nuove, in quanto a pubblico...”
“Con la Solare Ansra come diva del nuovo sistema?” chiese Davo.
Helva si chiese se lui aveva capito la fallacia dell’argomento della donna.
“Perché no? Non occorre essere un medico per capire che Prane sta morendo. E’ così debole che si scioglierà sotto la pressione. Ha le ossa della testa così molli che...”
“Le ossa, si: ma non il cervello,” scattò Davo. “E io mi ricordo bene quello che gli devo; morto o moribondo, sarò sempre dalla sua parte. Ricordatelo, Ansra Colmer. E se non la pianti di punzecchiare quella brava ragazza, se non mi dimostri che sei disposta a filare diritto, ti farò protestare. La posta di questa missione è troppo alta, e non possiamo permetterci di avere fra i piedi una dissidente. I calcolatori hanno scelto Prane per la sua bravura: nonostante le sue condizioni fisiche, è pur sempre quello che ha le maggiori probabilità di successo. Stai al gioco, Ansra, o passerò al calcolatore qualche informazione aggiornata sul tuo conto.”
Si alzò dalla poltrona con energia eccessiva, e volò contro il soffitto; a fatica, ridiscese e si avviò verso la cambusa.
“Autopilota, cancelli la conversazione fra me e Davo Fillanaser,” ordinò Ansra con voce dura e incollerita. “E’ chiaro?”
“Sì,” rispose Helva, in tono meccanico.
“Eseguisca. Che cabina mi è stata assegnata?”
“La numero due.”
Helva segui con lo sguardo l’attrice che avanzava nel corridoio, eretta ed ancheggiante, e si sentì soddisfatta di avere provveduto a far risistemare la nave su Nekkar.




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9/9/2011 2:51 PM
 
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(segue)






Non fu una serata piacevole, per Helva. Quando aveva ricevuto l’ordine di partire, non aveva previsto niente del genere.
Davo era taciturno e all’erta, sorvegliava Kurla e Amsra, e passava spesso davanti alla porta aperta della cabina di Prane. Kurla sembrava disperata, anche se cercava
di nasconderlo: ma Helva aveva sentito Prane rifiutare ogni assistenza medica, e adesso sapeva che lui fingeva di dormire per evitare discussioni. Lo sguardo freddo di Ansra seguiva sempre la giovane assistente medica. Helva parlava solo quando le rivolgevano la parola, accettando il ruoo di nave automatica, anche se Davo, presumibilmente, sapeva che cos’era in realtà.
Le discussioni fra Davo e Ansra non avevano aiutato Prane e avevano aumentato la tensione. Helva si chiedeva se lui aveva agito apposta per indurre la donna a dichiarare le proprie ambizioni, usando proprio lei, la nave, come testimonio insospettato. Eppure, se questo era vero, perché aveva cercato di rimettere Ansra al passo?
Ma Helva non voleva occuparsi di quel problema, anche se, naturalmente, poteva testimoniare in favore di Davo.
Non le interessavano l’attrice astuta, l’assistente innamorata e l’attore morente. Amon ci si sarebbe divertito. Romeo e Giulietta in un’atmosfera d’ammoniaca, in condizioni d’imponderabilità, Con Shakespeare come stabilizzatore? In questo, Helva era d’accordo con Ansra: la faccenda era assoIutamente ridicola.
Un lungo sospiro turbò le sue riflessioni. Qualcuno dal sonno agitato? No, Prane era sveglio. “Amen, amen! Ma qualunque dolore sopravvenga, non potrà mai soverchiare la gioia che mi dona in un breve attimo la sua vista.
Unisci le nostre mani con le sacre parole, e poi la morte che divora l’amore faccia ciò che osa, a me basta poterla dire mia!”
La voce di Prane si alzò, tenera e forte, non danneggiata dalla debolezza fisica. Ma la risata che seguì era carica d’amarezza.
“lo non sono un pilota, eppure se tu fossi lontana come la riva del mare più lontano, io mi avventurerei per ottenere quel premio.”
Un’altra lunga pausa, poi: “Tu, disperato pilota, ora precipita sulle rocce strazianti la tua fragile nave! Per il mio amore!”
Un’altra pausa, così lunga che Helva lo credette addormentato.
“O morte, dov’è il tuo pungiglione?
O tomba, dov’è la tua vittoria?”
Helva si sentì fremere al suono di quella voce carica di rimpianto e di desiderio. Vuole morire! Pensa che questa missione l’ucciderà, e vuole morire!
Helva si consolò con una serie delle imprecazioni più colorite di Kira, e si augurò di saperne di più sul meccanismo dei trasferitori psichici di Beta Corvi. Bene, se i Corviki erano capaci di stabilizzare gli isotopi, dovevano essere ingegneri straordinari. Dato che il cervello generava una forma di energia primitiva, era possibile trasferirne la carica da un involucro ad un altro. In teoria era facile: ma in pratica? Poteva esserci una caduta d’energia, una impressione errata nel ricettacolo. Qualcuno poteva uscirne storpiato mentalmente... Helva abbandonò quel pensiero, poiché non disponeva di dati sufficienti. E poi, non era affar suo.
Ma Prane non sarebbe riuscito a morire, con Kurla Ster disperatamente decisa a tenerlo in vita. Helva non sapeva niente dei Corviki, ma sapeva che in tutte le civiltà evolute un essere ragionevole non era mai autorizzato a distruggersi. Kira Falernova s’era accorta a sue spese di quanto era difficile suicidarsi.
E se Kurla non era stupìda, e non Io sembrava affatto, nonostante la terribile infatuazione per Prane, doveva rendersi conto del desiderio di morte di quell’uomo.
Helva rifletté, un po’ confusa. Non sapeva in che modo Prane aveva potuto ridursi in quello stato, in un’epoca in cui la medicina era quasi perfetta. Era chiaro che aveva passato la cinquantina.., ma perché aveva le ossa molli? Si poteva iniettare il calcio nel midollo e aggiungere fosforo alla dieta. Ma Ansra aveva fatto allusione alle droghe, aveva detto che il cervello di Prane era rammollito.., no, le sue ossa craniche. Le ossa craniche non potevano venire ammorbidite dalle leggere droghe, del resto permesse, che aiutavano a migliorare la memoria. Un adulto perde circa centomila neuroni al giorno, e un attore deve avere una memoria efficientissima: Prane si serviva di quelle droghe, indubbiamente... possibile che, usate per lungo tempo, potessero danneggiare le ossa?
Helva controllò i banchi-memoria della nave: ma le droghe autorizzate non avevano conseguenze negative. Forse un attore che recitava su centinaia di pianeti e si esponeva alle radiazioni di soli tanto diversi, poteva subire qualche danno alla struttura cellulare? Un blocco delle proteine? Ma qualche ingegnere medico se ne sarebbe accorto, avrebbe corretto l’enzima difettoso.
Helva guardò l’uomo insonne. Stava mormorando, cambiando voce man mano che passava da un personaggio all’altro. Helva ascoltò, affascinata, per tutta la notte; poco prima dell’alba, finalmente, Prane Liston si addormentò.
All’alba, Helva controllò come al solito tutti i meccanismi di bordo, poi si accertò che non vi fossero altre navi a portata della sua radio. Ne fu irritata, e insieme provò un senso di sollievo.
La prima a svegliarsi fu Kurla, che accorse subito accanto a Prane. Si tranquillizzò quando lo vide addormentato e sereno. Con un tenero sorriso, la ragazza uscì, chiuse la porta, e si avvicinò alla cambusa. Poco dopo, Davo la raggiunse.
“Come sta, stamattina?”
Kurla, in tono difensivo, incominciò a snocciolare termini medici.
“Non mi interessa l’economia interna del tuo innamorato...”
“Prane Liston non è il mio innamorato.”
“Oh, davvero?”
“Davo, ti prego!”
“Non arrossire, mia cara. Scherzavo. Voglio un sì o un no. Prane è in grado di provare, oggi? Recitare nell’imponderabilità sarà difficile, e lui ha detto che vuole riprovare parecchie scene, ora che ha tempo. Helva può darci l’imponderabilità, se gliela chiediamo. Vero, Helva?”
“Sì.”
“Questa nave sembra così umana,” disse Kurla, coe un brivido.
“Lo è, Kurla. Helva è umana. Non è vero, Helva?
“Oh! Se n’è accorto?”
Davo rise della costernazione di Kurla.
“Mia cara signorina Ster, come esperta in medicine, avresti dovuto notare l’identità del nostro comandante!”
“Stavo pensando a tante cose,’ fece Kurla, in tono difensivo. “Ma le chiedo scusa se l’ho offesa, Helva,” fece, girandosi. Il suo sguardo si posò sulla porta chiusa della cabina di Prane, e il suo volto si copri di rossore.
“Lei è stata discretissima, mia cara,” rispose Helva. “Come cerco di essere anch’io,” aggiunse, in tono così tagliente che Davo comprese il rossore di Kurla.
“Il senso dell’onore cibernetico, eh?” chiese lui, con uno scintillio negli occhi.
“Sicuro, e la dimostrazione che noi siamo degni di fiducia, leali, cortesi, onesti, gentili e incorruttibili.”
Davo rise, fino a quando Kurla lo zittì, indicando la cabina di Prane.
“Perché? Voglio che si svegli e che si alzi. E dovrebbe fargli bene svegliarsi al suono d’una sana risata.”
“Una buona battuta,” osservò Prane, aprendo la porta. Sorrideva leggermente, a testa alta: ogni traccia di stanchezza era sparita. Non aveva riposato molto, ed Helva lo sapeva, ma sembrava persino più giovane. “Dobbiamo attaccare, Davo?” domandò.
“Non farai niente di niente, Solare,” intervenne Kurla, “se prima non avremo mangiato.”
Lui accondiscese, docilmente. Benché fosse decisa a stare alla larga dai conflitti di quel quartetto, Helva assistette alla prova con un vivo interesse. Kurla, promossa suggeritore, ricevette un copione.
“E adesso,” incominciò energicamente Prane, “ricordiamoci che non sappiamo cosa ne pensano i Corviki dei duelli, se pure hanno un’istituzione di questo genere. Non sappiamo se sono in grado di capire il codice arcaico che rendeva inevitabile questo duello. La nostra compagnia non ha il compito di interpretare le nostre antiche morali. Secondo il comandante della nave esploratrice, i Corviki sono stati affascinati dal concetto di certe formule speciali (l’equipaggio stava assistendo all’Otello) intese puramente a sprecare energia alla ricerca di un’eccitazione, senza uno scopo pratico.” E rise, imbarazzato.” Sono sempre stati in molti a pensare che il teatro è uno spreco di energie. Ma è inutile che cerchiamo di interpretare Shakespeare come se fosse un testo di sociologia. Dovremo recitarlo come l’avrebbe recitato la compagnia del Globe.”
“E allora la parte di Giulietta dovrebbe farla un ragazzino,” ricordò maliziosamente Davo.
“Non pretendo una fedeltà all’originale spinta fino a questo punto.” rise Prane. “La distribuzione delle parti rimane com’è. Avremo già abbastanza guai a recitare nell’ imponderabilità e ad abituarci agli involucri che ci daranno i Corviki. Quando arriveremo a Beta Corvi avremo solo il problema di abituarci alla nuova forma. Credo che sarà più o meno come cambiare costume.
“Bene, Davo, tu, come Tebaldo, entri in scena dal basso. Benvolio e Mercuzio staranno a sud, e io, come Romeo, mi avvicinerò da est su una eclittica.”
Tutti e due avevano già lavorato in imponderabilità, notò Helva, perché riuscivano a muoversi perfettamente, simulando l’energia di un affondo e l’eleganza di un arretramento quasi danzato. Ma quei movimenti richiedevano un grande sforzo fisico: poco dopo, tutti e due stavano sudando, mentre provavano e riprovavano il duello.
Finalmente riuscirono ad eseguire la scena per due volte di fila in modo perfetto. Helva era sbalordita dalla prestazione di Prane.
Ansra entrò galleggiando nella cabina principale e l’atmosfera cambiò così bruscamente che Helva controllò i suoi apparecchi di allarme, d’istinto.
“Buongiorno, mia buona signora,” fece Prane, nervosamente. “Attacchiamo la scena del balcone, bella Giulietta?”
“Mio caro Solare, hai già faticato abbastanza con Davo. Hai voglia di continuare?”
Prane esitò un attimo, poi s’inchinò, con un sorriso spontaneo.
“Tu, come Giulietta, devi stare in alto, mia cara,” e indicò con un gesto lo spazio in cui lei avrebbe dovuto recitare.
Ansra alzò le spalle e si lanciò verso l’alto.
“Dammi la battuta di Benvolio, per piacere,” chiese Prane a Kurla.
L’arrivo di Ansra aveva sconvolto la ragazza, che sfogliò nervosamente le pagine.
“Atto secondo, scena prima, Kurla,” mormorò Davo.
Helva portò la propria voce sul registro tenorile.
“Vai, dunque, poiché è vano cercare colui che non vuole essere trovato.”
“Cribbio, e questo chi è?” gridò Prane, girandosi sbalordito.
“Io,” fece dolcemente Helva, con la sua solita voce.
“Può cambiare voce a volontà?”
“Oh, è questione di proiezione, vede. E poiché la mia voce viene riprodotta attraverso un sistema audio, posso scegliere il registro più adatto.”
Ansra era rimasta ancora più sbalordita di Prane.
“Ma come ha potuto leggere la battuta?” chiese quest’ultimo.
“Ho letto il testo nei banchi-biblioteca,” disse Helva. Non raccontò che durante la sua infanzia aveva seguito con passione molti vecchi film. Era stato il suo hobby... e adesso aveva letto solo la propria memoria.
Prane allargò imprudentemente la braccia e dovette frenarsi per non volare fino al soffitto.
“E’ una fortuna incredibile. Potrebbe leggere qualcosa d’altro?”
“Cosa? Fai un’audizione a una nave, Prane?” chiese Ansra, come se volesse dargli del matto.
“Se non sbaglio,” intervenne sardonico Davo, “Helva è famosa come la nave che canta. Avrai visto senz’altro quel documentario su di lei, qualche anno fa, vero, Ansra? Certo che l’hai visto! Recitavamo insieme i tragici greci a Draconis!”
“Se non ti spiace, Davo,” s’intromise Prane, accostandosi alla colonna di Helva. “Lei è la nave che canta?”
“Si.”
“Vorrebbe avere la gentilezza di leggermi la tirata della Nutrice, atto primo, scena terza, quando Dama Capuleti e la Nutrice parlano del matrimonio di Giulietta? Incominci da: ‘In tutti i giorni pari o dispari dell’anno...”
“La nutrice deve essere un tipo terrestre?”
“Si, fortunatamente non rigenerato. Le sue battute sono un trionfo della caratterizzazione: solo lei può recitarle. Voglio dire, il testo è una caratterizzazione perfetta.”
“Credevo che questa fosse una prova della mia scena, non una conferenza,” osservò acida Ansra.
Prane la zitti con un gesto autoritario.
“La prego...”
Helva si rassegnò a prendere parte attiva alla prova, e rispose come se fosse stata la nutrice Angelica.

Helva chiese una pausa, dopo parecchio tempo, con il pretesto di effettuare certi calcoli che la preoccupavano. Ma quello che la preoccupava era l’umore di Ansra.
Davo e Kurla avevano letto diligentemente altre parti, Davo con straordinaria aderenza ai vari personaggi, Kurla con una discreta abilità nella parte di Dama Montecchi. La Giulietta di Ansra invece, diventava sempre meno convincente. Leggeva, invece di recitare, e non reagiva alla passione, all’entusiasmo giovanile di Romeo-Prane. Era un pezzo di legno. La voce era giovane, i gesti da adolescente, ma non proiettava le qualità tipiche di Giulietta. Prane la consigliava, gentilmente, ma il comportamento di Ansra non cambiava.
Appena Helva si fu ritirata dalla prova, Kurla annunciò che era ora di mangiare qualcosa di caldo. Poi insistette perché tutti si riposassero un po’. Helva osservò, furtivamente, mentre Kurla controllava Prane con il suo apparecchio medico. Anche lei fu sbalordita di trovare il Solare in buona forma, dopo la fatica delle prove.
“Devi riposare, Solare Prane. Non mi interessa quello che dice il registratore. Devi recuperare le energie,” disse Kurla, in tono fermo. “Sono stanca persino io!”
Prane ebbe una smorfia fanciullesca ma si distese sul materasso antiurto, senza protesta, e chiuse gli occhi. Kurla Io copri, teneramente. Poi usci dalla cabina. Prane riaprì gli occhi di colpo e il suo sguardo apparve inequivocabile, ai visori di Helva. Dunque, Kurla era veramente il sole, per Prane, e Ansra era l’invidiosa Luna, pallida per la rabbia...
I passeggeri si addormentarono: tutti, eccetto Prane. Incominciò a recitare il Riccardo III, dal ‘Questo è l’inverno della nostra infelicità’, di Gloucester, fino al ‘La pace rivive! Possa vivere qui a lungo, con la volontà di Dio!’ di Richmond. Helva approvò quella scelta: era perfettamente intonata alle circostanze di quella giornata.
Verso l’alba, Helva ricordò improvvisamente un particolare e, rimproverandosi per la propria ottusità, chiamò Regulus col raggio.
“Mi fa piacere di sentire di nuovo la tua voce,” rispose affabile l’operatore del Cencom.
“Questa tua gentilezza non mi piace. Cosa mi state preparando? Non un’altra missione senza compagno, spero... perché la rifiuterò. Ho i miei diritti!”
“Uh, come siamo suscettibili. Perché sei così sospettosa? E così tonta?”
“Per farti sapere le mie intenzioni. E adesso ascoltami bene: c’è una cabina libera.., no, un appartamento, nella Stazione Orbitale, nel settore imponderabilità?”
“M’informerò. Ma perché?”
“Informati e rispondi.”
“Risposta affermativa. C’è.”
“Benissimo. Disponi perché venga assegnato al Solare Prane e ai suoi accompagnatori. Voliamo in imponderabilità, per prepararli alla loro missione, e non voglio che siano costretti a riabituarsi alla gravità normale.”
“Buona idea. Ma questo incarico non ti va?”
“Non usare quel tono con me, Cencom!”
“Ma se te li prendi tanto a cuore da sistemarli in orbita!”
Helva esitò. Non doveva mostrarsi preoccupata.
“Mi hanno abituata ad essere prudente. Sarebbe un peccato farli tornare alla gravità, adesso che si sono abituati alla caduta libera.”
“Non preoccuparti, Helva. La missione a Beta Corvi ha la priorità assoluta.”
“Senti, mi incuriosisce quella faccenda del trasferimento della psiche...”
“Calma, ragazza mia. Non farmi domande, dopo quello che mi hai detto!”
“Bene, starò zitta, ma il tuo è un comportamento meschino!” Ed Helva spense il raggio. Fino a quando i passeggeri non si svegliarono, continuò a meditare sui commenti della Centrale. Volevano che compisse quella missione: ma lei avrebbe resistito fino a quando non le avrebbero dato un compagno.


Helva non avverti i passeggeri degli accordi che aveva preso per sistemarli: si limitò ad agganciarsi al portello della Stazione Orbitale, come se quella fosse stata la destinazione stabilita fin dall’inizio. Sotto di loro c’era Regulus IV, che splendeva nella luce riflessa del suo sole.
“Ci avevano detto che saremmo scesi alla Base di Regulus!” protestò Ansra, fissando minacciosamente l’attendente che si era presentato al portello.
“Se qui c’è l’imponderabilità, preferisco restare,” esclamò Davo.
“Ridicolo!” continuò Ansra, rivolgendosi all’attendente. “Voglio essere portata alla Base. E voglio vedere l’ufficiale incaricato di questa missione.”
“La XH-834 raggiungerà la Base dopo avere scaricato qui i passeggeri, signorina Colmer” mormorò l’uomo, per calmarla.
“Se vuole ritornare nella cabina principale, signorina Colmer, potrò chiudere il portello,” disse Helva, vedendo che Prane e Kurla erano entrati nel portello della Stazione. L’attendente spinse i bagagli e uscì a sua volta. Helva chiuse il portello esterno, e Ansra fu costretta a rientrare.
“Le farò rapporto, razza di... di...”
“Spia? Mostro? Canaglia?” suggerì gentilmente Helva
“La farò mandare in disarmo, sgualdrina placcata di latta!”
In quel momento, Helva si mise in moto, scaraventando Ansra sulla poltrona più vicina. E la tenne li inchiodata a bestemmiare.
“Si pentirà della sua insolenza, attricetta da quattro soldi e senza corpo!” sibilò finalmente Ansra quando furono arrivate, mentre si avviava verso l’ascensore.
“Mi rincresce molto che lei abbia sofferto nella manovra del rientro, signorina Colmer. Le avevamo consigliato di fermarsi alla stazione,” tuonò Helva, accendendo l’altoparlante esterno, perché la sentissero quelli a bordo del veicolo che era venuto a prendere la donna.

“Ehi, Helva, che diavolo hai fatto a quella Colmer?” le chiese il Cencom, poco dopo, sulla banda privata. “Se non fossi la cocca di tutti i pezzi grossi, ti buscheresti un’ammonizione e la multa. Quella ha qualche buon amico in alto loco, sai.”
“Allora è per questo che la mandano in missione.”
“Senti, ragazza mia, io sono dalla tua parte, ma un’osservazione di questo genere...
“Se volessi essere veramente cattiva, ti farei ascoltare qualche registrazione non censurata delle conversazioni che ho avuto occasione di godermi in questo viaggio.”
“Per esempio?”
“Ho detto ‘se volessi essere ‘cattiva’.” Tolse la comunicazione, e si guardò intorno per cercare una compagnia più divertente.
Sul campo d’atterraggio c’erano almeno venti navi-cervello. Un congresso? Una rimpatriata? Scorse subito Amon, e cinque navi della sua classe. Cercò di comunicare con la VL-830, ma non ci riuscì: non riuscì a comunicare neppure con le altre navi: le frequenze erano sovraccariche.
E tutti quanti aspiravano alla missione su Beta Corvi? Chiese alla torre di controllo di trovarle un altro spazio libero, possibilmente vicino agli alloggi dei piloti. Dovevano esserci pure altre navi che avevano voglia di chiaccherare con lei.
“Felice di risentirti,” intervenne il Cencom. “Gli ordini sono di startene lì, chiaccherona.”
“Posso avere almeno un po’ di compagnia? Qualche pilota? Ricordati che mi hanno promesso un braccio, questa volta. E dovete darmelo. Se sapessi cosa deve sopportare una povera ragazza indifesa...”
“Posso prometterti compagnia,” ammise brontolando l’operatore, e tolse la comunicazione.
Helva attese, con i circuiti aperti, e l’ascensore a terra. E attese. Cominciava già ad irritarsi quando ricevette la richiesta di salire a bordo. Attivò l’ascensore, impaziente, e fu stupita quando vide che ne usciva una persona sola.
“Tu non sei un braccio.”
“Grazie, amica,” disse l’ometto nervoso, con una voce anche troppo familiare.
“Tu sei...”
“Niall Parollan, di Regulus, il tuo ufficiale coordinatore delle comunicazioni, Grado Planetario, Supervisore di Sezione, Divisione Navi-Cervello dei Mondi Centrali.”
“Hai un bel coraggio!”
Lui sogghignò amabilmente, per niente intimidito. Chiuse il portello, si accomodò sulla poltrona di fronte alla colonna. L’uniforme era regolamentare, ma tagliata su misura; e portava preziosi stivali di lucertola mizariana.
“Accomodati,” fece ironica Helva.
“Grazie. Ho pensato che dovevamo conoscerci meglio, adesso che sono il tuo supervisore.”
“Perché?”
Lui la guardò malignamente e sorrise.
“Volevo vedere per quale ragione tutti si azzuffano per avere Helva, la XH-834”
“I piloti?” Helva si sentì felice.
“Come sei famelica! Bisogna controllare la tua alimentazione?”
“Non mi fido dite, Parollan,” annunciò Helva, dopo una pausa. “Non c’è nulla da vedere... di Helva.”
“In questo ti sbagli, ragazza mia,” fece lui. “Sì, c’è qualcosa...”
“Mi sono fatta riverniciare su Nekkar.”
“Lo so. Ho controllato i conti.”
“Ingrati. Speravo di averlo gratis.” Poi, quando lui ridacchiò della sua sorpresa, Helva aggiunse: “Se hai controllato i miei conti, saprai che posso permettermi di pagare la penale per il rifiuto della missione.”
“Oh, e mordi, anche!” rise Niall, estasiato. “Non scherzi, vero?”
“Neanche per un microsecondo Voglio un braccio, Parollan, e non uno scocciatore come te.”
Lui continuò a ridere.
“Adesso capisco il perché.” Poi, di colpo, si rifece serio. “Sentimi bene. La missione a Beta Corvi richiede una capacità diplomatica insolita da parte di entrambi i compagni, poiché il braccio e la mente saranno a contatto diretto con i Corviki per tutta la durata della missione. La persona ingusciata, inoltre, ha la responsabilità del controllo diretto e discrezionale dei meccanismi di trasferimento psichico... un controllo che rende necessario l’uso di un nuovo contatto di sinapsi.”
Helva fischiò. Questo voleva dire aprire il guscio di titanio: un’esperienza dura per una persona ingusciata. Nel peggiore dei casi, poteva derivarne un grave trauma.
“Le navi delle due classi più recenti non richiederanno la manomissione del guscio: sono già dotate di cavi supplementari, previsti in caso di future modificazioni.”
“E questo esclude Amon,” osservò Helva.
“Lui è escluso comunque,” disse NiaIl. “Non ha mai sentito parlare di Shakespeare e il suo braccio non saprebbe cavarsela neanche in una recita parrocchiale.”
“Anche il braccio deve recitare? Bene, questo ovviamente esclude me, poiché per il momento non ho un compagno, vero?”
“Dio mi salvi dalla tua lingua, quando t’infuri davvero. Ecco, Chadress Turo è stato richiamato in servizio attivo...”
“Un altro compagno temporaneo? No, assolutamente no.”
“Per avere questo incarico, parecchie navi sarebbero dispostissime a cambiare compagno. Avanti, Helva,” gridò Parollan, “non fare la testarda. Ascoltami. Non ti sei mai ostinata cosi... a torto.”
Helva digerì in silenzio quell’accusa.
“Ti ascolto.”
“Oh! Questa è la mia Helva”’
“Non sono la tua Helva.”
“Parli come Ansra Colmer.”
Helva sibilò indignata.
“Sicuro. Ti fai forte del tuo prestigio,” insistette NiaIl. “Quella donna non avrà tentato di far cancellare il nome del Solare Prane dalla missione, per caso? Se lo ha fatto, io...”
“Ha molti appoggi influenti,” disse Niall: una certa tensione nel suo atteggiamento mise Helva in guardia.
Lei ridacchiò sottovoce, e Niall reagì.
“Me l’immaginavo,” rise forte Helva. “I suoi appoggi non servono a nulla, finché la curva delle probabilità favorisce ancora Prane. E non è accaduto nulla che abbia cambiato la situazione, vero?”
“Uh, gli attori chiacchierano a vanvera,” ringhiò Parollan assumendo un’aria acida. “E tu devi avere ascoltato i loro incubi, la notte.”
“Ti ho già detto che ci sono stati episodi veramente drammatici. Se quella donna insiste troppo per eliminare Prane, fammelo sapere.”
Niall alzò la testa di scatto, illuminandosi.
“Helva, non capisci quanto potresti esserci utile? Sai che Ansra se ne è andata da una nave all’altra, a sondare i cervelli e i loro compagni? E sta raccomandando la nave più comprensiva al Comandante Railly!”
“E’ capace di riuscirci, anche. Se fossi in te, direi a Davo Fillanaser di farla protestare: ha intenzione di rubare la scena a Romeo.”
“lo lo so!” Niall balzò dalla poltrona e cominciò a camminare avanti e indietro. “E tu lo sai. Ma quella è influente, e la curva delle probabilità la indica come la Giulietta più adatta. Non possiamo liberarcene. Abbiamo bisogno del tuo aiuto!”
Helva tacque, di proposito.
“Prane ha chiesto se sei disponibile.”
“E’ una comunicazione ufficiale di missione, supervisore?”
“C’è di mezzo un premio triplo, Helva.” Parollan non capitolava.
“Non me ne importerebbe neanche se comportasse un tagliando per la manutenzione gratis per tutta la mia esistenza, Parollan. Conosco i miei diritti. E’ una comunicazione ufficiale di missione?”
“Che razza di testarda!” urlò Parollan. Girò sui tacchi e uscì dalla cabina, senza neppure voltarsi indietro.
Helva era infuriata per gli insulti, i modi arroganti, le argomentazioni contorte, i ricatti velati e gli sfacciati tentativi di corruzione che aveva dovuto sopportare da parte di quell’uomo. Non sapeva come avesse fatto a diventare supervisore: ma lei aveva i suoi diritti, e intendeva scegliere...
Qualcuno chiese il permesso di salire a bordo.
“Se sei venuto a chiedermi scusa, Niall Parollan...”
“A chiedere scusa? Siamo in ritardo? Ma se ci hanno appena avvertiti!” gridò una voce baritonale. Helva tacque il tempo necessario per distinguere una mezza dozzina di voci garrule.
“Chi vuole salire a bordo?” domandò.
“Sembra proprio arrabbiata,” disse un mormorio rauco. “Veniamo dagli alloggi dei piloti e vorremmo.., vorremmo...”
“Corteggiarla, è il termine giusto, stupido,” suggerì il sussurro rauco.
“Permesso accordato,” disse Helva, cercando di escludere il tono acido della propria voce.
Sette persone, cinque uomini e due donne, si stiparono nell’ascensore, brontolando perché ci stavano stretti. Helva sentì lo sforzo del meccanismo; poi i sette si precipitarono nella cabina, Helva fissò quelle belle facce sorridenti: persone alte e forti ansiose di compiacerla, di corteggiarla, di essere i suoi compagni.


Quando si sparse la voce che la XH-834 veniva corteggiata, arrivarono altri piloti. Helva doveva riabbassare l’ascensore non appena l’ultimo arrivato era uscito dal portello: non fu strano che Kurla Ster uscisse nella cabina senza preavviso.
“Ehi, cosa aspetti, ragazza? Accomodati e mettiti pure in concorrenza con noi,” l’incoraggiò qualcuno.
“Non è una concorrente, ragazzi,” cantilenò Helva. “Lasciatela andare nella cabina del pilota.”
Kurla alzò una mano, per protestare, confusa e imbarazzata. Gli altri la sospinsero verso la cabina.
“E’ successo qualcosa al Solare, Kurla?” chiese Helva, non appena la porta si chiuse. La sua incertezza venne spazzata via dal grido di Kurla.
“Allora lui ti sta a cuore!”
“Rispetto Prane come artista e come essere umano,” rispose Helva, scegliendo con cura le parole; e intanto si chiedeva se era stato Parollan a mandarle la ragazza.
“E allora perché hai rifiutato la missione, dopo che lui ti ha richiesta?” chiese la ragazza, con un tono stridulo.
“Non ho rifiutato la missione.”
Kurla strinse la labbra.
“Allora Ansra Colmer è riuscita a farti escludere.”
“Non ne so niente, Kurla. Mi hanno interpellata... ufficiosamente... e mi ha lusingata molto sapere che il Solare Prane mi aveva richiesta. Ma ho anche spiegato... ufficiosamente... che non voglio altri incarichi con un compagno temporaneo.
“Non capisco. Credevo che fosse per via della Colmer. O perché non capivi che Prane aveva bisogno di te? Non c’è nessun’altra nave che conosca Shakespeare e che lo sappia recitare! E Prane ha pensato che tu potevi interpretare la parte della Nutrice: la tua bravura l’ha impressionato... eri perfetta, un miracolo! E lui ha bisogno di contare su quanto c’è di meglio. Deve essere tutto perfetto..” Kurla faticava a controllare la propria voce. “Tutto perfetto...”
“Perché lui è alla fine?”
Kurla si lasciò cadere sulla cuccetta, con gli occhi pieni di lacrime.
“Dio mi salvi da una donna che piange,” esclamò irosamente Helva. “Dunque, è il canto del cigno di Prane, e tu hai deciso che io sono la nave che dovrà cantarglielo?”
“Ti prego... se hai in te un grammo di umanità...” poi Kurla si portò le mani alla bocca, pentita di ciò che aveva detto.
“In effetti, sono umana per ventidue chili, Kurla...”
“Oh, Helva, scusami,” balbettò la ragazza. “Non volevo offenderti. E non avevo il diritto di venir qui. Ma speravo di poterti spiegare...”
Si alzò in piedi, a fatica.
“Ti prego di dimenticare la mia visita,” disse, con voce più secca. “Ho agito d’impulso, e ho sbagliato.”
“E’ vero che nessuna delle altre navi conosce Shakespeare?”
“lo non mi abbasserei mai a dire una bugia.
“E Ansra sta complicando le cose.”
Kurla sembrò rinunciare ad ogni dignità: si appoggiò alla porta, stancamente.
“Fa allusioni atroci sul conto di Prane. Dice... non importa. Ma cerca di screditarlo di fronte agli altri attori. E... e... Helva, non mi fido di quella donna.”
“E allora falla protestare, sciocchina.”
“lo? Ma cosa posso fare, io? lo sono un’assistente medica.”
“Kurla, quell’uomo sta morendo. Non puoi farti illusioni...”
“No, non mi faccio illusioni.” La ragazza si raddrizzò. “Ma non voglio che venga privato di quest’ultima, perfetta interpretazione. Non gli resta altro che la sua arte.”
“Ma tu hai influenza su di lui. Convincilo a sostituire Ansra.”
Kunla scosse il capo, tristemente.
“Non lo farà. La ritiene la migliore Giulietta che esista, e per questo è disposto a sopportarla. E lei lo era davvero, quando provavano a Duhr. Poi, è cambiata. Da un giorno all’altro. Ma Prane non la sostituirà: e Ansra lo distruggerà, Helva. Lo so. Riuscirà a distruggerlo.”
“Non ci riuscirà, finché io la terrò d’occhio,” rispose con fermezza Helva.
Chadress Turo arrivò con una rapidità che a Helva apparve sospetta, ma lei sapeva che non era stato Parollan a mandarle Kunla. E trovò Chadress simpatico. Non poteva essere andato in pensione da molto tempo, perché il suo passo era elastico e il suo corpo forte e scattante. Portava una serie di stelle al merito, ma nessuna medaglia e questo significava che era molto efficiente, ma non eccezionale.
“Benvenuto a bordo, Chadress Turo di Marak. E’ piacevole avere un compagno, anche per poco tempo.”
Chadress captò quella sfumatura caustica.
“Spero di non essere io, la causa del tuo malcontento.”
“No. E la tua è la prima faccia allegra che vedo da un po’ di tempo.”
“Hanno dovuto portarmi fin qui in incognito, per sottrarmi all’indignazione degli altri piloti,” fece Chadress, con uno scintillìo negli occhi. “Oh, gli passerà. Succede sempre cosi. Comunque, ufficialmente, tutti sono entusiasti di te: il supervisore Parollan sì vanta di essere stato lui a convincerti ad accettare...”
“Quella faccia di bronzo ha la spudoratezza di...”
“Me l’immaginavo “ rise Chadress. “Ma non importa. Non ero il solo a pensare che tu eri l’unica nave in grado di compiere questa rnissione. Sarà una missione molto importante. e con un carico di esplosivo...”
“Di personalità esplosive, vuoi dire?”
Chadress rise.
“Ho conosciuto molti attori.., io stesso sono un buffo classico, ed è per questo che mi hanno richiamato in servizio.” E aggrottò la fronte. “Ne sono stato felicissimo. Sono convinto che noi piloti dovremmo morire in servizio. Beh, lasciamo perdere. Ecco il nastro della missione.” E lo inserì nella fenditura. Poi chiuse il portello, e lasciò acceso solo l’audio, sedette nella poltrona per ascoltare.
Helva si stupì: sapeva già quasi tutto, di quella missione. L’operatore di Nekkar era stato davvero bene informato.
Una nave esploratrìce aveva intercettato emanazioni pulsanti di energia potentissima nei pressi di Beta Corvi, e aveva accertato che le emanazioni provenivano dal sesto pianeta, un gigante dall’atmosfera di ammoniaca. Allora s’era inserita in orbita. Prima che l’equipaggio potesse preparare le sonde da mandare in quell’atmostera corrosiva, i Corviki avevano stabilito il contatto.
“Mi è parso che una mano gigantesca mi coprisse la testa e mi imprimesse le nozioni nel cervello,” era il commento del comandante della nave.
Quell’insolito sistema di comunicazione era comunque efficiente: i Corviki avevano accertato la natura dei loro visitatori inattesi, e avevano scoperto l’esistenza di qualcosa che a loro mancava, per quanto fossero estremamente evoluti dal punto di vista scientifico.
“Immagino che la migliore analogia sia questa” continuò la voce del comandante della nave. “Un ricercatore che ha dedicato cinquant’anni della sua esistenza allo studio, si guarda attorno all’improvviso, e scopre che esistono anche altre cose… come le ragazze e il sesso. Capisce la teoria, ma non la sua applicazione, e ci tiene ad impararla.”
‘Romeo e Giulietta’ era un campione della merce che aveva destato la curiosità dei Corviki. Se l’interpretazione fosse stata accettabile, gli umani avrebbero dovuto insegnare recitazione ai Corviki, i quali avrebbero pagato rivelando i metodi di stabilizzazione di certi isotopi transuranici, che erano abitualmente inutilizzabili a causa della brevità del loro periodo. I Mondi Centrali morivano dalla voglia di conoscere quei metodi, e la XH-834 doveva assicurare il successo della ‘missione drammatica’.
“E va bene, tentiamo,” disse Helva.
“Non mi sembri molto sicura.”
“E’ tutto troppo semplice. Per esempio: il trasferitore della psiche. Come possiamo essere sicuri che non ci sia un trucco, e che i nostri non restino intrappolati negli involucri Corviki?”
“E’ proprio per questo che ti daremo un congegno di sicurezza e un controllo a tempo.”
“Credono che i Corviki mi bloccheranno per amore della Giulietta della Colmer?”
Chadress sogghignò, ma gettò sulla ‘console’ il disegno del trasferitore.
“Ci hanno studiato sopra tutti gli specialisti della Galassia. Non c’è nessuna trappola. E questi apparecchi li fabbrichiamo noi, non i Corviki. Loro ci hanno avvertiti che per la nostra forma di vita il limite di resistenza è sette ore.”
“Ah!”
“Calma. Il trasferitore ha un comando a tempo, regolato per un massimo di sette ore, dopodiché richiama la psiche. Non può succedere niente.”
“E dopo il limite massimo, cosa succede ad una personalità se...”
“Non inventare altri problemi, ne abbiamo già anche troppi. Ma ho parlato con il comandante della nave espIoratrice, ed è entusiasta del sistema. Dice che è l’ideale, per un gruppo di attori. Basta pensare di voler essere sulla superficie del pianeta e, tac!, ci sei. Senza dolore e senza fatica. Una semplicità assoluta.”
“La semplicità finisce quasi sempre in una catastrofe.”
Chadress le diede della pessimista e continuò a spiegare. Helva pensò ad una mezza dozzina di fattori che potevano rovinare tutto, e quello meno pericoloso era proprio il trasferitore della psiche.

L’adattamento che lei aveva subìto era anche più semplice. Ed era molto ìngegnoso, ammise, esaminando il piccolo apparecchio con le lenti del microscopio. Avrebbe collegato alcuni fili infinitesimali già inseriti nel cervello: uno nell’area che controllava i nervi ottici, perché il trasferitore della psiche era azionato da quella parte del cervello umano. Altri due erano fissati ai centri dei riflessi che le avrebbero permesso di calcolare il tempo e di staccare il collegamento psichico degli altri umani.
L’operazione cui l’avevano sottoposta era stata effettuata sotto anestesia, e Helva detestava quell’idea. Era stato tremendo sentire il Comandante della Base di Regulus pronunciare le sillabe che azionavano il pannello che dava accesso al suo guscio, dietro la colonna di titanio. Le era sembrato di rimanere esposta e vulnerabile per l’eternità, prima che l’uomo premesse il pulsante dell’anestesia. Lei aveva lottato istintivamente contro l’incoscienza: era quello che aveva provato la povera 732? 0 la pazzia aveva cancellato la paura, in lei?
Helva non aveva concluso quel pensiero: e si era accorta di avere ripreso conoscenza. Si guardò attorno, sbalordita, e vide la cabina vuota. S’irritò perché il Comandante Railly aveva osato lasciarla priva di protezione. Poi notò che era passato parecchio tempo da quando Railly aveva pronunciato la parola chiave: diciotto ore, venti minuti e trentadue secondi, per l’esattezza.
“Ti sei svegliata, Helva?” Chadress entrò nella camera stagna. “Hanno calcolato al secondo. Hai il mal di testa?”
“Mal di testa? E come potrei? Non ho i riflessi del dolore.”
Poi Helva si guardò attorno: accanto ai divani erano stati sistemati i trasferitori, ed erano state fissate alcune cuccette alle paratie di tutte le cabine, nella cabina del pilota era stata aggiunta un’altra tavola.
“A quanto pare sono diventata una tradotta.”
“Davvero,” fece Chadress. “E la truppa sta arrivando.”
Cinque uomini arrivarono con l’ascensore. Chadress li presentò, ma per Helva era più facile ricordarli con i nomi dei personaggi che avrebbero interpretato. Le presentazioni furono interrotte da un ululare di sirene e dall’arrivo di un drappello di veicoli.
“Ansra ha organizzato lo spettacolo,” annunciò seccamente l’uomo che faceva la parte del Principe Escalo. Nessuno se la prese quando Chadress rifiutò l’accesso agli estranei, incluso il Comandante Railly. Railly non vi fece caso, gli altri dovettero subire, e Ansra fu costretta ad accontentarsi di sorridere ai suoi ammiratori mentre saliva verso il portello.
“Eccomi di nuovo qui, Helva,” disse in un tono allegro che non ingannò la nave-cervello.
“Benvenuta a bordo, signorina Colmer.” ‘Mi hai dato la battuta introduttiva,’ pensò Helva, ‘e io ti rispondo con la battuta giusta’. Subito il Cencom (e l’operatore non era Niall Parollan) le diede il via per la Stazione Orbitale. Poco dopo, Helva si agganciò al portello del Settore lmponderabilità.
La scena era molto simile a quella dell’imbarco a Duhr: Davo, il Solare Prane e Kurla al centro di un gruppo di persone sorridenti. Ma stavolta entrarono tutti quanti, abilmente, si accomodarono sulle poltrone e si allacciarono le cinture di sicurezza; senza perdere tempo.
Prane appariva così allegro e sveglio che Helva diede un’occhiata a Kurla, il cui atteggiamento le avrebbe spiegato meglio le vere condizioni di salute dell’attore. La ragazza era raggiante, orgogliosa, sicura. Rivolse un cortese cenno di saluto ad Ansra, che sorrideva a tutti con un sorriso stereotipato.
Per contro, Davo era stanco e pensieroso. Si diresse subito verso una cuccetta, e fissò la rete di sicurezza. Prane venne a librarsi di fronte a Helva.
“Desidero ringraziarla infinitamente di avere accantonato le sue esigenze personali e di avere accettato questa missione. Il Comandante Railly mi ha assicurato che lei avrà la priorità di scelta, al suo ritorno.”
Helva non ebbe il tempo di chiedersi perché quelle parole la turbassero: la Stazione Orbitale diede il via, e augurò a tutti buona fortuna. Chadress manovrò i comandi a mano, secondo l’etichetta di rito: ma Helva era così abituata a fare da sola che le seccò stare a guardare. Non che Chadress fosse un incapace... Accidenti, pensò, guardandosi attorno, ma come aveva fatto a lasciarsi convincere?

Non appena Chadress annunciò di avere ristabilito l’imponderabilità, Prane volle incominciare le prove. Per prima cosa spiegò ai cinque uomini saliti a bordo alla Base tutte le scene che non avevano ancora provato con lui. Avevano tutti lavorato in condizioni d’imponderabilità, e conoscevano bene le loro parti. Avevano bisogno soltanto di abituarsi ai movimenti ed alla voce della Nutrice che usciva dalla parete. Ma Ansra cominciò a fare la difficile. Avanzò ondeggiando verso Prane, forse per incantarlo, o forse per intimidirlo.
“Prane, io sono capace di proiettare qualunque emozione, ma come posso fingere che una.., una voce astratta sia la Nutrice? Come posso recitare con una parete? E, se posso chiederlo.., come potrà Helva abituarsi all’imponderabilità, dato che non si è mai servita di un corpo?”
“Le istruzioni sui movimenti di scena sono chiarissime, e impresse nei miei circuiti. Perciò non posso sbagliare... finché lei sarà la Giulietta che dovrebbe essere.” rispose Helva.
Nessuno rise. Ansra si rimise in posizione mordendosi le labbra, accigliata. Ma anche se aveva detto di essere capace di proiettare qualunque emozione, in realtà rimase legnosa e distratta. Non si accendeva alle parole di Romeo, e Helva non riusciva a capire perché: quell’uomo era ispirato, e trasmetteva agli altri l’ispirazione.
Prane, dopo diversi giorni passati nell’imponderabilità che alleviava la pressione sulle sue ossa spugnose, ed esaltato dai buoni risultati delle prove, trasudava vitalità ed entusiasmo, e appariva instancabile.
Arrivarono alla scena IV dell’atto I: erano in scena Prane, Mercuzio, Benvolio, ed altri che s’erano improvvisati comparse. Mercuzio concluse la sua battuta.
“…Venite, ardiamo la luce del sole!”
La scena era stata rapida, le battute brillanti: la spensieratezza d’un gruppo d’amici diretti verso una serata piacevole risaltava perfettamente.
Mercuzio ripeté la battuta. Helva ricordò che lei faceva anche il suggeritore.
“No, non è così,” lesse.
Vi fu silenzio; e anche lei ripeté la battuta.
“Conosciamo questa battuta,” disse Prane, mentre la pausa si prolungava. “Chi deve dirla?”
Helva trasalì.
“Deve dirla lei.”
Per un attimo, un’espressione orribile passò negli occhi di Prane. Poi scoppiò a ridere. “E’ sempre la battuta più corta, quella che sfugge!” esclamò. E si affrettò a rispondere a Mercuzio.
Quella notte, mentre tutti dormivano, Prane continuò ad agitarsi, inquieto. Helva alzò il volume nella cabina che l’attore divideva con altri cinque compagni. Prane stava ripetendo la scena IV, più e più volte. Poi tacque. Helva lo credette addormentato, poi vide che infilava una mano nella cintura, ne estraeva una pillola, se la portava alla bocca, con un moto calcolato per simulare un gesto istintivo di un dormiente.
Quel gesto furtivo e la ripetizione accanita della scena spiegarono tutto a Helva. Prane Liston era veramente drogato. Le droghe permesse che miglioravano la memoria, e che pure erano considerate innocue dalla farmacopea ufficiale, erano diventate velenose per la mente e per il corpo di quell’uomo, e lui lo sapeva. Eppure, ciò che Prane temeva soprattutto era perdere la memoria: e per impedirlo, si stava uccidendo lentamente.
A parte Ansra, le prove procedevano bene. Helva non capiva come facesse Prane a non perdere la calma di fronte a quell’ostruzionismo deliberato. Tutte le scene di Ansra perdevano fuoco e ritmo. Ma Prane non reagiva. E Ansra smise di tentare di spingerlo a qualche reazione imperdonabile, prese a punzecchiare Kurla, che era assai più vulnerabile.
Per fortuna Nia Tubb, che faceva la parte di Dama Capuleti, divideva la cabina con le altre donne. Era un’esperta in fatto di rapporti umani, e riusciva sempre a sottrarre Kurla all’ostilità di Ansra; e continuava a chiaccherare allegramente, quando erano sole. Ma persino lei si rendeva conto che la tattica di Ansra incominciava ad esasperare quella ragazza così sensibile.

“Cara, se hai qualche fastidio vero con la Colmer, mi permetterai di aiutarti, eh?” Disse Nia Tubb a Kurla, una mattina.
“Grazie,” rispose Kurla, con un pallido sorriso.
“Senti, detto fra noi, Prane non è drogato, vero? Non lo conosco abbastanza e non mi sembra comunque drogato, però...”
“Il Solare Prane ha un’allergia causata dall’uso della ‘trappola’.”
“Ma ho sempre saputo che la ‘trappola’ è la cosa più innocua di questo mondo! Anch’io l’ho presa migliaia di volte e...”
“Di solito è cosi. Ma il Solare la prende da più di settant’anni. Un residuo del contenuto di silicio, che il suo organismo avrebbe dovuto eliminare, si è fissato nei tessuti. Lui soffre anche di ritenzione di liquidi, e il diuretico che gli avevano prescritto si è combinato con il residuo di silicio… Il suo organismo continua a perdere potassio, in un processo irrimediabile”
“Che cosa significa? In apparenza, Prane sta bene...”
La voce di Kurla, clinica e distaccata, era più tragica di un pianto.
“In condizioni di bassa gravità e d’imponderabilità, in particolare, non vi sono pressioni sullo scheletro, e lui sta bene. Ma ha le ossa molli: una caduta, un colpo, uno sforzo fisico eccessivo e lui... si spezzerebbe. E il silicio sta comprimendo gradualmente i suoi organi vitali.”
“E non possono sostituirli?”
Kurla scosse il capo. Nia le accarezzò la mano, gentilmente. Helva le interruppe, per annunciare una prova. E fu la prova peggiore. L’atteggiamento di Ansra aveva minato l’intera compagnia. Sbagliavano tutti, dimenticavano i movimenti di scena. Quando Mercuzio e Paride attaccarono un litigio che non era nel copione, Prane annunciò una pausa.
“Così non va. Oggi e domani riposeremo. Helva, per favore, i liquori. Nia e Kurla, volete avere la cortesia di dare un’occhiata in cambusa per vedere se c’è qualcosa di buono? Helva, ha qualche film interessante? Abbiamo bisogno di prendere di nuovo contatto con la realtà quotidiana che abbiamo dimenticato, assorbiti come siamo nella vecchia Inghilterra.”
Ansra usci, sbattendo la porta della cabina delle donne. Helva la spiò, e la vide guardarsi rabbiosamente in uno specchio. Era strano vederla così frustrata, mentre Kurla e Nia chiaccheravano allegre nella cambusa.
Helva cercò di vedere tutto e di ascoltare tutto. Davo si diresse verso Prane: poiché Helva aveva l’abitudine di parlare solo dalla cabina principale, i suoi passeggeri finivano per dimenticare che lei aveva occhi e orecchi dovunque.
“Devi rendertene conto, Prane,” disse Davo. “Ansra è decisa a rovinare lo spettacolo. E ci sta riuscendo.”
Prane lo fissò a lungo, poi sorrise lievemente.
“Tu hai una soluzione.”
“Sì. Sbilanciamola. Ricordi quello che facevamo durante le tournées più lunghe?”
“Scambiare tutte le parti?”
“Precisamente. Diamine, tutti quanti conosciamo tutte le battute degli altri!”
Prane sogghignò maliziosamente.
“E diamo a Helva la parte di Giulietta?”
“No! Giulietta è Kurla!” ribatté serissimo Davo.
“E Romeo?”
“Quella parte non ha bisogno di cambiamenti,” disse Davo, poi aggiunse, in tono leggero: “Ma io sarò Frate Lorenzo e vi sposerò.”
Prane attese che tutti avessero mangiato, poi diede l’annuncio, che fu accolto da tutti con schiamazzi d’approvazione.
“Io farò Dama Capuleti!” annunciò Escalo, in falsetto.
“E io, Dama Montecchi!” disse Frate Lorenzo in tono di contralto, poi ritornò al suo normale tono di basso. “Ho sempre pensato che fosse un’alcoolizzata!”
“E io farò Escalo,” si offri Helva, con una voce così simile a quella dell’attore che l’uomo si lasciò sfuggire il bicchiere dalle dita.
“Saresti capacissima di recitare da sola tutta la tragedia!” gridò Davo. “Non c’è una sola parte che tu non possa fare, amica mia!”
“Dici davvero? E allora io farò la Nutrice,” annunciò Ansra Colmer. “Così Helva capirà come va interpretata quella parte!”
“E Kurla farà Giulietta,” gridò Davo, fissando Ansra. “Preparate la scena. Tutti a posto! Tutti a posto!”
“Due famiglie, di eguale dignità…” cominciò subito Helva, con voce di basso, per non dare tempo agli altri di riflettere.
Davo fece la parte di Sansone e Chadress, che di solito era Capuleti, fece la parte di Gregorio, abbandonandosi a varie improvvisazionì.
Quando Escalo-Dama Capuleti arrivò galleggiando in compagnia della Nutrice, Ansra, con calcolata malizia, abbandonò l’ostruzionismo e recitò la sua parte con l’impegno che non aveva mai messo nella parte di Giulietta: e riuscì addirittura a dare alle sue battute un significato diverso da quello previsto dal copione. La sua ultima battuta in quella scena: ‘Vai, fanciulla, cerca notti felici per i tuoi giorni felici’, fu così velenosa che Escalo s’impappinò.
Ma poi Giulietta incontrò Romeo alla festa. E Prane fu un Romeo diverso e più tenero; la sua voce tremava non per la stanchezza ma per l’amore. E Kurla era una Giulietta ideale: confusa, timida, ardita e preziosa. Arrossì deliziosamente, mentre diceva:
“Perché i santi hanno mani che le mani dei pellegrini toccano, e palma a palma è il bacio dei pii pellegrini.”
Porse le mani a Romeo, a palme in giù, come Prane aveva insegnato tante volte ad Ansra: e Ansra, ogni volta, aveva sbagliato a far concordare le parole ed il gesto. Romeo sollevò le mani di Giulietta sulle sue… e l’ardore negli occhi di lui, la gioia negli occhi di lei conferirono a quella scena una dolcezza che incantò tutti.
“Così dalle mie labbra, grazie alle tue, il mio peccato è mondato,”
disse Romeo con voce dolcissima, mentre le sue labbra incontravano quelle di Giulietta in un bacio che era un giuramento devoto.
Dimenticando completamente la propria parte, Ansra si lanciò verso i due che erano ancora abbracciati, dimentichi di tutto. E in quel momento risuonò l’allarme di prossimità. Erano arrivati a destinazione.

“Adesso,” disse Chadress agli attori, “tutti seduti nella cabina principale, i trasferitori vanno allacciati sulla testa: sono adattabili e non daranno fastidio. Avete sentito tutti i rapporti degli uomini della nave esploratrice che li hanno usati per primi. Sapete che il trasferimento è facile e indolore. Basta che pensiate di essere sulla superficie del pianeta, e ci sarete.”
“E come si fa a pensare ad una superficie che non abbiamo mai visto?” chiese Nia, con una smorfia.
“Una scena abbastanza analoga è il fondo marino nei Caraibi, sulla Terra. O il mondo d’acqua del sistema di Aldebaran. O Vega Quattro. Immaginate di essere circondati da alghe di tutti i colori. Sì, gli uomini della nave esploratrice hanno insistito molto sull’importanza dei colori. I Corviki somigliano ad animali marini della classe idrozoi: un grosso corpo a forma di sacco con una quantità di tentacoli che forse sono terminazioni nervose.”
“Caspita, che costume!” mormorò Nia Tubb, con un brivido.
“Mi hanno detto che ci starà benissimo,” fece Chadress, sorridendole. “Dunque, Helva è la nostra garanzia. Lei ha un collegamento per il ritorno automatico. Non possiamo rimanere troppo a lungo nell’ambiente dei Corviki.”
“Perché?” chiese Ansra, in tono seccato.
“I Corviki senza dubbio hanno le loro buone ragioni, ma non hanno spiegato perché. Dunque, Prane?”
Il Solare si alzò.
“Sappiamo tutti quanto è importante questo assurdo scambio culturale: Shakespeare contro energia. Il Bardo è stato tradotto in molte lingue, e spesso l’essenza del suo teatro è stata compresa anche dai popoli più strani, più barbari e più evoluti. Possiamo credere che avrà qualcosa da dire anche ai Corviki... se ci metteremo tutto il cuore... o l’organo equivalente che troveremo negli involucri gentilmente offerti dai nostri ospiti.”
“Signori e signore, sipario!” Sedette, si pose sul capo il trasferitore, e si sdraiò, rilassandosi completamente. Pochi secondi dopo, sull’orlo del trasferitore si accese una luce.
“Se è tutto qui,” disse Nia Tubb, e si mise in testa il suo. Gli altri l’imitarono, fino a quando rimasero a bordo solo Chadress ed Helva.
“Dai un’occhiata a Prane,” disse Helva.
“Sta benone a quel che posso giudicare io. Ci vediamo laggiù, Helva.”
Anche Chadress si trasferì. Helva ebbe l’impressione che le sue nuove sinapsi ardessero. Ma era impossibile... Cercò di trasferirsi a sua volta.. .e pensò che per la prima volta sarebbe uscita dal suo guscio. Un’ondata di terrore e poi...
Si era trasferita.
La pressione era diversa… avvolgente. Ma i Corviki avevano assicurato che avrebbero provveduto involucri per gli attori. Helva era avvolta nell’involucro, e l’involucro era avvolto nell’atmosfera. Provò ad ondeggiare per liberarsi da quel senso di costrizione. Non c’era il senso della gravità: c’era qualcosa entro la quale lei si stava muovendo. Bene, non era poi orribile. Si agitò, e scorse qualcosa che faceva parte di lei, qualcosa che si muoveva… cercò di guardare meglio, ma quelle cose si spostavano sotto di lei. Uhm. Per mezzo dei suoi visori, lei poteva vedere ogni angolo della nave, di solito. La mobilità era una limitazione. Decise di guardarsi attorno: abbassò lo sguardo, in una prospettiva interminabile, finché distinse una massa color ocra che doveva essere il ‘suolo’. Attorno a lei e sopra di lei ondeggiavano innumerevoli fronde, dai colori incredibili, mutevoli: colori che talvolta comprendevano anche suoni ed odori. Gli odori erano una sensazione nuova, per Helva.
“Ti stai adattando, Helva?” Una presenza familiare dominò la sua mente. Si girò istintivamente verso quel ‘suono’ che non era un suono.
“Le sensazioni fisiche sono molto strane,” rispose.
“Lo credo.”
“Come ti senti, Chadress?” Quella presenza era senza dubbio il suo compagno.
“Provo una sensazione vellutata, morbida e profonda, piacevolissima ti assicuro.” Chadress sembrava molto colpito. “Mi sembra d’essere tornato giovane” Il suo pensiero era incredulo e divertito. “E’ chiaro che ci hanno dato involucri nuovi di zecca.”
“Chissà dove se li sono procurati,” fece Helva.
Una nuova personalità si stava avvicinando. Entrambi Io riconobbero: era un vero Corviki. La presenza era molto densa: Ch adress e Helva ebbero un’impressione di vecchiaia e di immensa saggezza.
“Sono il vostro impresario,” si presentò il Corviki. “Gli altri sono tutti nei loro involucri. Possiamo procedere a questa espressione di energia.”
‘Chiamiamo pure la rosa con un altro nome, il suo profumo sarà sempre dolce,’ pensò Helva, mentre si lanciavano verso una zona sferica, circondata da masse libere di sostanza nera e da fronde enormi. All’improvviso, riconobbe tutti quanti, nonostante le forme apparentemente identiche: c’erano lievi variazioni di colore che li distinguevano.
Prane appariva denso come l’impresario, notò subito Helva. Cominciò a pensare che la densità indicasse vecchiaia e saggezza, e si chiese come doveva apparire lei, agli altri. Poi Prane la pregò di attaccare come coro, per dare inizio alla prova.
Per un attimo, Helva si chiese freneticamente come poteva proiettare il ‘coro’ senza le sue solite apparecchiature audio. Provò il desiderio di ritornare al suo guscio... Ma Prane era il regista, e bisognava obbedire, al regista.
“Due famiglie, di eguale dignità…” E la sua presenza si ampliò, si oscurò: e lei fu più di se stessa.
Poi Sansone e Gregorio uscirono dalle fronde, e la loro personalità era tenue e leggera. La compagnia riuscì a condensarsi e a dissolversi fino al quarto atto, e a quel punto il nuovo ambiente non sembrava più neppure strano.
Fu quasi una sofferenza fisica venire strappati via dal controllo a tempo, ritornare alla nave, e scoprire che erano ritornati, purtroppo di carne e d’ossa. Nessuno aveva voglia di chiacchierare. Mangiarono in fretta e andarono a dormire.

Ma Helva era sveglia e per la prima volta in vita sua, invidiò quelli che potevano godere il dolce oblìo del sonno. Controllò all’esterno con i visori. Erano in orbita: su di loro c’era il cielo nero, e sotto di loro la grande nube ribollente di colori. Helva controllò le proprie apparecchiature e scoprì qualcosa che non andava nel motore. Qualcosa le impediva di leggere i dati, eppure tutte le spie a bordo erano sul verde. Non ‘sentiva’ l’energia, che pure non mancava. Non riusciva a raggiungerla, ecco. In quel momento, mentre rifletteva, udì un lieve sussurro. Era Prane che ripeteva la sua litania.
“Se con la tua arte, mio carissimo padre,
hai scatenato le acque selvagge, placale...”
Helva ascoltò avidamente fino a quando la voce assonnata si spense.
“E che la tua indulgenza mi liberi...”
Ripresero le prove il ‘giorno’ seguente, al punto in cui le avevano interrotte. Helva ebbe la sensazione che nessuno dei Corviki avesse abbandonato il ‘teatro’ o si fosse accorto che la compagnia se ne era andata. Controllavano il tempo, oltre all’energia? Il tempo, come sosteneva un teorico Alpheccano, era solo un’emissione di energia?
Quel giorno, le sue percezioni erano più acute. Gli altri stavano per incominciare la recita, quando l’impresario si accostò ad Ansra.
“Non c’è nessuna ragione logica per trattenere l’energia. Lo scopo dell’esperimento non è conservarla. Noi stiamo valutando gli effetti di questa forma di espulsione d’energia sui sensi e sui fattori della personalità. Lei impedisce l’esperimento: quindi, perda energia nella misura necessaria.”
“Altrimenti?”
Un’ondata di colori e di piaceri rispose all’ultimatum di Ansra.
“L’involucro verrà vuotato permanentemente.”

“Non tornerò in quel posto orribile per farmi insultare in pubblico!” dichiarò Ansra
Era magnifica, pensò Helva, ma il pubblico non si commosse.
“Basta così, Ansra Colmer,” disse Prane, alzandosi dal divano, con un tono glaciale. “Hai reso note le tue preferenze e le tue opinioni a tutta la compagnia. Ma qui c’è in gioco qualcosa di più delle nostre divergenze personali, e finora tutti quanti sono stati fin troppo pazienti nei confronti dei tuoi capricci e dei tuoi complotti. Domani ritornerai laggiù, e perderai energia come ti ha detto l’impresario.”
“E chi può costringermi a farlo?” ribatté Ansra in tono di sfida.
“Tutti noi, cara,” rispose Nia Tubb, precedendo Chadress e Davo, che stavano per alzarsi. ‘Ne saremo felicissimi. Anzi, ti accorgerai che dopo quello che ti faremo passare, per te sarà un piacere ritrovarti in quell’involucro Corviki.”
“Non ne avrete il coraggio!”
Helva sì chiese se Ansra, dopo aver preso quella decisione, era troppo testarda per arrendersi, o se credeva di essere inviolabile. Per fortuna, non era capace di sopportare il dolore fisico, e una mezza dozzina di sberle da parte di Nia bastò a convincerla.
“No, no, mia cara!” gridò Nia, afferrando Ansra per un braccio, quando quella sì avviò singhiozzando verso la cabina. “Non ti muovi dal mio fianco... Non mi fido di te. Siediti, mangia, e stai buona. E domani sarai la migliore Giulietta che sia mai esistita.”
Quella scena aveva esaurito tutti. Chadress e Kurla distribuirono una crema ad alto contenuto di proteine e boccette di liquore. Dopo mangiato, tutti andarono alle loro cuccette e si coprirono con le reti di protezione.
“Ti dispiace tenere d’occhio Nia e Ansra, Helva?” chiese Chadress.
Helva notò che c’era in lui qualcosa di diverso, di più profondo: qualcosa di corvikiano.
“Credi che reciterà, adesso?” Stava chiedendo Kuria a Prane. Erano gli unici rimasti svegli, e sembravano incapaci di separarsi.
“Il suo colore era composto di collera e di paura...” Prane s’interruppe e fissò Kurla.
“Stai pensando come un Corviki!” rise lei. “E’ contagioso! E’ come assumere le caratteristiche del personaggio che si impersona. Vedi, persino una dilettante come me impara i trucchi dell’arte!”
“Su Corvi, mia cara, tu sei una presenza molto solida e molto tiepida.”
La risata di Kurla si spezzò: i suoi occhi si riempirono di rimpianto, I due stavano quasi per baciarsi, quando Prane, con un gemito strozzato, si lanciò lungo il corridoio.

Durante la prova seguente, Ansra perse energia con molta buona volontà, e così riuscirono a recitare l’intera tragedia. Prane era così soddisfatto che annunciò all’impresario la sua intenzione di fissare la prima rappresentazione.
“Il mio gruppo d’energia è veramente ansioso di fare questa esperienza,” rispose l’impresario, irradiando i toni lavanda che per i Corviki indicavano il piacere. “Va bene la vostra prossima venuta?”
Prane accettò.
“Se questa emissione è soddisfacente,” chiese Chadress, con deferenza, “le entità Corviki intraprenderanno un trasferimento dei nostri schemi, in modo che noi possiamo adempiere i termini del contratto?”
“Risposta affermativa. E’ evidente che c’è una perdita di entità-ego superiore al minimo programmato. L’entropia potrebbe superare le necessità fondamentali dell’energia.”
Helva pensò che avrebbe dovuto analizzare quell’affermazione, quando fosse tornata alla nave. Sembrava una nozione minacciosa.., per Helva, ma non per il suo io racchiuso nell’involucro corvikiano. Eppure, quella suddivisione della personalità poteva essere pericolosa.
Quando furono tornati alla nave, non faticò a individuare coloro che stavano cambiando psicologicamente: tendevano ad esprimersi in termini Corviki, come avevano fatto Prane e Chadress la notte precedente. L’unica immune era Ansra, ma Ansra era chiusa nella sua irritazione: non aveva energia (ecco, anch’io ci sono cascata, gemette Helva) per le esperienze oggettive.

La prima rappresentazione su Beta Corviki fu un trionfo incandescente, frenetico. Oltre le fronde c’erano masse di Corviki che pulsavano, assorbendo l’energia irradiata dagli attori, come se fossero affamati dell’energia di quel tipo.
Helva sentiva il proprio involucro corvikiano espandersi incredibilmente per il riflesso che, in una reazione termica, le trasmetteva l’entusiasmo degli spettatori… Ed era certa che i Corviki capivano il conflitto dei due gruppi d’energia rivali, il desiderio delle due giovani entità di combinarsi in un nuovo gruppo, l’energia che lei stessa irradiava come Nutrice, la luce brillante di particelle beta che le due entità giovani si scambiavano, giurandosi l’unione dei neuroni per poi disperdere l’energia vitale dei loro nuclei allo scopo di far comprendere ai gruppi rivali che al loro li vello di energia era possibile la coesistenza.
Mentre il Principe ricordava la morte-entropia dei due, esplosioni di approvazione si irradiarono dalle fronde. Helva, satura del riflusso, si precipitò ad emettere verso l’enti tà più vicina qualche erg di quella pressione, in un sacrificio che era estasi. Attorno a lei l’atmosfera crepitava, gorgogliava, tuonava, sfolgorava per l’esplosione di forze positive scatenate dall’entusiasmo.
Helva benedisse i chirurghi; li benedisse e li maledisse perché l’avevano resa incapace di continuare per sempre quel rapporto esaltante. Si riprese, stordita, quando fu scos sa dal segnale di pericolo.
Nella cabina giacevano figure inerti, marionette senza vita.., a parte il ritmo lieve del respiro. Spaventata, Helva fece scattare i trasferitori. Non accadde nulla. Passò un’eternità e finalmente senti il gemito di Ansra.
“Ansra! Ansra!” gridò Helva, con voce dura e insistente. “Ansra!”
“Co... cosa?”
“Vada nella cambusa. Prenda lo stimolante K, lo spray azzurro.”
Era come far muovere un robot. Continuò a ripeterle gli ordini, per costringerla a obbedire. La donna batté le palpebre, si mosse, spinta da quella voce, finalmente prese lo spray giusto, ed Helva le ordinò di dirigere il getto verso il proprio polso. Lo stimolante fece subito effetto.
“Oh, mio Dio” mormorò Ansra, stordita. “Mio Dio!”
“Ansra! Dia gli stimolanti a tutti. Si muova! Si muova!”
L’attrice era ancora poco più di un automa; Helva approfittò del suo stordimento per ordinarle di dare lo stimolante a Kurla e a Prane prima che agli altri. Poi a Chadress. Finalmente tutti cominciarono a muoversi, torpidamente.
“Credo che non potrò più tornare laggiù,” disse Escalo a Prane, con voce tremula, stringendosi la testa fra le mani. “Non avrei mai creduto di non potere affrontare più un pubblico solo perché è troppo entusiasta. Ma quel posto è... è... Stavo per dire pure entropia.” Rise, riprendendosi da un brivido di terrore. “Ed è questo, il guaio.”
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9/9/2011 5:51 PM
 
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(segue)





Prane, pallido e sfinito come gli altri, riuscì a sorridere.
“Siamo stati sopraffatti da una reazione imprevista. In questo momento,” continuò, sottolineando quelle parole, “ritengo impensabile una replica. No, non discutiamo, adesso. Dobbiamo convertire una massa, per usare il linguaggio dei nostri ospiti, nell’energia di cui abbiamo bisogno, per conservare le nostre emissioni. Ma voglio dirvi che sono fiero di voi.”
Molto bene, pensò Helva: perché in quel momento la compagnia non era in condizioni di sopportare la rivelazione del fatto che erano tutti prigionieri.
Quella notte, il silenzio a bordo fu interrotto dalle solite litanie di Prane. Persino Helva si sentiva sull’orlo dell’incoscienza: troppo stanca per pensare ai problemi dell’indomani.

Il giorno seguente non portò cambiamenti notevoli. Erano ancora sfiniti. Kurla si era un po’ ripresa, e obbligava quelli che si ostinavano a voler dormire a ingurgitare pasti ricchi di proteine e dosi massicce di stimolanti. Verso sera, Helva bloccò Chadress, da solo, nella cambusa.
“Dovremo rimandare il più possibile, Helva,” disse lui. “Sono tutti esausti. Lo so. Tu come ti senti?”
Helva temporeggiò.
“Ho sempre detto che noi gente ingusciata siamo umani quanto voi, e adesso ne sono certa. Anche per me sarà molto difficile tornare su Beta Corvi. Ma io so che non abbiamo scelta.”
“Cosa vuoi dire, Helva?” Chadress era troppo stanco per provare qualcosa di più d’una vaga curiosità.
“I Corviki si stanno chiedendo dove siamo. Hanno radunato gli studenti che ardono dalla voglia d’imparare.”
Chadress gemette.
“Helva, ma come possiamo chiedere a questa gente di tornare...”
“Te l’ho detto, Chadress. Non abbiamo scelta.”
“Non ti capisco.”
“C’è un blocco su tutti i cavi che mi collegano al generatore d’energia. Non potrei neppure schivare una meteora.”
Chadress si strinse la testa fra le mani, tremando.
“Helva, io non posso tornare. Non posso...”
“Non devi tornarci subito. Non hai neppure energia per rimetterti il trasferitore sulla testa,” disse Helva, fraìntendendolo volutamente. “Tocca a me.”
“Che cosa tocca a te?” chiese Prane, che stava entrando in quel momento.
“Andrò giù, a spiegare la nostra assenza.”
“No,” obiettò Prane, cercando di raddrizzarsi fieramente. “Il regista sono io. Spetta a me spiegare perché non possiamo rispettare il contratto.”
Chadress mugolò.
“Niente da fare. Vado io,” disse Helva. “Chadress, riprenderemo la discussione al mio ritorno. Chadress?” Finalmente, lui annuì esausto.
Il dolore riafferrò per un attimo la mente di Helva, mentre rientrava nell’involucro corvikiano. Fu subito conscia della presenza di numerosissimi Corviki. Come avrebbe potuto spiegare la fragilità umana ai signori dell’energia pura?
Ma l’atmosfera era insolitamente libera da emissioni di energia.
L’impresario si stava frenando con molta discrezione, gli altri, schierati rispettosamente dietro di lui, dovevano essere gli studenti. L’impresario attese con pazienza che Helva gli presentasse l’equazione che indicava la situazione, e gli facesse notare le frazioni insolubili. Poi rispose che il riflusso d’energia senza precedenti aveva senza dubbio minacciato di sommergere i visitatori nell’entropia: tuttavia, loro stessi ne erano stati la causa. E si era realizzata una condizione nuova, importantissima. Ogni gruppo d’ energia che aveva assistito allo spettacolo insisteva per ottenere le formule che avrebbero permesso di ripetere quell’emissione. Tali espulsioni potevano ringiovanire i gruppi dall’energia statica già considerati irrecuperabili. Dovevano avere le formule: in cambio; erano disposti a dare qualunque cosa.
Helva, disperatamente, ripeté la sua spiegazione.
L’impresario insistette. Bisognava trovare un sistema. C’era una unità (ed emanò l’equazione sonora che indicava Giulietta) capace di controllare benissimo l’energia intrinseca. Poteva ritornare e consegnare le formule. Altrimenti...
Per qualche istante, Helva non trovò il coraggio di annunciare agli altri il proprio ritorno. La missione tanto semplice si stava trasformando in una catastrofe. Riconsiderò freddamente gli elementi della situazione, cercando una soluzione. Doveva essercene una.
Era un’ironia che Ansra Colmer, così decisa a rovinarli, fosse l’unica personalità abbastanza egocentrica da sopravvivere all’esperienza. Ma li avrebbe salvati?
“Se voi siete matti, io non lo sono,” rispose immediatamente Ansra, appena udì la proposta. “Neanche se mi massacrate di botte, lo non ci torno, laggiù. Il mio dovere l’ho già fatto.”
“Ansra,” rispose stancamente Davo. “Secondo il contratto, se i Corviki accettano la nostra rappresentazione e sono pronti a pagarci rivelandoci le loro tecniche, noi dobbiamo insegnare ai loro studenti.”
“Ritornare laggiù? Insegnare a un Corviki la parte di Giulietta?” Ansra rise d’una risata isterica, poi si girò di scatto verso Prane. “L’avevo detto a quelli di Regulus che sarebbe stato un fallimento! E ne sono felice! Felice! FELICE!”.
Il suo odio passò come un’ondata sulle sensibilità scosse degli altri. Volò ridendo verso la cabina, si lasciò cadere davanti ad un specchio, come una bambola inerte.
“E’ diventata matta,” dichiarò freddamente Nia.
“Non credo, o siamo diventati matti tutti quanti,” rispose Davo.
“Bene, non possiamo starcene qui inerti,” esclamò Nia, indignata. “Ansra deve fare la sua parte!”
“Lo spettacolo deve continuare?” chiese sarcastico Escalo. “Questo no di certo!”
“Chiedo scusa a tutti,” fece Prane, alzandosi. “Ansra ce l’ha con me. E voi non dovete andarci di mezzo.”
“Prane, risparmiaci la tirata della vittima!” esplose Davo.
“Nessuna tirata. La soluzione è semplice,” continuò il Solare, in tono pratico. “Come regista, conosco questa tragedia parola per parola. Anzi, ricordo perfettamente duecentododici testi drammatici antichi, medievali, classici, atomici e moderni.”
“E moriresti per lo sforzo!” gridò Kurla, abbracciandolo. Lui si liberò, sorridendole teneramente.
“Tanto, sto morendo lo stesso, cara. E preferirei morire in scena.”
“E la settimana prossima, un’altra tragedia!” ruggì Helva, con una risata beffarda che scosse tutti. “Silenzio, e ascoltatemi. Non è tutto perduto solo perché Ansra Colmer è una carogna vendicativa. In primo luogo, Solare Prane, noi non vogliamo regalare ai Corviki tutto il nostro conto in banca. lI nostro contratto prevede solo ‘Romeo e Giulietta’. Benissimo, glielo daremo, e poi ce ne andremo dalla loro sfera d’influenza con tutta la velocità dei miei razzi. E poi raccomanderò che nessuno torni da queste parti fino a quando i nostri geni non avranno trovato un sistema più efficiente per difendere le nostre fragili menti dal riflusso d’energia corvikiana. Inoltre, Solare Prane, tu non sei l’unico a bordo dotato di una memoria perfetta. Sarò presuntuosa, ma anch’io, e probabilmente anche Davo ed anche Escalo, conosciamo ogni stramaledetta battuta di questa tragedia. E noi tre siamo in condizioni migliori delle tue, quindi possiamo tornare su Beta Corvi...
“Ascoltatemi!” urlò, quando tutti incominciarono a protestare, passò ad una voce che corrispondeva ad un ampio sorriso e gridò: “E’ il vostro comandante che vi parla!” Tutti scoppiarono a ridere, e lei proseguì, in tono serio. “Io devo rispondere del risultato della missione e di tutti coloro che sono a bordo di questa nave.”
“Anch’io conosco tutto ‘Romeo e Giulietta’. Fino a cent’anni, ho fatto la parte di Giulietta,” disse Nia. “E tu hai dimenticato una cosa, Helva, una cosa essenziale. Quello che ci rovina, su Beta Corvi, non sono le prove: sono le rappresentazioni. Sono certa che riuscirei a cavarmela, con le prove, con tutte le solite interruzioni e le pause necessarie per insegnare. Non dovremo neppure provare per sette ore di fila: se questi Corviki ci tengono tanto, le condizioni possiamo dettarle noi.” Poi la sua espressione cambiò, mentre guardava verso la cabina da cui giungeva la risata sommessa di Ansra. “E non permetterò che quella strega rovini il nostro successo più grande.”
Escalo rise e abbracciò Nia.
“D’accordo!” gridò.
“Anch’io!” gridò Benvoiio. “E che quella là se ne vada al diavolo!”
“Helva, convinci i Corviki a concederci un altro giorno di riposo,” disse Chadress. “Poi andremo a finire il nostro lavoro. Lo spettacolo deve continuare!”
“E chi farà Giulietta?” chiese Davo. Poi si rispose da solo, indicando Kurla. “Tu sarai Giulietta.”
“Oh, no! Io no!”
“Perché no, mio dolce amore?” chiese Prane, attirandola a sé e baciandola teneramente sotto gli occhi di tutti. “Sei una Giulietta migliore di lei.”
“C’è solo una cosa che mi preoccupa,” disse Escalo. “Non mi piace... lei... qui... con noi” e indicò con l’indice la porta della cabina di Ansra.
“Giusto,” ammise Davo.
“Non è un problema,” garantì Helva. “La signorina Colmer sta... riposando. E io l’incoraggerò.”
E inondò la cabina di gas sonnifero.

L’impresario segnalò di essere d’accordo; emanava ondate di sollievo perché il problema aveva una soluzione. Helva mandò tutti a letto dopo un pasto ricco di proteine. Kurla e Nia preferirono dormire sui divani della cabina principale, anche se Helva aveva liberato dai gas la cabina dì Ansra. Kurla accettò di somministrare all’attrice un sedativo a tempo, per tenerla addormentata durante il tempo in cui la nave sarebbe stata deserta.
Decisero di limitare a quattro ore la durata delle prove.
Ma le apprensioni svanirono quando si accorsero che gli studenti erano molto discreti nelle loro emissioni d’energia.
Quando tornarono alla nave, erano tutti euforici per il sollievo.
“I Corviki sono gli allievi più svegli che abbia mai avuto. Basta dir loro una cosa, e non la dimenticano più,” esclamò Escalo.
“Sì, e si tengono a freno,” disse Davo. “Ma sapranno poi quanto dovranno emettere, per dare vita alla rappresentazione? Voglio dire, è la solita differenza fra dilettanti e professionisti!”
“Ben detto, Davo,” fece Prane. “Ne ho discusso con l’Impresario. Ho parlato con lui dei livelli d’energia non conservata e mi ha assicurato che hanno effettuato misurazioni, durante la recita, per sapere quanta energia debbono produrre per ottenere le reazioni desiderate. Quell’uomo ha una presenza veramente grande.”
“E un ottimo senso delle integrità di livello, anche,” riconobbe Chadress, pensosamente.
“Parlate come se foste Corviki e non umani!” esclamò Nia, ironicamente.
Prane e Chadress la guardarono, perplessi.
“Sì, è vero,” riconobbe Kurla.
“L’imitazione è la forma di adulazione più sincera,” disse Prane, ma la sua giovialità sembrò forzata, ad Helva.
La seconda prova andò tanto bene che Prane decise che una sola seduta sarebbe bastata a completare l’opera.
“E allora sotto!” disse Escalo. “In quel posto pazzesco c’è qualcosa che affascina. lo faccio una fatica d’inferno a pensare come un essere umano.”
Escalo aveva ragione, pensò Helva. Anche per lei era
diventato troppo facile pensare in termini corvikiani. E Prane e Chadress sembravano completamente trasformati. Li aveva sentiti discutere la rappresentazione in termini di emissioni di particelle e di ondate direzionali, e alla fine s’era chiesta se parlavano di teatro o di fisica nucleare.
Continuò a tenere d’occhio Prane. Anche Kurla lo teneva d’occhio, ma essere la sua Giulietta sconvolgeva le sue ondate direzionali... Helva si bloccò in tempo. Era meglio andarsene al più presto.
Guardò Kurla che somministrava altro sedativo ad Ansra: la donna dormiva da quaranta ore. Cinque ore in più non l’avrebbero rovinata. E il suo sonno aveva migliorato di molto l’atmosfera a bordo.
Helva ricontrollò i circuiti: appena i Corviki avessero tolto il blocco, avrebbe potuto partire immediatamente. Era tutto in ordine.
Quando scese su Beta Corvi, Prane era in scena, assieme al suo allievo. Helva trovò il suo, e poi incominciò la scena II del quarto atto.
Questa volta, i Corviki faticavano di più a controllare la loro energia repressa. Helva pensò che le preoccupazioni di Davo erano inutili: non sarebbe certamente mancata l’energia drammatica, a quegli esseri! Appena spariti gli istruttori con la loro psiche così fragile, i Corviki avrebbero potuto esplodere liberamente.
Helva faticava a tenere a freno l’eccitazione, e faticava anche Prane, perché, mentre aspettava di entrare nella cripta per la scena della morte di Romeo, andava perdendo sensibilmente energia.
“I controlli a tempo sono a posto?” chiese, nervosamente. “Non è possibile alterarli?”
Poi se ne andò, prima che Helva potesse rispondergli.
La prova finì presto. L’Impresario dovette controllare a forza la sua entusiastica emissione di energia mentre si congratulava con gli attori. Annunciò che le informazioni sulla stabilizzazione degli isotopi erano state mandate alla nave in un contenitore apposito, e che l’energia della nave era sbloccata. Continuò ad emettere su di una banda così vasta che Helva sentì l’attrazione insidiosa dell’entropia, e si affrettò a salutarlo.
Quando fu tornata in se stessa, impiegò qualche secondo a riacquistare l’orientamento. Scorse il contenitore fissato nel vano motori: era radioattivo, quindi era meglio lasciarlo dov’era. Qualcuno gemette, nella cabina fiocamente illuminata. Fiocamente? Ma lei non aveva abbassato le luci!
Accese tutte le luci di bordo e guardò nella cabina di Ansra. Il letto era vuoto. Come aveva potuto sottrarsi all’effetto della droga? Helva la cercò e la trovò, accovacciata accanto al corpo di Prane: stringeva in mano i fili collegati ai trasferitori di Prane e di Kurla.
“Ansra, è un assassinio!” ruggì Helva, alzando il volume al massimo per stordirla. Ma Ansra strappò via i trasferitori, e cercò di farli a pezzi.
Helva attivò tutti i trasmettitori, augurandosi disperatamente di arrivare in tempo. Un attimo interminabile, poi le luci dei trasferitori si spensero, tranne una. Quella del trasferitore di Chadress.
“Davo! Davo!” urlò Helva.
L’attore scosse il capo, destato da quella voce. Poi scorse Ansra, vide quello che stava facendo e le si buttò addosso. Con una spinta l’inchiodò contro la parete, mentre gli altri attori incominciavano a risvegliarsi.
“Escalo, aiuta Davo a bloccare quella pazza!” ordinò
Helva, perché Ansra urlava e si divincolava, percotendo Davo con la forza della follia. “Benvolio, sveglia! Controlla Chadress. Com’è il suo polso?”
Benvolio si chinò sul corpo inerte.
“Troppo lento, mi pare... E molto debole.”
“Devo tornare a Corvi. Qualcuno... Nia, sei sveglia! Trova due trasferitori e mettili a Prane e a Kurla. Devo andare a chiamarli.”
“Aspetta, Helva!” sentì le parole di Davo mentre si stava già trasferendo.
L’impresario era accanto a lei. E c’erano anche gli involucri che erano innegabilmente Prane, Kurla e Chadress. La pressione delle loro personalità era schiacciante.
“Resta con noi, Helva, resta con noi. E’ una vita nuova, con tutta l’energia dell’universo a nostra disposizione. Perché tornare ad una esistenza sterile in un involucro immobile? Resta con noi!”
Troppo tentata e troppo inorridita per ascoltare oltre, Helva si ritirò nella sicurezza della sua nave, l’unico rifugio che conosceva.

“Helva!” urlò Davo.
“Sono tornata,” mormorò lei.
“Grazie a Dio. Temevo che restassi con loro.”
“Sapevi che sarebbero rimasti?”
“Anche senza l’aiuto di Ansra,” ammise Davo. Nia, che gli stava accanto, annuì.
“Per Prane e Kurla è la soluzione ideale,” disse Nia. “Adesso potranno combinare energie.”
“Ma Chadress?”
“Ti impressiona, eh, il fatto che un braccio possa disertare?” chiese Davo, in tono comprensivo. “Ma ormai era in pensione, vero, Helva?”
“E se fossi rimasta anch’ io?”
“Ecco,” ammise Davo. “Chadress pensava che non saresti rimasta.., ma pensava anche che avresti dovuto proprio rimanere.”
“Io devo essere dove c’è bisogno di me, Davo.” Helva guardò i quattro corpi, che respiravano ma apparivano privi di vita. “Quattro?” gridò, stordita, identificando Ansra, adagiata accanto agli altri. “Cosa avete fatto? Come avete potuto farlo?”
“Facile,” rispose Nia, scrollando le spalle. “La legge del taglione. E i Corviki sono più bravi di noi a trattare le energie instabili, Helva. Adesso possiamo andarcene?”
“L’Impresario ha detto che lo scambio è stato effettuato,” disse Escalo. “Hanno sbloccato il tuo motore?”
“Sì…” disse Helva, ancora incapace di agire.
“Helva,” mormorò gentilmente Davo, appoggiando la mano alla colonna di titanio.
Sospirando, Helva inserì il nastro della rotta di ritorno nel calcolatore.

Helva guardò gli ufficiali e gli esperti che si allontanavano sui loro veicoli, come particelle di energia... Poi censurò rapidamente quei pensiero. I fari delle macchine illuminavano la parte inferiore della torre di controllo della Base di Regulus. Non tutti i veicoli si avviavano in quella direzione, notò Helva. Alcuni sfrecciavano verso la metropoli lontana.
Le persone ingusciate dovevano essere instancabili, ma lei si sentiva esausta e depressa. Non sapeva quale fosse stata l’esperienza più dura: se affrontare Beta Corvi o le interminabili domande degli specialisti. Capiva perché Prane aveva fatto ricorso alle droghe per ritardare la perdita dei neuroni. Se lei non avesse avuto i banchi memoria, avrebbe dimenticato quasi tutto ciò che era successo. Peccato non poterlo fare.
Helva sospirò. No, non Helva, la nave XH-834 del Servizio Medico dei Mondi Centrali, ma Helva la donna.
‘Ci chiudono in un guscio di titanio, mettono il guscio in una colonna di titanio e ci considerano invulnerabili. Ma le ferite fisiche non sono le più pericolose, e si guariscono facilmente...’
Le luci cominciarono ad accendersi, nella Torre, ed Helva si sentì malignamente soddisfatta. Ci sarebbero stati altri che avrebbero passato una notte insonne. E se lo meritavano, dopo averla assediata con tutte quelle domande. Quanto era potente la comunità Corviki? Quant’erano grandi le entità individuali? Per quanto tempo pensava che Prane, Kurla e Chadress, nei nuovi involucri corvikiani, avrebbero conservato i loro ricordi? Fra quanto tempo una seconda spedizione avrebbe dovuto tentare di penetrare nell’atmosfera? Quali altri mezzi di scambio suggeriva, tenendo conto del fatto che Prane avrebbe insegnato ai Corviki tante opere drammatiche? E perché pensava che l’ambiente di Corvi fosse pericoloso per la mente umana? Poteva suggerire qualche misura preventiva?
Non era una consolazione pensare che anche gli altri partecipanti venivano interrogati, controllati e sondati quanto lei. Per lo meno lei non l’avevano visitata, anche se avevano controllato l’acidità e avevano deciso di aumentare il tasso delle proteine nel suo fluido nutriente.
I calcolatori della Base avrebbero avuto da fare quella notte, ma lei preferiva non pensarci. Non voleva pensare ai Corviki, né ai quattro esseri umani che erano rimasti su quel pianeta...
“Non voglio pensare a niente,” disse Helva, a voce alta. Guardò all’esterno, irrequieta, in direzione degli alloggi dei piloti: c’erano molte finestre illuminate, ma lei non aveva voglia di chiamare nessuno. Non se la sentiva. Ma non se la sentiva neanche di stare sola, quella notte.
“Questa volta, non mi muovo di un centimetro se non mi assegnano un braccio,” si disse.
Il cimitero dove era sepolto Jennan si trovava molto distante da quella zona del campo, per fortuna, ma lei sentiva che quella distanza, psicologicamente, stava diminuendo.
Una macchina frenò con un grande stridore di gomme, e qualcuno attivò l’ascensore che Helva aveva lasciato a terra, dopo aver scaricato gli ultimi specialisti.
“Chi diavolo..”
“Parollan!” fece una voce brusca, rassicurandola.
Niall Parollan era stato presente, nella sua qualità di Supervisore, durante la riunione. Era intervenuto solo quan do gli esperti si agitavano troppo o si facevano troppo insistenti su punti che Helva non era in grado di chiarire. Lei aveva provato un senso di sollievo, e una certa ammirazione per la sua abilità. Evidentemente Parollan godeva di un notevole prestigio, nonostante i suoi modi bruschi... Ma perché era tornato?
Parollan entrò nella camera stagna, e fissò la colonna con una bellicosità inattesa.
“Che cosa ho fatto, adesso?” chiese Helva, nascondendo un’improvvisa apprensione.
Parollan abbandonò quella posa e avanzò barcollando, ed Helva si chiese se era ubriaco.
“Chiedo asilo, mia signora,” rispose lui, con un inchino esagerato.
“E una tazza di caffè?”
“Non ne hai più. Quei buffoni degli esperti hanno esaurito le tue scorte. Ma per quanto ne sa il Cencom, tu sei isolata.., ordine mio, amore, quindi, sei il rifugio più sicuro, per me.”
“Non sarai nei pasticci per Beta Corvi...”
“Pasticci?” Lui si lasciò cadere sul divano di fronte alla colonna. “No, diavolo. Non con la mia Helva. Però ci siamo lo stesso, nei pasticci.” Fece un ampio gesto, come per suggerire un parametro galattico, non planetario.
“Bene, nessuno ti disturberà, e nessuno mi disturberà, e magari domattina saremo abbastanza svegli per...” La voce si spense. Helva pensò che si fosse addormentato, ma si accorse che la stava fissando ad occhi socchiusi.
“Qualcuno s’è ricordato di dirti che hai superato le più rosee aspettative? Il Comandante s’è ricordato di avvertirti che hai due nuove note di merito sul tuo fascicolo personale? E un premio favoloso? Fra poco ti sarai sdebitata completamente, se continui cosi.”
Poi la voce di Parollan si addolcì. “E io, mi sono ricordato di ringraziarti, Helva, per avere compiuto meravigliosamente una missione schifosa che ti abbiamo indotta ad accettare con un imbroglio...”
“Non sei stato tu, Parollan.”
“Ah!” Niall Parollan scoppiò a ridere, poi si lasciò ricadere sui cuscini. “Bene, sei stata grande, ragazza mia. Non credo che un’altra nave ce l’avrebbe fatta.”
“Un’altra nave, forse, avrebbe riportato indietro tutti i passeggeri.”
“Non dire sciocchezze, Helva!” fece Parollan, raddrizzandosi sul divano. “Prane e Kurla avevano le loro buone ragioni per restare, e anche Chadress. Tutti e tre hanno approfittato dell’occasione. In quanto ad Ansra Colmer, quella strega ha avuto quel che si meritava. C’è una vera giustizia, nell’universo!”
Si riappoggiò alla spalliera, intrecciando le dita dietro la testa.
“Mi diverto un mondo a veder sudare quei bastardi della Procedura,” fece, ridacchiando.
“Per via dei quattro corpi? Non sarebbe il caso di seppellirli?”
“Perché? Clinicamente sono ancora vivi, Helva. Il tuo corpo è clinicamente morto,” aggiunse, ignorando le regole che imponevano di non parlarne ad una persona ingusciata. “eppure nessuno pensa che tu sia uno zombie. Che cos’è la morte, Helva? La mancanza di mente o di anima, o di quello che vuoi? O la mancanza di moto indipendente? Tu sei in grado di muoverti, cocca, anche se non puoi muovere un muscolo.”
“Tu sei ubriaco, Niall Parollan.”
“Oh, no, non sono affatto ubriaco. Mi sto solo sfogan-do, ragazza mia.” e si risollevò, con uno scatto lucidissimo. “Da un punto di vista etico e sociale, alla nave che aspettava dalle parti di Beta Corvi tu hai consegnato quattro cadaveri. Quattro spoglie vuote, anche se funzionanti, da un punto di vista meccanico. E i loro occupanti, o proprietari, chiamali come vuoi, non torneranno più qui.”
Si alzò e si diresse verso la colonna.
“E’ la tua grande occasione, ragazza. Scegli. Trasferisciti nel corpo di Kurla: è la più giovane. O in quello di Chadress, se vuoi cambiare sesso.”
Per un attimo accecante, Helva esaminò quella proposta sbalorditiva, così come aveva pensato, per un attimo, di rimanere nell’involucro corvikiano.
“Presumendo, naturalmente, che io voglia essere un umano mobile.” disse, con voce forzatamente ragionevole. “Ricordati, Parollan, che io sono già stata in un altro corpo, su Beta Corvi. E preferisco me stessa.”
Parollan la scrutava con attenzione insondabile: poi tese la mano per accarezzare la colonna, nel punto dove c’era la fessura quasi invisibile dello sportello.
“Giusto, Helva, giusto.” Poi si diresse verso la cambusa. Helva notò, con sollievo, che aveva preso una crema, non uno stimolante. Tornò indietro, e sedette prima di spezzare il sigillo del riscaldatore. Sembrò ipnotizzato dal vapore fumante, poi scosse il capo.
“Non pensavo che avresti accettato,” osservò, in tono distratto.
“E allora perché me lo hai chiesto? Volevi mettermi alla prova, Supervisore?”
Lui alzò gli occhi, ridacchiando al tono tenero della voce di lei.
“Non te di certo, ragazza mia...”
“E non sono la tua ragazza...”
“Sciocchezze!” Parollan sorseggiò la crema bollente.
“Perché me lo hai chiesto?” insistette Helva. Parollan alzò le spalle.
“Mi sembrava che fosse la tua buona occasione per uscire dalla tua cintura
di castità.”
Helva scoppiò a ridere.
“Ne sono uscita. Su Beta Corvi.”
“Hai provato una volta e non t’è piaciuto, eh?”
“Il movimento? La libertà?” fece Helva, ignorando il doppio senso della domanda di Parollan, e la sua espressione maliziosa.
‘Il movimento fisico,” precisò lui. “La libertà fisica.”
“Definisci il significato di ‘fisico’. Come nave, ho una potenza fisica ed una libertà fisica più grandi di quanto tu potrai mai provare. Penso, sento, respiro. Il mio cuore batte, i miei polmoni respirano, le mie vene funzionano.”
“Come i cuori, i polmoni e le vene dei quattro... dei quattro niente nella sala rianimazione dell’Ospedale della Base. Ma loro sono morti.”
“E io, sono morta?”
“Sei morta?”
“Sei sbronzo, Parollan!” l’accusò lei, seccamente.
“Non sono sbronzo, Helva. Sto discutendo un problema morale importantissimo, e tu mi eludi.”
“Chi eludo? Niall Parollan? O il Supervisore?”
“Niall Parollan.”
“E perché discuti con me questo importante problema morale, Niall Parollan?”
Lui alzò le spalle e si sistemò sul divano, stringendo fra le dita il barattolo della crema.
“Per passare il tempo,” disse finalmente. “Abbiamo molto tempo da perdere, stanotte. Ed è da sciocchi sprecare il nostro tempo prezioso in chiacchiere. Meglio discutere un problema morale... che fra l’altro, tu hai girato a noi. E nessuno riuscirà a risolverlo. Dovevi sistemare tutto prima di lasciare quell’atmosfera puzzolente. Ehi, hai fiutato l’atmosfera che respirano i Corviki?”
Helva fu pronta a ribattere.
“lo non ho il senso dell’olfatto, e non ho potuto sentire se l’atmosfera di Beta Corvi puzzava. Gli altri non ne hanno parlato: quindi ritengo che, per un Corviki, l’odore dell’atmosfera sia normale.”
“Ah!” fece lui, in tono d’accusa. “Dunque ti manca l’odorato!”
“E non lo vorrei neanche.., se non per sentire l’odore del caffè, che a quanto dicono tutti è molto gradevole.”
“Ricordati di ordinarne, domattina.”
“Ho già fatto l’ordinazione allo Spaccio,” disse dolcemente Helva.
“Brava la mia ragazza.”
“Non sono la tua ragazza. E, a rischio di ripetermi, perché sei venuto qui, Niall Parollan?”
“Non voglio essere scocciato da quei rompiscatole,” brontolò lui, puntando il pollice in direzione della Torre. “E mi scoccerebbero, se potessero raggiungermi. Ma qui non possono, perché il Cencom ha il divieto di inoltrarti qualsiasi chiamata, Helva, fino alle otto di domattina. Perché tu, Helva, ragazza mia, ne hai avuto abbastanza di tutti loro, per un po’, vero? Non negarlo! Ti conosco abbastanza bene. Oh, ti conosco, ragazza mia, più di chiunque altro… e ho capito che stavi per mandarli al diavolo.” La sua voce si smorzò lievemente. “Questa missione ti ha scossa più di quanto tu voglia ammettere.”
Helva non rispose. Lui bevve un altro sorso di crema.
“Non sei sbronzo,” disse lei.
“Te l’avevo detto,” fece Parollan, sogghignando.
“Non mi ero accorta,” disse Helva, in tono leggero,
per non fargli capire che era commossa da quella premura, “che fra i compiti di un Supervisore ci fosse anche quello di far la balia alle navi.”
“Abbiamo vasti poteri discrezionali.”
“E io devo restare veramente fino alle otto di domattina senza comunicare con nessuno? O cerchi di impedirmi di conoscere qualche braccio simpatico?”
“No, che diavolo,” spiegò lui, inarcando le sopracciglia. “Puoi controllare anche subito. Tu puoi chiamare chi vuoi, vedi. Ma nessuno può chiamare te. E...”
“E sei venuto qui per impedirmi di invitare qualche braccio!”
“Questa donna non ha altro per la testa!” esplose Parollan. “Avanti, invitali pure. Quanti ne vuoi. Svegliali anche tutti. Faremo una bella festa!”
Si alzò, si diresse verso il pannello.
“Perché sei qui?”
“Ehi, modera la voce, ragazza. Sono qui perché questo è il posto più sicuro per me!” Tornò a voltarsi verso di lei, con un sorriso maligno. “Non vuoi che chiami gli alloggi dei piloti?”
“Non voglio. Perché sei scappato?”
Parollan si lasciò cadere sul divano.
“Perché ne avevo abbastanza delle loro domande cretine e dei loro sospetti e...”
“Sospetti?” l’interruppe Helva.
Niall sbuffò.
“Quelli hanno un sacco di teorie idiote sui cervelli schizofrenici e sui blocchi e via discorrendo.”
“Per me?”
Niall tornò a sbuffare.
“lo ti conosco, ragazza, e ti conosce anche Railly, e quelle scemenze sul tuo conto non le beviamo.”
“Grazie.”
“Non prendermi in giro, Helva,” fece Parollan, con voce improvvisamente dura. “Ti farò sgobbare egualmente come una matta. Ti farò accettare missioni che non vorrai, perché saranno utili a te e al Servizio...”
“Utili a me? Come la missione a Beta Corvi?”
“Si, accidenti! Utili alla donna che sta dentro quella corazza di titanio!”
“Mi pareva che mi avessi proposto di uscire da questa corazza... per passare nel corpo di Kurla.”
Immobile, Parollan fissava rabbiosamente la colonna. Poi si rilassò di colpo e tornò ad abbandonarsi sul divano, apparentemente tranquillo, ma Helva notò che i muscoli della mascella erano ancora contratti.
“Sì, è vero,” disse lui, in tono mite. Poi si sdraiò sul divano e sbadigliò, ostentatamente. “Sai, non ti ho mai sentita cantare. Me lo faresti, questo favore?”
“Per tenerti sveglio? O vuoi una ninnananna?”
Niall Parollan sbadigliò di nuovo, intrecciò le dita dietro la testa e fissò il soffitto.
“Scegli tu.”
Sorprendentemente, Helva si accorse di aver voglia di cantare.





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9/9/2011 5:55 PM
 
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LA NAVE RAPITA - 5





Le navi cervello non spariscono,” disse Helva in tono che si augurava fosse abbastanza fermo.
Teron sporse il mento in un gesto che lo faceva sembrare un Neanderthal senza collo. Quel gesto, in principio divertente, aveva finito per diventare insopportabile.
“Hai sentito la Centrale,” rispose Teron, in tono didattico. “Spariscono, poiché sono sparite.”
“La sparizione è in contrasto con la psicologia del guscio,” disse Helva, trattenendosi a stento dall’urlare al massimo volume. In quell’ultimo anno, s’era accorta di reagire a Teron in modo più emotivo che razionale. Il loro abbinamento era intollerabile e lei lo avrebbe rotto appena avesse conclusa quella missione e avesse fatto ritorno alla Base di Regulus.
Helva ne aveva abbastanza di Teron. Non gliene importava nulla se quel sentimento non era reciproco. Aveva faticato ad ammettere di essersi cacciata in una situazione cui non riusciva ad adattarsi, ma lei e Teron erano incompatibili. L’unica cosa da fare era liberarsi di quell’individuo.
“La tua lealtà è lodevole, ma in questo caso è mal riposta,” stava continuando pomposamente Teron, “Ecco i fatti. Quattro navi-cervello impegnate in missioni per conto dei Mondi Centrali sono sparite senza lasciare tracce, insieme ai loro piloti. Una nave può alterare un nastro di rotta; un pilota no. Le navi non si sono presentate ai porti di destinazione. Non sono apparse neppure nei settori dì detti porti. Perciò sono sparite. Le navi devono avere alterato i nastri di rotta per ragioni ignote. Perciò sono organismi malfidati. E’ la conclusione logica. Un’intelligenza razionale deve ammetterlo.”
Ed esibì quel sogghigno irritante che all’inizio Helva aveva scambiato per un dolce sorriso. Lei contò lentamente fino a cento. Quando tornò a parlare, la sua voce era perfettamente controllata.
“I dati presentati sono incompleti. Mancano i moventi. Quelle quattro navi non avevano ragione di sparire. Non erano neppure pesantemente indebitate. Anzi, la DR si sarebbe sdebitata entro tre anni.” ‘Proprio come me’, pensò. “Perciò, e sulla base di informazioni riservate a me note, le tue conclusioni sono inaccettabili.”
“Non capisco quali informazioni riservate, ammesso che tu ne abbia,” fece Teron con un sorriso di superiorità, “potrebbero cambiare le mie conclusioni, alle quali è giunta anche la Centrale.”
Ecco, pensò Helva, ha chiamato in causa l’autorità suprema, e crede di avermi tappato la bocca. Ma era inutile discutere con lui. Era un tipo cocciuto, dogmatico, insensibile, fanatico dei regolamenti e dalla mentalità così ristretta da essere completamente privo di immaginazione. E Parollan una volta aveva accusato lei di essere testarda!
Non avrebbe dovuto pensare a Niall Parollan. Quello scocciatore le aveva fatto una delle sue visitine ufficiose per convincerla a non scegliere Teron di Acthion.
“E’ stato promosso solo perché è bravo nella teoria! E’ adatto per un bidone dell’immondizia, non per te!” aveva urlato Niall Parollan, camminando avanti e indietro nella cabina.
“Non sei tu, il suo futuro compagno.” aveva ribattuto Helva. “Il suo profilo psicologico è perfettamente compatibile con il mio.”
“Svegliati, ragazza mia. E guardalo. E’ tutto muscoli e niente cuore. Cristo, è... è un androide, completo d’un cervello metallico programmato in atmosfera rarefatta. Ti farà impazzire.”
“E’ un tipo fidato, equilibrato, colto, ben adattato...”
“E tu sei la vergine dispettosa in una corazza di latta!” aveva gridato Parollan, e per la seconda volta da quando si conoscevano, era uscito senza voltarsi indietro a guardarla.
E adesso Helva doveva ammettere che Niall Parollan aveva avuto tutte le ragioni. Teron di Acthion era insopportabile.
‘E se mi dice ancora una volta che sono un organismo malfidato, pensò Helva, gli spalanco il portello in pieno spazio!’
Ma Teron era convinto di averla azzittita con la sua ultima osservazione. Sedette al pannello dei comandi, si sgranchì le dita come faceva sempre, poi cominciò a passare i suoi preziosi dati al calcolatore, per controllare il nastro della rotta: era chiaro che intendeva prevenire il desiderio irrazionale di fuga che Helva poteva provare, secondo lui. Lavorava metodicamente e lentamente, impassibile.
‘Ma come ho fatto ad essere così stupida da scegliere lui?’ si chiese Helva. ‘I miei fluidi nutrienti mi vanno in tanto acido. Quando torno a Regulus dovrò farmi controllare il sistema endocrino. Non sono a posto... No, no, no, si disse. Non ho niente che non possa guarire togliendomi di torno Teron. Quello mi sta spingendo a dubitare della mia sanità mentale. E io so di essere sana di mente, o non sarei quella che sono.
Ricordatelo,’ si disse Helva. ‘prima che questo viaggio finisca, Teron è capace di convincerti che tu sei una minaccia per i Mondi Centrali, perché la tua intelligenza è imprevedibile... Come se tu non fossi riuscita a cavartela da tanti guai proprio perché hai un’intelligenza imprevedibile... Come quella volta su Alioth, con Kira.’
Helva s’era già dimostrata imprevedibile, nella sua breve carriera, e Teron aveva avuto la ‘bontà’ di farglielo notare, e l’aveva ammonita di non agire mai al di fuori degli ordini, finché lui era il suo compagno. Non doveva fare niente, assolutamente niente, senza prima avere l’approvazione di Teron e della Centrale. Un organismo intelligente si distingueva proprio perché eseguiva gli ordini senza deviazionismi.
“Vuoi dire,” aveva osservato Helva ridendo, la prima volta, convinta che Teron scherzasse, “che se gli ordini mi impongono di entrare in un’atmosfera che le mie indagini indicano come corrosiva e pericolosa per me e per te, dovrei eseguirli egualmente?”
“Le Navi dei Mondi Centrali non ricevono mai ordini insensati,” aveva ribattuto Teron, in tono di rimprovero.
“Sì, domani! Magari emanano un ordine senza conoscere determinati fattori importantissimi. Come l’atmosfera corrosiva...”
“Ipotetica...”
“ma possibilissima. Devi ammettere che spesso ci accostiamo a sistemi stellari poco noti. Perciò è possibile, non ipotetico, che gli ordini richiedano una valutazione ponderata, e questa valutazione può e deve portare anche alla disobbedienza.”
Teron aveva scosso la testa, con aria di disapprovazione.
“Ora capisco perché i Mondi Centrali vogliono un pilota umano per le navi controllate da un cervello. E’ necessario, dato che c’è un organismo malfidato che può disporre d’uno strumento poderoso come una delle vostre navi.”
Helva aveva balbettato, sbalordita. Era stata sul punto di osservare che il pilota non poteva escluderla dai comandi: era lei, invece, che poteva escludere il pilota.
“Un giorno,” aveva continuato inesorabile Teron, “questi espedienti non saranno più necessari. L’automatismo sarà così perfetto che non serviranno più i cervelli umani.”
“Adesso usano esseri umani,” aveva risposto Helva, spiccando bene ogni sillaba.
“Ah, sì, esseri umani. Noi siamo creature fallibili, soggetti a troppe pressioni, troppo fragili per un grande compito.” Teron aveva la tendenza ad abbandonarsi alle omelie. “Errare è umano, perdonare è divino. E quando l’elemento umano, incline all’errore, verrà eliminato, e l’automazione sarà perfetta, le tecniche usate attualmente saranno inutili. Raggiunta la vera perfezione, le navi saranno completamente fidate.” E aveva accarezzato con aria di superiorità il pannello dei comandi.
Helva s’era frenata a stento dal rispondergli male. Secondo la logica di Teron, ogni essere intelligente, mobile o immobile, era imprevedibile e malfidato: era incapace di ammettere, lui, che una conclusione intelligente molto spesso non era per nulla logica.
E adesso, in quel momento, l’intelligenza, l’istinto, l’addestramento e la ragione dicevano ad Helva che le navi cervello non sparivano: soprattutto quattro di fila, in meno di un mese. Una ogni cento anni era possibile e probabile. Ma c’era sempre una ragione: come il dolore della 732, che era impazzita ed era finita su Alioth...
‘Ma perché diavolo ho permesso che Kira mi lasciasse, al termine della Missione Cicogna? Lei avrebbe capito questa situazione,’ pensò Helva. Era inutile sperare di convincere Teron che quelle quattro sparizioni erano assurde: per convincersi avrebbe dovuto possedere un po’ d’intuizione, e Teron non ne possedeva affatto.
E per giunta, Teron sembrava dimenticare troppo spesso che dietro la paratìa di titanio c’era un corpo umano... inerte ma completo.
Se Teron non fosse stato così esasperante, le avrebbe fatto pena. Aveva la mania della perfezione: perché aveva il terrore di sbagliare, e perché sbagliare significava fallire, e fallire, per lui, era inammissibile. Se lui non avesse commesso errori, non avrebbe mai fallito, e sarebbe stato un autentico successo...
‘Bene,’ si disse Helva ‘io non ho paura di sbagliare e di riconoscere di avere fallito. E con Teron mi sono proprio sbagliata. Se diffida della gente ingusciata, non può essere utile né a me né ai Mondi Centrali. Bene, non sarò vendicativa: chiederò che lo sostituiscano, e pagherò la penale. Non andrò in rovina per così poco. Con un nuovo braccio e un paio di buoni incarichi, mi sdebiterò in poco tempo. Ma Teron... fuori dai piedi!’
Quella decisione la fece sentire subito molto meglio. Quando Teron si svegliò, il ‘giorno’ dopo, controllò come al solito tutti i contatori e tutti gli indicatori di bordo. Quel controllo Helva poteva sbrigarlo in dieci minuti, ma lui impiegava quasi tutta la mattina. Tutti gli altri compagni lasciavano quel compito al cervello.
“Tutto perfettamente a posto,” commentò Teron, come al solito, dopo aver comparato i suoi dati con quelli di Helva. Poi sedette, ad attendere il momento in cui avrebbe avvistato Tania Borealis.
La TH-834 era già stata a Durrel, il quarto pianeta di Tania Borealis, e gli addetti allo spazioporto conoscevano già Teron. Lo conoscevano e lo disprezzavano, al punto di parlare con Helva, invece che con lui. A Helva faceva piacere, ma poi Teron diventava ancora più intollerabile. Questa volta, lui reagì mostrandosi molto solenne e burocratico con i funzionari del porto e con il Capitano del Servizio Medico al quale doveva consegnare il carico di droghe rare. Data la natura e la potenza di quelle droghe era opportuna una certa cautela, ma era un vero insulto il fatto che Teron pretendesse di chiamare sul raggio i Mondi Centrali per chiedere una copia del cubo d’identità del capitano Brandt, prima di consegnargli il prezioso pacchetto.
E, per peggiorare le cose, toccò a Niall Parollan, supervisore della Sezione, rispondere a quella chiamata, ed Helva comprese fin troppo bene tutte le sfumature della sua voce che pronunciava le frasi di rito.
Helva ribolliva, aveva voglia di scoppiare. Ci mancava anche Parollan! Altri tre scali, uno a Tania Australis e due ad Alula, prima di poter tornare alla Base di Regulus. Era meglio lasciare che Niall si divertisse adesso, così avrebbe finito di ridere quando lei avrebbe dato il benservito a Teron.
Preparandosi al tono trionfale di Niall, Helva gli segnalò privatamente di tenere acceso il raggio. Teron, schiavo come sempre del protocollo, avrebbe accompagnato il capitano Brandt fino alla macchina, e lei avrebbe avuto il tempo di informare Parollan della sua decisione.
“Torre alla TH-834. Richiesta di permesso di salire a bordo da parte dell’Antiolathan Xixon,” disse la Torre di Durrell.
“Permesso rifiutato,” disse Helva, senza neanche guardare Teron.
“Parla il pilota Teron,” s’intromise il braccio, avvicinandosi ai comandi e aprendo il canale locale. “Qual è lo scopo della richiesta?”
“Non lo so. Quei signori stanno arrivando con una macchina.”
Teron tolse il contatto e guardò dal portello aperto. La macchina di Brandt stava incrociando l’altro veicolo al centro del campo.
“Helva, non hai il diritto di dare ordini, quando la richiesta è formulata secondo i regolamenti.”
“Hai mai sentito parlare di un Antiolathan Xixon?” chiese Helva. “E la nostra non è una missione riservata?”
“Conosco benissimo la natura della nostra missione e non ho mai sentito parlare di un Antiolathan Xixon. Ma questo non significa che non esista. Il suo titolo sembra un titolo religioso, e noi abbiamo ordine di mostrarci rispettosi verso tutte le religioni. Quindi dobbiamo riceverlo.”
“Verissimo. Ma posso ricordare al Pilota Teron che ho una maggiore anzianità di servizio e che ho accesso ai banchi-memoria? Banchi-memoria meccanici, meno suscettibili d’errore della mente umana? E non esiste nessuno Xixon.”
“La richiesta era formulata a norma di regolamento,” ripeté Teron.
“Non dovremmo consultare la Centrale?”
“Vi sono cose che possiamo fare e senza sanzione ufficiale.”
“Oh, davvèro?”
La macchina arrivò e gli Xixon chiesero permesso di salire a bordo. Il loro arrivo impediva a Helva di parlare in privato con la Centrale. E l’iniziativa presa da Teron l’irritava ancora di più.
I quattro uomini salirono a bordo: due, che indossavano semplici tuniche grigie, si fecero da parte, come se precedessero un alto dignitario. Portavano armi alla cintura, e appesi al collo avevano strani fischietti. Il terzo, grigio di capelli ma vigoroso, fece entrare ossequiosamente il quarto, un imponente individuo dai capelli bianchi, che indossava una lunga tunica nera. Anche lui portava un fischio, più grande di quello delle guardie, ma molto simile.
Helva notò che quella scena era ben poco rassicurante. L’uomo dai capelli grigi aveva controllato con lo sguardo ogni angolo della cabina, il vecchio si accostò alla paratia di titanio che nascondeva Helva, mentre l’altro si avvicinava a Teron. Improvvisamente, Helva si spaventò.
“Teron, sono impostori!” gridò, ricordandosi, con un’improvvisa speranza, che il raggio di comunicazione con la Centrale era ancora acceso.
L’uomo dai capelli bianchi abbandonò ogni finzione:
puntò un dito verso la colonna e sibilò una serie di sillabe, in una cadenza spaventosa.
Prima di perdere conoscenza, Helva vide le due guardie soffiare nei fischietti: le note penetranti bloccarono sonicamente i circuiti della nave. Vide Teron afflosciarsi sul pavimento, abbattuto dall’uomo dai capelli grigi. Poi il gas anestetico liberato dal vecchio la sopraffece.

‘Ho i circuiti in disordine’ pensò Helva... e ricordò tutto.
Non vedeva nulla: non udiva nulla. Non un fruscio, non un puntolino luminoso. Lottò contro un’ondata di disperazione che minacciava di scaraventarla verso la pazzia.
‘Io penso, quindi vivo,’ si disse, con tutta la forza della sua volontà. ‘Posso pensare e posso ricordare, razionalmente, con calma, tutto quello che è accaduto.’
L’orrore dell’assoluto isolamento dal suono e dalla luce stava quasi per dominare il suo ego. Freddamente, Helva rivisse la scena conclusiva del tradimento. L’entrata dei quattro uomini, i fischi che bloccavano i suoi circuiti per paralizzare le sue difese contro l’attivazione non autorizzata del suo pannello. La manovra del terzo uomo che aveva abbattuto Teron.
L’attacco era stato pianificato per sopraffare nello stesso tempo il braccio e la mente. Solo qualcuno che aveva a che fare con i Mondi Centrali poteva conoscere le informazioni necessarie per sconfiggere l’unità mobile e quella immobile: e soprattutto, come faceva a conoscere la parola chiave, e il timbro appropriato di voce?
Helva arrivò alla conclusione, ovvia ma sbalorditiva. Adesso sapeva come mai le altre quattro navi erano sparite. Erano state rapite come era stata rapita lei. Ma perché? E dov’erano? Isolate come lei? Oppure erano impazzite per la..
‘Mi rifiuto di pensare una cosa simile,’ si disse Helva. ‘E debbo riflettere...’
La prima nave a scomparire era stata la FT-687. Anche quella era impegnata a trasportare droghe: ma ritirava materiale grezzo, non lo distribuiva. Lo stesso valeva per la RD-751 e la PF-699. Le droghe che quelle navi trasportavano potevano essere ottenute solo mediante una richiesta ai Mondi Centrali, e venivano consegnate in piccole quantità da squadre speciali.
Un’ampolla contenente cento centimetri cubici di Menkalite poteva avvelenare l’acqua di un intero pianeta, e trasformare gli abitanti in docili schiavi. Un granello della stessa droga, diluito in una sospensione di proteina, bastava ad immunizzare gli abitanti di parecchi sistemi stellari contro un’epidemia di encefalite. La Tucanite, che era una sostanza psichedelica, era preziosa per la cura della catatonia e dell’autismo. Quelle droghe erano mortali, sotto un punto di vista, ma sotto un altro aspetto erano indispensabili... Era per quello che le navi erano state rapite? Neppure una persona ingusciata al sicuro dalle macchinazioni d’una mente malata.
Una mente malata? I pensieri di Helva si concentrarono. Dov’era quel suo stupido braccio? Teron avrebbe potuto essere utile, con i suoi muscoli. Ricordò il momento in cui il terzo uomo lo aveva abbattuto: e si augurò, malignamente, che gli avesse fatto veramente male. Ma Teron poteva vedere e udire senza bisogno di apparecchi meccanici...
Helva si sentì in preda alla vertigine: era sull’orlo della pazzia, e non doveva cedere...
UN SUONO.
Un suono metallico, graffiante. Ma era un suono, meraviglioso dopo quel silenzio intollerabile. Urlò, ma poiché aveva solo i collegamenti auditivi, urlò silenziosamente.
Una voce stava tuonando:
“HO RICOLLEGATO IL TUO SISTEMA SONORO”
Helva abbassò rapidamente il volume ad un livello accettabile. La voce era nasale e sgradevole, ma il senso dell’udito era meraviglioso.
“Sei stata staccata dalla nave.”
Helva non comprese subito quelle parole.
“Sei collegata ad un circuito limitato audiovisivo perché tu non impazzisca. Se approfitterai della mia bontà, tornerò a isolarti.”
Una risata perversa accompagnò la minaccia. “Magari per sempre.”
Inaspettatamente, le ritornò anche la vista: Helva lanciò un urlo.
“E’ così che pensi di collaborare?” domandò la voce nasale, uscendo da una caverna rosea armata dì zanne d’avorio. Helva si affrettò a regolare le lenti, per ridurre quella faccia a proporzioni normali. Era la faccia dell’uomo, non più camuffato da vecchio, che si era presentato come l’Antiolathan Xixon.
“Collaborare?” chiese Helva, sconvolta.
“Sì, o collabori, o niente.” Lo Xixon tese la mano verso i cavi.
“No. Impazzirei!” gridò Helva, atterrita.
“Impazzire?” L’uomo rise, oscenamente. “Saresti in buona compagnia. Ma non impazzirai... per ora. Voglio servirmi di te.”
Un dito dominò la lente, come un proiettile minaccioso.
“No, sciocco, non così!” urlò all’improvviso lo Xixon, e sparì su un lato dello schermo.
Disperatamente, Helva regolò il proprio udito e la propria vista. Stava di fronte ad un piccolo amplificatore nel quale si innestavano i suoi cavi.., più altri dodici. Poteva vedere solo davanti a sé: e tra lei e il pannello dell’amplificatore, c’erano due gusci, dalle cui sommità uscivano minuscoli fili. Dentro quei gusci c’erano due esseri come lei.
‘Dovrebbero essercene altri due. Vicino a me?’ Poi scorse altri cavi. ‘Sì, vicino a me.’
Cautamente, cercò di assorbire l’energia dell’amplificatore: era piuttosto limitata. Sulla sinistra, scorse qualcosa che appariva come una parte di un apparecchio per comunicazioni interstellari.
Lo Xixon ritornò, e le sorrise, beffardamente.
“Dunque sei la nave che canta: quell’oscenità di Helva. Ti presento i tuoi cari compagni, osceni quanto te. Naturalmente, Foro non può fare altro che gemere e ululare. L’abbiamo tenuto troppo al buio.” lo Xixon rise, soddisfatto. “Delia non sta molto meglio, ma risponde, quando le si rivolge la parola. Tagi e Merl hanno imparato a non parlare se io non li interrogo: l’imparerai anche tu. Ho sempre desiderato uno zoo di mostri, e adesso ce l’ho. E tu mia ultima ospite, allieterai il mio riposo con la tua incomparabile voce. Vero?”
Helva non rispose. E subito precipitò nelle tenebre e nel silenzio. ‘E’ pazzo,’ si disse. ‘Lo fa per terrorizzarmi. Mi rifiuto di lasciarmi terrorizzare da un pazzo. Aspetterò e resterò calma. Aspetterò...’


“E allora, mio grazioso mostro, hai ripensato alla mia offerta generosa?”
Helva aveva riflettuto: limitò la sua capitolazione a un monosillabo. La felicità di vedere e di udire non poteva cancellare le ore interminabili di cecità e di silenzio... Ma il cronometro di fronte a lei le diceva che l’uomo l’aveva tenuta isolata solo per pochi minuti. Era orribile dover dipendere da quella belva. Lo studiò. La sua pelle aveva una lieve colorazione azzurra. Doveva essere nato su uno dei tre pianeti abitabili di Rho Puppis; oppure, si drogava con la Tucanite... il che era più verosimile. Helva aveva trasportato la Tucanite, e anche la RD l’aveva trasportata...
“Hai voglia di cantare, adesso?” La risata dell’uomo era diabolica.
“Signore?” fece una voce servile, sulla sinistra. Lo Xixon si girò, accigliandosi.
“Allora?”
“L’834 non trasportava Tucanite.”
Lo Xixon si girò verso Helva, con occhi lampeggianti.
“Dove l’avete messa?”
“L’abbiamo consegnata a Tania Australis,” rispose Helva, mantenendo un tono bassissimo, di proposito.
“Parla più forte!” urlò l’uomo.
“Sto usando tutta l’energia che mi ha dato lei. Quell’amplificatore non ne produce molta.”
“E non deve produrne molta,” fece irritato lo Xixon, guardandosi intorno. “Dimmi, qual è la nave che dovrà trasportare la Tucanite, dopo di te?”
“Non lo so.”
“Parla più forte:”
“Ma sto già gridando.”
“Non è vero. Bisbigli.”
“Così va meglio?”
“Beh, posso sentirti. Dimmi, quale nave dovrà trasportare la Tucanite, adesso?”
“Non lo so.”
“Non lo saprai neanche al buio?” La risata echeggiò nel cranio di Helva, mentre l’uomo la riprecipitava nelle tenebre.
Lei contò lentamente, un secondo dopo l’altro, per calcolare il tempo. L’uomo la ricollegò poco dopo. Helva aveva voglia di urlare per sentire la propria voce, ma riuscì a mantenerla bassissima.
“Così va meglio?” domandò l’uomo, con una smorfia di sospetto. “Ho disinserito completamente quel Foro.”
Helva cercò di reprimere la compassione: si consolò pensando che Foro era già impazzito.
“Per parlare è sufficiente,” disse, alzando lievemente il volume. Non poteva ripetere quel trucco: sarebbe costato probabilmente la pazzia di Merl o di Tagi o di Delia.
L’uomo scomparve. Helva alzò il volume dell’audio. Sentiva almeno dieci diversi schemi di movimento, fuori della portata della sua visuale. A giudicare dalle vibrazioni del suono, si trovavano in una caverna naturale, ampia ma dal soffitto basso. Se il pannello del comunicatore era del tipo normale, se non c’erano troppo grotte in cui si poteva disperdere il suono, e se tutti i dipendenti di quel pazzo erano vicini, forse lei avrebbe potuto fare qualcosa. Lo Xixon voleva che lei cantasse...
Attese, cercando di conservare la calma. Poi l’uomo tornò, massaggiandosi distrattamente una spalla. Helva ingrandì la visione e notò le tracce azzurre sotto la pelle. Si, usava la Tucanite.
Qualcuno porse una sedia all’uomo, che si accomodò. Un’altra mano accostò una tavola, su cui era posato un piatto di cibi raffinati.
“Canta, mio grazioso mostro, canta,” ordinò lo Xixon. Helva obbedì. Cominciò a metà della sua gamma, cantando le canzoni più sensuali che riusciva a ricordare, e poi aumentò il tono di basso. Ma tenne il volume al minimo, per costringere l’uomo a chinarsi verso di lei, se voleva udirla.
Lo Xixon si spazientì: tese la mano per staccare tutti i cavi tranne quelli di Helva, ma lei lo supplicò di non privare dei sensi i suoi compagni.
“Non è necessario, signore. Basta aumentare un po’ l’energia dal pannello principale. Anche se i miei compagni non assorbissero la corrente dell’amplificatore, non potrei cantare una nenia Reticolata, per esempio.”
L’uomo si raddrizzò, con gli occhi scintillanti.
“Sai cantare una nenia Reticolata? Una nenia dell’accoppiamento?”
“Certamente,” disse lei, fingendosi sorpresa. L’uomo la fissò, diviso tra il desiderio di ascoltare quei famosi canti esotici e il timore di darle troppa energia. Ma ormai era sotto l’effetto della Tucanite, e il fascino delle nenie Reticolate era soverchiante. Prima di decidere, comunque, lo Xixon chiamò un tecnico per consultarsi con lui.
Helva precipitò nelle tenebre e nel silenzio, poi, all’improvviso, si sentì rinascere; i suoi cavi, adesso, ricevevano una corrente più forte.
“Adesso hai l’energia che ti serve, canterina,” le disse lo Xixon, malignamente. Canta o te ne pentirai. E non cercare di farmi qualche brutto scherzo. Canta, canta per guadagnarti la vista e l’udito.”
Helva attese che la risata si spegnesse. Neppure una nenia Reticolata poteva fare effetto, sullo sfondo di quella sghignazzata. Poi attaccò con un pezzo facile, cercando di valutare l’energia di cui poteva disporre. Sarebbe bastata. E l’eco del suo canto le ritornava, assicurandole che l’ambiente non era molto vasto; e si trovava all’interno di un massiccio di pietra. Magnifico.
Cominciò a inserire qualche tono più basso, abilmente, in modo che sembrasse una parte normale della nenia. Lo Xixon, anche se la sua sensibilità era intensificata dalla droga, non poteva capire quello che lei stava facendo. Helva continuò ad aumentare le frequenze inaudibili.
La nenia era affascinante: e Helva udì distintamente i passi furtivi degli schiavi e dei collaboratori dello Xixon che si raccoglievano attorno a lei, per ascoltare quell’irresistibile canto di sirena.
Helva si raccolse per un istante, e poi riversò tutto un inferno sonico nella triplice nota. Il suono colpì per primo lo Xixon, che era sensibilizzato dalla Tucanite: e lo uccise, travolgendogli il cervello con un’ondata massiccia di furore vibrante. Poi colpì gli altri che si trovavano nella grotta: Helva udì le loro grida di disperazione al di sopra del bizzarro suono composito creato da lei. E svennero, uno dopo l’altro.
Il sovraccarico cortocircuitò parecchi pannelli del quadro principale, ed una pioggia di scintille ricadde sui morti e sugli svenuti. Helva lottò per mantenere aperti i propri circuiti, ora alimentati da una corrente più debole: ma si sentiva ormai sfinita. La grotta era silenziosa; si udivano soltanto respiri rauchi e lo sfrigolare dei fili di contatto.
“Delia, rispondimi! Sono Helva.”
“Chi è Helva? Non ho accesso ai miei banchi-memori a.”
“Tagi, mi senti?”
“Sì,” una risposta secca, meccanica.
“Merl, e tu mi senti?”
“Parli troppo forte.”
Helva fissò il cadavere dell’uomo che aveva torturato così atrocemente i suoi compagni. Oh, se avesse potuto avere un paio di mani! Ma vendicarsi su di un corpo privo di vita era illogico...
‘E adesso che faccio?’ si chiese. E a questo punto, ricordò che era stata sul punto di proclamare la sua intenzione di dividersi da Teron. E AVEVA LASCIATO ACCESO IL RAGGIO! Parollan non era il tipo che perdeva tempo... DOVE DIAVOLO ERA?


“Ecco fatto, Helva, sei di nuovo a posto,” disse il capitano ST-1, accarezzando paternamente la colonna. Helva controllò visualmente, per assicurarsi che lo sportello fosse perfettamente richiuso.
“La tua nuova parola-chiave è stata sintonizzata nel metallo, e il Comandante Railly è l’unico a conoscerla,” le assicurò il capitano.
“E i collegamenti audiovisivi indipendenti sono fissati alle sinapsi extra del mio guscio?”
“Sicuro.”
“Capitano... sei stato mai privato dei tuoi sensi?”
L’uomo rabbrividì, oscurandosi. Nessuno, tra coloro che erano entrati nel quartier generale dello Xixon, su quell’asteroide, avrebbe mai potuto dimenticare le condizioni pietose in cui erano stati trovati gli ingusciati... quegli esseri che erano pure stati ritenuti invulnerabili.
“Tagi, Merl e Delia si riprenderanno. Delia potrà rientrare in servizio entro un anno,” disse il capitano, sottovoce. Poi sospirò, non riusciva a parlare di Foro. “Voi siete molto preziosi, sai.”
Si accostò al pannello, ed Helva boccheggiò. “Calmati,” disse lui, accarezzando la colonna.
“Sei al sicuro.”
Raccolse i delicati strumenti che aveva usato, e li avvolse nella morbida gommapiuma.
“E i piloti?” chiese Helva.
“Beh, Rife di Delia guarirà presto. Gli hanno dato una sola dose di Menkalite. Stanno cercando ancora le altre due navi, ma credo che tutti i piloti sopravviveranno.” Poi cambiò di colpo espressione. “Come mai avevi il raggio acceso, Helva? Quando abbiamo tirato fuori il tuo braccio dalla cella imbottita, si è infuriato perché avevi ignorato i regolamenti... Ma se non li avessi ignorati, il Cencom non avrebbe mai saputo quello che stava succedendo. Come mai avevi lasciato aperto il canale?”
“Preferirei non dirlo. Ma dato che hai conosciuto Teron, puoi indovinarlo facilmente.”
“Eh? Beh, in ogni caso, è stato questo a salvarti.”
“Ce ne hanno messo, ad arrivare.”
Il capitano rise.
“Non dimenticare che ti avevano dato il via per la partenza, e i tuoi rapitori sono decollati da Durrel prima che il tuo supervisore potesse fermarli. Parollan ti ha lanciato subito dietro tutte le navi che si trovavano in questo settore. Ma c’è voluto egualmente un po’ di tempo: chi poteva pensare che i tuoi rapitori avessero scelto come nascondiglio un asteroide così vicino a Durrell?”
“Quello Xixon era furbo. Nessuno avrebbe mai pensato di cercarlo lì.”
“Sì, aveva un quoziente d’intelligenza molto alto,” ammise il capitano. “Non per niente, aveva studiato da pilota.”
‘Brutta faccenda,’ pensò Helva. La Tucanite l’aveva aiutato a liberarsi del condizionamento, e lui s’era intrufolato fra gli addetti alla manutenzione della Base di Regulus, preparando il terreno per le sue future imprese: in quel modo si era procurato le parole-chiave. E poi servendosi delle navi-cervello e dei piloti debitamente drogati, avrebbe potuto sbarcare dovunque, anche alla Base dei Mondi Centrali…
“Beh, adesso vado,” disse il capitano, con un rispettoso saluto. “Al resto provvederà il tuo braccio.”
“No, se potrò impedirglielo,” sibilò Helva.
L’ultimo legame con Teron s’era spezzato quando lui l’aveva messa nei guai con la sua ostinazione. E Teronl, dal canto suo, s’era rassegnato alla prigionia con stolida dignità, secondo la sua logica.
‘Ma quella logica era vigliaccheria,’ pensò Helva. Rife di Delia, per esempio, aveva tentato di fuggire. Era riuscito ad arrampicarsi su per l’imbottitura della sua cella, lacerandosi i piedi e le mani per arrivare fino alla botola. Stordito dall’iniezione di Menkalite e dalla denutrizione, era riuscito a giungere fino al portello, e lì l’aveva trovato la squadra di soccorso.
Helva fece scendere il capitano, e incominciò un rapido controllo. Era come riscoprire una serie di miracoli: per la prima volta apprezzava la versatilità della nave che era il suo corpo, l’ampiezza della sua visione. Oh, era meraviglioso essere di nuovo sé stessa.
“Helva?” Mormorò una voce sommessa. “Sei sola, adesso?” Era il Cencom, sul raggio.
“Sì. Il capitano se ne è appena andato. Puoi raggiungerlo al…”
“Lascialo andare.” Poi Helva si rese conto che quella voce rauca apparteneva a Niall Parollan. “Volevo sapere se eri ritornata al tuo posto. Tutto bene, Helva?”
Niall Parollan reso rauco dalla preoccupazione? Helva si sentì sorpresa e lusingata, ripensando alle parole sprezzanti che lui le aveva rivolto durante l’ultimo incontro.
“Ancora intatta, se è questo che vuoi sapere, Parollan,” rispose, allegramente. E le sembrò di sentire un sospiro.
“Ecco la mia ragazza1” rise Parollan, subito dopo. “Naturalmente, se non avessi avuto le sinapsi fuori posto, dopo quell’esperienza su Beta Corvi, mi avresti ascoltato, quando ti dicevo che quello scimmione di Teron era solo un maniaco del regolamento con una gran faccia di bronzo...”
“Non di bronzo, Niall,” l’interruppe Helva. “Il bronzo è un metallo, e Teron è di cartapesta.”
“Oh, oh! Ammetti di esserti sbagliata sul suo conto?”
“Errare è umano...”
“Grazie a Dio!”
In quel momento, Teron chiese il permesso di salire a bordo.
“Ci sentiamo più tardi, Helva. Non me la sento di...”
“No, Parollan!”
“Helva, mio unico amore, sono rimasto inchiodato su questo raggio per tre giorni, e gli stimolanti non fanno più effetto. Sto per crollare.”
“Tieni gli occhi aperti ancora per qualche minuto, Niall. E’ una cosa ufficiale,” disse Helva, mentre attìvava l’ascensore. Una rabbia fredda prese, nella sua mente, il posto della gioia che quella conversazione con Parollan le aveva dato.
Teron entrò nella cabina principale, la salutò con sobria cerimoniosità, poi si diresse verso la poltrona del pilota. Si stropicciò le mani, sedette, fletté le dita, poi le posò sulla tastiera del calcolatore.
“Dovrò fare un controllo accurato per accertarmi che non ci siano stati danni,” disse.
“Davvero?” chiese Helva, in tono minacciosamente tranquillo.
Teron aggrottò la fronte e si girò verso la colonna. “Il nostro programma di lavoro è rimasto interrotto anche troppo a lungo, per via di questo incidente.”
“Incidente?”
“Cambia tono, Helva. Non puoi pretendere di servirti dei tuoi trucchi con me.”
“Che cosa non posso pretendere?”
“Suvvia,” cominciò lui, abbassando il mento. “Tengo conto del fatto che tu hai subito una certa tensione. Avresti dovuto insistere perché io sorvegliassi il lavoro del capitano che ti ha reinstallata. Potresti avere subito qualche danno ai circuiti, sai.”
“Quanto sei gentile a pensare a questa possibilità!” fece Helva. Dunque era quello che gli interessava?
“Fisicamente non puoi subire danni, certo, poiché sei chiusa nel titanio,” disse Teron, e tornò a voltarsi verso la ‘console’.
“Teron di Acthion, a questo punto posso dire soltanto che per te è una sporca fortuna che io sia chiusa nel titanio. Perché se fossi mobile, ti sbatterei fuori a calci...”
“Cosa ti ha preso?”
Una volta tanto, un illogico sbalordimento sconvolse il volto di Teron.
“Fuori! Fuori dal mio ponte! Fuori dalla mia vista! FUORI!” ruggì Helva, aumentando il volume ad ogni parola, senza badare alla delicatezza della struttura dell’orecchio umano. Lo scacciò con la forza del suono, e Teron, coprendosi le orecchie con le mani, corse nell’ascensore, che lei si affrettò a calare.
“Un organismo malfidato, eh? Irresponsabile, eh...” gli urlò dietro lei, a pieno volume. Poi scoppiò a ridere. “Hai sentito, Niall Parollan?” chiese poi, in tono ragionevole ma esultante. “Niall? Ehi, Cencom, rispondimi!”
Dal canale aperto veniva soltanto il suono discorde di un profondo russare.
“Niall?” Il dormiente continuò a russare, ed Helva ridacchiò, a quella ulteriore dimostrazione della fragilità umana. Chiese e ottenne via libera, e decollò dallo spazioporto semidistrutto dall’asteroide. Al suo ritorno, avrebbe fatto una lunga chiacchierata con il Comandante Railly. La penale per il ‘divorzio’ da Teron sarebbe stata poca cosa, in confronto al premio per il ritrovamento delle quattro navi rapite e poi doveva esserci un premio federale per avere contribuito alla cattura degli spacciatori di droga. In totale, quei premi dovevano fare di lei una nave libera, padrona di se stessa. E quel solo pensiero bastava a metterle addosso la voglia di cantare.





[Edited by auroraageno 9/9/2011 5:56 PM]
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9/9/2011 8:10 PM
 
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LA NAVE E IL SUO COMPAGNO - 6



Mentre volava a una velocità che un essere umano non protetto non avrebbe mai tollerato, Helva pensava felice che adesso aveva pagato il suo debito. Era libera, e libera di scegliersi finalmente un braccio, un compagno per andare dovunque lei avesse voluto. Poteva scegliere chi voleva. Poteva...
Poteva scegliersi qualcuno che non fosse un solito braccio sfornato dall’Accademia. Ma... C’era un problema. Se i compagni addestrati apposta per diventare compagni d’una nave-cervello potevano essere limitati, con la testa imbottita di regolamenti, gli altri umani, in generale, provavano un senso di ripugnanza o di terrore superstizioso al pensiero di un altro essere umano chiuso in una bara d’acciaio e collegato alla nave da circuiti elettronici. Erano ben pochi quelli che la consideravano una persona, un essere umano dotato di intelligenza, di pensiero, di sentimenti.
Jennan era stato uno dei pochissimi... Theoda era stata troppo immersa nel suo dolore per stabilire con lei un vero legame umano. E Kira Falernova, che era rimasta con lei per più di tre anni, era stata una cara amica, ma niente di più. In realtà, l’unico umano mobile vivente che la considerava una creatura umana era Niall Parollan.
Era rimasto per tre giorni inchiodato al suo posto, per rintracciarla, quando avrebbe potuto benissimo passare l’incarico ad un altro.., anche se questo non cancellava il fatto che era un tipo capace di insultarla e di prenderla in giro.
Helva ridacchiò, augurandosi che qualcuno avesse scoperto Niall mentre russava, scomodamente seduto davanti all’apparecchio. ‘Peccato che sia un ometto,’ pensò, se fosse stato più alto, avrebbe potuto diventare un buon braccio. Perché poi i Mondi Centrali badavano tanto alla statura dei piloti? Un cretino come Teron poteva diventarlo e Niall no? Se Parollan era scarso di statura fisica, in compenso aveva energia e abilità da vendere. Anche troppo, magari.
“Scemenze,” disse Helva. Quella parola echeggiò nelle cabine vuote. “Beh, chissà se è rimasto sveglio abbastanza per registrare il mio divorzio.”
Non se la sentiva di pensare a quello che lui le avrebbe detto in proposito. Ricordava benissimo il tono furibondo con cui aveva cercato di dissuaderla dall’accettare Teron.
“Come nave sei in gamba, ma come femmina sei una stupida!”
Bene, ma la collaborazione con Teron era stata un disastro: lei avrebbe potuto ribattere l’ironia di Parollan. Se Teron non fosse stato quell’insopportabile maniaco dei regolamenti, non avrebbe lasciato salire a bordo lo Xixon, e lo Xixon non li avrebbe rapiti. E lei non avrebbe potuto guadagnarsi i premi che le bastavano per sdebitarsi completamente.
Era un grande successo, essere libera dopo pochi anni di carriera: il sogno di tutte le navi-cervello. E adesso? Aveva bisogno di un braccio scelto da lei, e aveva bisogno di una meta, d’una destinazione.
“Potrei andare fino alla Nebulosa Testa di Cavallo,” disse, a voce alta, godendosi quelle parole. Ma quelle parole le riportarono il ricordo di Jennan... dì Jennan che prometteva che un giorno sarebbero arrivati insieme fino a quella nebulosa...
E Jennan riposava nel cimitero della Base di Regulus, e con lui erano stati sepolti tutti i sogni di Helva. Era inutile andare da sola fino alla Nebulosa Testa di Cavallo...
Per scacciare quei pensieri, cominciò a fare calcoli. Oh, avrebbe potuto riuscirci. La sua pila era nuova, e avrebbe potuto arrivare alla Nebulosa in... in cento anni standard, mantenendo la sua velocità massima. Ma poi? Aveva bisogno di qualcuno con cui festeggiare la vittoria, altrimenti a che sarebbe servito?
Adesso Helva capiva perché molte navi delle classi più vecchie spesso decidevano di morire senza una ragione apparente. E si chiese perché mai la libertà le fosse sembrata una condizione invidiabile. Lei era libera.., ma che importanza aveva?
La banda nave-a-nave cominciò a sibilare, spezzando i suoi pensieri.
“Helva, qui è la Quattrocentoventidue!”
“Silvia!”
“Da te accetto il nome. Dicono che ti sei sdebitata.”
“Sì, secondo i miei calcoli.”
“E allora che cos’hai? Non è la fine del mondo: è il principio.”
“Di che cosa?”
“Ehi, l’avventura a Borealis ti ha scosso parecchio.”
“No, no. Ma non mi piace la solitudine.”
“E allora non apprezzi la felicità,” rispose Silvia, cinicamente. “Credevo che fossi felice di liberarti di quel somaro di Teron... Helva, stai attenta. Hai saldato il conto in meno di dieci anni standard. Troppo presto; i Mondi Centrali non ti lasceranno andare.”
“Dici?”
“Senti,” fece energicamente Silvia, “se cercano di fregarti, chiama in causa i Monitori Mutanti o la Società per i Diritti delle Minoranze Intelligenti. Su Regulus ci sono Amiking e Rocco. Amiking è la SDMI, ha la bella uniforme, ma il vero cervello è Rocco. Falli partecipare a qualunque discussione: chiedi un controllo di tutti i costi dal giorno in cui ti hanno tolta dalla culla per metterti nel guscio.”
“Silvia. non credo che ci saranno discussioni sulle cifre. Sono libera, ne sono sicura.”
“E allora, dov’è il problema?”
“Che cosa faccio, adesso?”
Silvia sfrigolò indignata.
“Ma ti rendi conto che i complessi industriali saranno felici di pagarti qualsiasi cifra? Certo, devi stare attenta, con l’industria privata: sono furbi, quelli. Prima di scendere su Regulus, chiama Broley. Un ingusciato di città sa sempre chi è pronto ad assumerti e di chi ti puoi fidare. Bro1ev ti procurerà un ottimo contratto.”
“E un buon braccio?”
“Ricominciamo, Helva?”fece Silvia, disgustata. “Cambia disco.” Prenditi il tecnico che ti serve per una data missione, poi sgancialo. E credevo che per un po’ avresti fatto volentieri a meno d’un braccio.”
“Ne voglio uno che resti con me. Se Jennan. .. »
« Se, se! I se non servono a niente, Helva. Tu sei famosa, ormai: i piloti ti supplicheranno di assumerli. Scegli quello che preferisci. Sicuro, tu e Jennan eravate una splendida coppia. La sua morte è stata una disgrazia tremenda. Ma è morto, lascia che riposi in pace. Trovati un altro compagno, qualcuno alla tua altezza, e non un altro bastardo come quello che hai buttato fuori a urlacci.”
Helva sussultò; Silvia sapeva anche quello.
“E se proprio vuoi un compagno, piglialo giovane e allevatelo tu. L’Accademia li rovina, spesso, ormai dovresti sapere che tipo di braccio non ti va bene. E stai attenta a Railly: è furbo. Cercherà di trattenerti, com’è vero che io sono nel Servizio da quattrocento anni.”
“E perché sei nel Servizio da quattrocento anni Silvia?”
Vi fu un lungo silenzio.
“Non me lo chiedo più, Helva. Alla tua età, stavo quasi per sdebitarmi: poi incappammo in uno sciame di meteoriti, al largo di Saadalsung e... beh, di solito c’è sempre qualcosa d’interessante da fare, per i Mondi Centrali. E anch’io ho avuto compagni buoni e compagni cattivi.” La sua voce si allontanò. “Stai in guardia, Helva. Non venderti per poco!”
Il contatto s’interruppe. Helva rifece i suoi conti, incominciando dai debiti spaventosi della sua infanzia. L’adattamento della pituitaria perché il suo corpo non crescesse più che tanto e il delicato intervento di chirurgia cerebrale che l’aveva fatta diventare una nave erano costati carissimi. Ma siccome la schiavitù non era ammessa, nei Mondi Centrali, organizzazioni di cittadini benintenzionati avevano imposto un sistema di stipendi e di premi che costituiva un incentivo per le persone ingusciate e assicurava loro, alla fine, la libertà.
Ma Helva si rendeva conto che il suo condizionamento era un’arma a doppio taglio: la rendeva felice di essere ingusciata, di dedicare la sua vita al Servizio.., e trasformava la libertà in una beffa. Cosa poteva fare, una nave-cervello, se non continuare come aveva cominciato?
Comunque, adesso era libera. Poteva considerare con calma la situazione, e lasciare che Broley le trovasse un buon contratto indipendente. Si chiese quanto tempo aveva impiegato la FG-602 a concludere il contratto con la Confederazione di Alphecca. Una volta, ai tempi di Jennan, lei aveva incontrato quella nave, ma tanto il braccio quanto la mente avevano ostentato un’aria di superiorità offensiva...
Naturalmente, pensò, poteva trasmettere un annuncio, dichiarandosi disposta a prendere in considerazione una buona offerta. Ma forse era meglio presentarsi prima alla Base di Regulus e assicurarsi che tutto fosse a posto: era opportuno restare in buoni rapporti con i Mondi Centrali, perché avrebbe avuto bisogno dei loro tecnici, per la manutenzione e le riparazioni.
Si accorse di avere rallentato e tornò ad accelerare in direzione di Regulus. Cominciò a preparare l’elenco delle qualità che esigeva nel suo nuovo braccio, e quella meditazione fu così piacevole che il tempo volò. Arrivò nei pressi di Regulus e chiese istruzioni per l’atterraggio.
“Oh, ma è Helva!” Fu Niall Parollan a risponderle.
“Stavi dormendo? O eri in piacevole compagnia?”
“L’uno e l’altro.”
“Come?”
“Dormivo in piacevole compagnia.”
“E a lei non dà fastidio che tu russi?”
“Loro erano troppo sfinite per sentirlo e troppo soddisfatte per fare commenti, cara la mia ragazza.
“Non sono la tua ragazza.”
“Ci terrebbero in tante, a esserlo!”
“Ma come fai a illuderti così?”
Niall ridacchiò, maliziosamente.
“Io scelgo la mia compagnia con giudizio, a differenza di certa gente...”
“E va bene, Parollan. Accuso il colpo. A proposito, sei rimasto sveglio almeno per il tempo necessario per registrare il mio divorzio da Teron?”
“Oh, sì! Ed è stata una grande gioia, per me, metterti in conto la penale.”
“Posso permettermi di pagarla.”
“Lo so.” Inaspettatamente la voce di Parollan si incuupì. “Scendi al Settore Numero Tre, Pista dell’Amministrazione. C’è un comitato dei festeggiamenti che ti aspetta.”
“Per annunciarmi che sono libera, spero!”
Il Cencom non rispose. Se l’era cavata con poco. Niall non l’aveva presa in giro come lei si aspettava. Avrebbe sentito la sua mancanza: era caustico e sgarbato ma...
Mentre si posava sul Settore Numero 3, provò una fitta d’incertezza. Per dieci anni tutta la sua esistenza era stata regolata sulla base della certezza che lei ‘apparteneva’ al Servizio. Adesso avrebbe dovuto cambiare modo di pensare.
Scorse un gruppetto di persone che usciva dalla Torre della Base. Niall Parollan sembrava ancora più piccolo a fianco di quei tre uomini grandi e grossi. Riconobbe la figura massiccia del comandante Railly: era logico che lui venisse a riceverla, data la situazione. Ma gli altri due erano il Comandante Breslaw dell’ingegneria e l’Ammiraglio Dobninon delle Relazioni Estere, e che c’entravano? Forse Silvia aveva avuto ragione: non intendevano mollarla. Avrebbe dovuto chiamare la Doppia M o la SDMI... Decollare non poteva, o avrebbe arrostito quel quartetto di notabili.
Calò l’ascensore e accese gli audio esterni: ma nessuno dei visitatori fece commenti prima di essere arrivato nel portello. Poi recitarono la solita scena delle precedenze. Parollan fece passare cerimoniosamente Railly, poi fissò la colonna di Helva con aria di possesso, e quando la salutò, lo fece come se la stesse dichiarando sua proprietà esclusiva. E quella sfacciataggine la sbalordì.
Dobrinon notò quello strano saluto.
“Signori, ricordiamoci l’educazione!” E sbatté i tacchi, salutando militarmente.
“E la nostra più profonda gratitudine, Helva,” stava dicendo il comandante Railly, ancora sull’attenti. “il suo coraggio e la sua presenza di spirito a Borealis sono già entrati nella leggenda. Siamo orgogliosi, veramente orgogliosi, di averla avuta al nostro servizio.”
Helva notò quel passato remoto e tornò a chiedersi cosa significava l’atteggiamento di Parollan.
“Conosce già Breslaw dell’ingegneria e Dobrinon degli Esteri,” continuò Railly, tranquillamente. Helva si chiese come mai quei due erano venuti da lei, se lei era ormai indipendente.
“Sì, ci conosciamo,” ammise in tono asciutto, e Railly ridacchiò. Indicò agli altri di sedersi. Helva li scrutò attentamente. Parollan le rivolse un rapido sogghigno, prima di accomodarsi, con un braccio appoggiato negligentemente sulla spalliera. Come se avesse intenzione di restare per un po’, pensò acida Helva.
“Non so se le istruzioni l’hanno raggiunta durante il volo, Helva,” disse RaiHy. “ma le modificazioni audiovisive che lei ha suggerite verranno apportate a tutti i nuovi gusci. Nessuno dei suoi compagni potrà più essere privato dei sensi. E tutto questo è merito suo. Nel suo caso, naturalmente, le modificazioni saranno gratuite. E di conseguenza, lei è molto vicina al saldo.”
Alzò la mano, e sorrise benignamente mentre Helva cominciava a protestare.
“Anzi, direi che l’ha superato largamente. Le spetta il premio per il ritrovamento delle navi rapite e la taglia degli spacciatori di droghe.” Railly si alzò e cominciò a camminare avanti e indietro. Helva si chiese se aveva la coscienza sporca o se cercava di mettere io ordine i propri pensieri per attaccare. In ogni caso, la faccenda non prometteva bene... per lei.
“Quindi, Helva, la Base di Regulus deve considerarla libera,” annunciò lui, con toni stentorei. “Siamo molto orgogliosi di lei. Molto orgogliosi.” E poi abbassò la voce, confidenzialmente. “Anche se è contro i nostri interessi, vorremmo che tutte le navi-cervello si dimostrassero altrettanto efficienti e raggiungessero così in fretta l’autonomia fiscale. In attesa della conferma dei premi che le spettano da parte della Federazione, la Base di Regulus ha ricevuto la richiesta di non considerarla disponibile per nuove missioni.”
“E lei voleva assegnarmene una.”
“Sì, volevamo assegnargliene una,” ammise Railly, con un sorriso paterno. E lanciò un’occhiata a Parollan.
“Allora è inutile perdere tempo a discuterne, eh, Comandante?” fece Helva, nell’attimo stesso in cui Parollan si alzava in piedi.
“Oh, il Comandante non la considera una perdita di tempo, Helva,” disse Parollan, sarcastico. “Naturalmente, se hai fatto altri progetti, sei stata molto gentile a venire fin qui per dirci addio.” Girò sui tacchi e si diresse verso il portello. “Vieni a trovarci, qualche volta.”
“Un momento, Parollan!” fece Railly. Lui riusciva a controllare la propria espressione, ma Breslaw sembrava sull’orlo del panico, e il sorriso di Dobrinon s’era gelato. Qualunque cosa avessero in mente, doveva trattarsi d’una faccenda molto grossa. Helva non si fidava dei trucchi di Parollan, ma Breslaw e Dobrinon erano due specialisti efficienti ed onesti. Ascoltarli non costava niente.
Parollan arrivò al portello e si voltò a salutarla con un gesto della mano.
“Parollan!”
Lui si fermò, con un’espressione di cortese irritazione.
“Che razza di pasticcio mi hai combinato, Parollan?”
“lo? Non ti ho combinato un bel niente.”
Helva ignorò l’esclamazione sbalordita di Debrinon.
“L’avevamo combinato tutti insieme,” ammise Parollan, dopo avere lanciato un’occhiata a Railly. “Cioè, avevano discusso una missione per la TH-834, dopo la tua ultima impresa spettacolosa. Naturalmente, la missione è saltata, per circostanze indipendenti dalla nostra volontà.”
Helva ridacchiò. Niall non aveva rinunciato a punzecchiarla, per la storia di Teron. L’avrebbe presa in giro almeno per vent’anni...
“In via del tutto accademica, e in attesa dell’accredito dei miei premi... vuoi degnarti di dirmi cos’era quella missione?”
“Certamente,” disse Parollan, ritornando indietro. Tornò a sedersi comodamente. “Avevamo deciso di assegnare alla TH-834 la missione a Beta Corvi.”
“Beta Corvi!” Helva represse un fremito di allarme. Poi rise forte. “Teron di Acthion in un involucro corvikiano? In quell’ambiente?”
Niall la guardò ironicamente.
“Tu stessa ci hai detto che Ansra Colmer, appunto perché era così egocentrica, è stata quella che ha sofferto meno del trauma derivato dal trasferimento nell’ambiente di Beta Corvi. Teron è della stessa razza ed evidentemente...”
“Quello non durerebbe un minuto su Beta Corvi, e lo sai benissimo, Niall Parollan!”
La tattica di Parollan l’aveva esasperata. Il suo piano era quasi un piano omicida. E aveva convinto RailIy? Avevano deciso, tutti e due, di sbarazzarsi di Teron?
“Andiamo, Helva,” intervenne Railly. “Non ho mai approvato Teron come suo compagno, se posso permettermi di ricordarglielo...”
“E aveva ragione, Comandante,” disse Helva, con una dolcezza contrita che strappò a Parollan uno sbuffo disgustato.
“E mi dispiace moltissimo, mi creda. Ma per fortuna non è successo niente di irrimediabile.”
“Se non il fatto che adesso Helva è libera,” disse Parollan, con voce inespressiva.
“Esatto,” continuò Railly, con inatteso entusiasmo. “E se Helva non ha altri progetti, forse potremo dimostrarle la convenienza di accettare questa missione, anche se adesso è indipendente.”
Parollan ebbe un sorriso strano, mentre ricambiava lo sguardo del Comandante.
“Si, possiamo provare,” disse Niall, in tono apatico. Dobrinon gli lanciò un’occhiata perplessa e Breslaw sussultò.
“Bene, Helva,” attaccò deciso Railly. “Ha qualche progetto?”
“Non ha trasmesso nessun annuncio,” fece brusco Niall. “Non ha fatto chiamate planetarie, durante il volo di ritorno. E gli informatori non devono avere ancora scoperto che ha saldato il debito. Capita di rado, dopo così pochi anni di servizio.”
“Posso rispondere da sola, Parollan, grazie.”
Gli altri tre lo fissavano sbalorditi. L’atmosfera s’era fatta tesa. Helva non capiva perché Parollan stava cercando di guastare tutto. Aveva certamente le sue ragioni.., ma quali?
“Dunque il mio caro supervisore voleva rimandarmi su Beta Corvi? Questo spiega la presenza dell’ammiraglio Dobrinon. Ma lei, comandante Breslaw? L’ingegneria s’è messa in concorrenza con gli Esteri per assicurarsi i miei servigi?”
“Speravamo di unire le nostre forze, Helva,” fece Dobrinon, dopo una pausa imbarazzata.
“Ci sembrava giusto,” disse Breslaw, “che lei fosse la prima nave a trarre beneficio dalle scoperte derivate dai dati di Beta Corvi che lei stessa ci ha portato.”
Se l’ingegneria era riuscita a stabilizzare gli isotopi...
“E come ne avrei beneficiato?” chiese Helva, tenendo d’occhio Parollan. Era capacissimo di avere inscenato quella commedia, compreso il proprio sfacciato disinteresse, apposta per incuriosirla. Sicuro, lei ci teneva ad avere un motore migliore!
“Appena abbiamo incominciato a studiare le teorie fondamentali,” stava dicendo Bresiaw, “ci siamo subito accorti che consentivano un enorme progresso. I dati dei Corviki rendono possibile il volo intergalattico entro questo decennio... Entro quest’anno!”
Il volo intergalattico? Helva si sentiva eccitata quanto Breslaw. Poteva andare alla... Nebulosa Testa di Cavallo?
“Si possono superare le distanze intergalattiche in una frazione del tempo che sarebbe necessario attualmente,” disse Railly, accorgendosi del suo interesse. “Pensi, Helva, un’energia illimitata, alla lettera! Avrebbe t’occasione di esplorare spazi sconosciuti. Potrebbe scoprire nuovi sistemi, nuove galassie!”
“Un momento!” fece Helva. “Ma se va tutto così bene, perché è necessaria una nuova missione a Beta Corvi?”
Railly fece un cenno a Breslaw, che incominciò a tirar fuori da una borsa cubigrafici e nastri, e li dispose sulla ‘console’.
“Grazie ai dati dei Corviki, possiamo disporre d’una energia illimitata... La potenza d’una stella che esplode. Ma ci sono alcune difficoltà, che i miei uomini non riescono a risolvere. Come vede,” e indicò il primo cubo, mentre batteva le equazioni sui tasti del calcolatore,” gli isotopi possono irradiare energia in cicli, ma invece di avere una perdita, abbiamo un flusso costante. Variando il numero di cicli, è possibile superare la velocità della luce secondo i multipli desiderati. Se lei dovesse arrivare, diciamo, a Mirfak, in due giorni standard, adesso potrebbe arrivarci. Invece di impiegare... quanto tempo?”
“Quattro settimane,” rispose automaticamente Helva, assorta nell’esame di quelle equazioni affascinanti.
“Invece di impiegare quattro settimane. Non è vantaggioso?”
In quel momento, Helva comprese perché era necessaria la nuova missione a Beta Corvi.
“Ma non si può scatenare un’energia così enorme nei pressi di un sistema solare senza conoscerne prima gli effetti, vero?” Chiese. “Quali difficoltà avete incontrato? Questi calcoli sono basati sulla teoria.., o su di un esperimento?”
L’entusiasmo di Breslaw si spense considerevolmente.
“Abbiamo collaudato la fonte d’energia VC... Variante del Ciclo. Abbiamo preso tutte le precauzioni possibili, abbiamo usato un ciclo lento.” Poi con una smorfia: “Non siamo riusciti a tenere la nave nel raggio dei nostri strumenti di controllo.”
“Era una nave-cervello? O guidata da uomini?”
“Da uomini.” La risposta di Breslaw si sentì appena.
“E l’effetto dell’accelerazione li ha uccisi?”
“No, questo no.” Breslaw diede un’occhiata a Railly, che aveva continuato a parlare sottovoce con Parollan. RailIv andò a sedersi accanto a Dobrinon, lasciando solo Niall, che continuò ad osservare con un’espressione imperscrutabile.





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9/9/2011 8:17 PM
 
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(segue)

E allora?”
“La nave non è tornata. Si pensa che tornerà fra nove anni standard. E’ già stata avvistata.., sta ritornando a velocità normale. L’ultimo messaggio che abbiamo ricevuto indicava che dobbiamo essere molto cauti nell’usare questa nuova fonte di energia.”
“E’ evidente. Ed è anche probabile che qualcuno abbia avuto la mano pesante, sui comandi di quella nave. Avreste dovuto mandare una nave-cervello, e senza fragili umani mobili a bordo.”
“Ma può anche darsi che abbiamo sbagliato ad applicare i dati dei Corviki,” continuò Breslaw, pensieroso. “Il fattore VC ha una potenzialità distruttiva tremenda. Dobbiamo assicurarci di non avere sbagliato, di non avere scatenato emissioni incontrollabili, che potrebbero avere ripercussioni cosmiche.” E la guardò preoccupato e speranzoso.
Helva si augurò che non dovessero ridurre la potenza di quel reattore. Il volo intergalattico! La nave che aveva compiuto il collaudo scaraventata a nove anni di distanza dallo spazio conosciuto!
“Vi sono molto grata per la vostra fiducia, signori,” disse, dopo una pausa. “Ma mi chiedo se non avete pensato a me proprio perché ho saldato il mio debito; perché, se andassi distrutta, voi non ci rimettereste niente.”
Solo Parollan apprezzò quella battuta e rise, divertito.
“Non è il caso di scherzare, Helva,” protestò Railly. “Lei è la meno sacrificabile di tutte le nostre navi. E il suo sospetto è offensivo!”
“In questo caso,” ribatté Helva “lei è un ricattatore!”
“Cosa?” urlò Railly.
“Lo sa benissimo, Comandante Railly, che io avrei voluto quel motore non appena ne avessi conoscìuta l’esistenza. E sa che sono disposta a restare al servizio dei Mondi Centrali, per averlo!”
Parollan si calmò di colpo e la fissò.
“E’ questo che volevi, eh?” chiese Helva, con voce gelida, rivolgendosi a lui.
“Francamente, è questo che volevamo,” ammise Raillv, quando si accorse che Parollan non avrebbe risposto. “E non ha molto tempo per decidere.”
“Perché?”
L’espressione di Railly cambiò, e Helva si senti infuriare. Non era così che i Mondi Centrali dovevano trattare le navi cervello! Lei doveva chiamare la Doppia M o la SDMI! Doveva mettersi in contatto con Broley! E che i Mondi Centrali si arrangiassero!
“I Mondi Centrali sono legati dalle direttive federali, Helva. E lei è legata dai suoi obblighi ai Mondi Centrali fino a quando arriveranno gli accrediti. Dopodiché, le direttive cambiano, e cambiano i contratti-tipo, le clausole, tutto il resto. E tutte le organizzazioni ci starebbero addosso, ci impedirebbero di compiere quello che intendiamo fare. Lei ha dimostrato di essere formidabile. Il Servizio ha bisogno di lei. In cambio, le offriamo la possibilità di essere la prima nave-cervello con un motore VC.”
“Mi scusi. Non sapevo che le condizioni contrattuali cambiano quando una nave ha saldato il debito,” fece HeIva. “Ma non può dare la colpa a me, se non ho compreso tutti i fattori di una discussione che, a quanto aveva detto lei stesso, doveva essere puramente accademica. E a quanto ha detto il comandante Breslaw, io corro anche il rischio di trasformarmi in una nova...”
“Protesto!” Breslaw scattò in piedi. “La teoria è valida, e lei lo sa. E’ stata collaudata...”
“E il risultato l’ha spaventato tanto da spingerla a controllare se i dati sono stati usati erroneamente. Sono affezionata alla mia pelle, signori, e preferisco tenerla intera.”
“Il suo guscio è di titanio puro,” si accalorò Breslaw. “Non può venire danneggiato...”
“Dalla potenza di un sole che mi esplode a bordo?” scattò Helva. “Ho già provato il calore d’una nova, Breslaw. E il guscio di titanio non mi ha difeso dalla pazzia di un uomo.”
Breslaw si afflosciò sul divano, sconfitto. Degli altri tre, solo Parolian era rimasto calmo: ma era infinitamente amareggiato. Per un attimo, Helva aveva visto nei suoi occhi un’espressione di sofferenza quale aveva visto una volta soltanto... negli occhi di Jennan morente.
Fu Parollan a rompere il silenzio, con voce stanca e pesante.
“Nessuno cerca di nasconderti il pericolo, Helva. E ti converrebbe estendere il vecchio contratto, invece di redigerne uno nuovo. Controlla i tuoi archivi, se non ti fidi di me. Possiamo cambiare molte delle vecchie clausole, ma non potremmo cambiare quelle nuove. Sii tanto gentile da ascoltarci fino in fondo, e poi rispondi: ci basta un sì o un no...”
Sembrava completamente indifferente alla sua decisione, adesso, ed Helva si chiese perché. Dobrinon si schiarì la voce, e si accostò alla colonna.
“La missione a Beta Corvi ha molti scopi, Helva; e tutti richiedono capacità ed esperienza. Lei è l’unica che può compierla. Cercherò di spiegarmi, per quanto riguarda la mia competenza. Sono convinto che potremo condizionare i futuri osservatori a sopportare senza danni il disorientamento psicologico del trasferimento nell’ambiente Corviki. E poi... io e Parollan siamo certi che lei potrebbe tranquillizzarci circa l’integrazione.., o la disintegrazione delle personalità di Prane Liston, di Kurla Ster, di Chadress e di Ansra Colmer nell’ambiente Corviki: e lei potrebbe in questo modo liberarsi dal senso di colpa che I’affligge in seguito al risultato di quella prima missione. Lei è la più qualificata, forse l’unica persona adatta per quella missione, poiché è la sola che può riconoscere gli immigrati.” Dobrinon sorrise debolmente, quando pronunciò quella parola. “Davo Fillanaser si è offerto di tornare su Beta Corvi. Ma, francamente, il suo profilo psichico indica un grave trauma. Sono certo che anche lui... immigrerebbe.”
“E’ tremendo,” disse Helva. Non le piaceva pensare al corpo inerte di Davo Fillanaser, vuoto per sempre, disteso su un divano. Ma se Prane e Kurla e Chadress erano felici di essere diventati Corviki... Helva scacciò quel pensiero terribile e tentatore. “Bene, è chiaro che avremo bisogno dell’aiuto dei Corviki per controllare l’uso dei loro isotopi stabilizzati senza correre il rischio di fare saltare tutta la galassia. Devo presumere che avete controllato anche il mio profilo psichico... e siete certi che io ritornerò?”
“Sì!” La risposta di Dobrinon fu pronta e sicura.
“Anche dopo l’esperienza di Borealis?”
“Pensiamo che l’esperienza di Beta Corvi le sia stata d’aiuto, in questa occasione.”
“Benissimo. Veniamo ai particolari pratici. Comandante Breslaw, il fattore VC verrà installato nel mio motore prima che io torni a Beta Corvi?”
“Sì, sarebbe necessario. Come potrebbero i Corviki, se no, valutare l’esattezza dell’applicazione dei loro dati?”
“E il costo dell’installazione?”
Breslaw sbirciò nervosamente Railly. Railly chinò la testa.
“Non possiamo calcolarlo esattamente. La nave sperimentale è stata modificata: gli schermi sono stati rinforzati, i rivestimenti raddoppiati, lo scafo è stato ricoperto con una nuova lega. Più o meno, la spesa si aggira sui cinquecentomila crediti galattici.”
Helva notò che Railly aveva il buon gusto di mostrarsi sconvolto, ma quella cifra, non la spaventava. Aveva già saldato un debito più pesante, lei.
“Questo se facessi subito il contratto?”
“Sì.”
“E circa il doppio se il vecchio contratto scade eh?”
“Più o meno.” Breslaw chiuse il fascicolo, sconsolato. Il suo pessimismo esasperò Helva.
“Ma se estende il vecchio contratto, Helva,” intervene dolcemente Railly, “possiamo inserire tutte le condizioni che lei vorrà.”
“Non insista, Railly. Non ho ancora finito di riflettere.”
Non era vero: lei aveva già deciso. Parollan le aveva combinato una bella trappola; ed era sicura che lui sapeva benissimo quale effetto le avrebbe fatto sentir descrivere da Breslaw la nuova fonte d’energia. Ed era stato lui, indubbiamente, a consigliare a Dobrinon l’accenno al complesso di colpa per il risultato della prima missione a Beta Corvi. Benissimo, gliel’avrebbe fatto vedere lei a quell’egoista furbo presuntuoso machiavellico... Si interruppe di colpo e lo fissò.
Parollan sembrava distrutto. Non c’era più nulla, in lui, dell’individuo abile e sicuro. Eppure doveva avere capito che aveva vinto! O adesso si era pentito? Certo, aveva un’aria così disperata...
Era proprio il momento di compatire Niall Parollan! Helva si disse che doveva pensare ad altro: quelli avevano bisogno di lei, e dovevano accettare le sue condizioni.
“E allora statemi bene a sentire,” dichiarò, in tono asciutto. “Non ho intenzione di ipotecare la mia anima per venticinque anni, per ripagare un debito di cinquecentomila crediti se poi i Corviki ci dicono che il reattore va modificato e la sua potenza va ridotta! Dunque: l’estensione del vecchio contratto non sarà valida se il motore VC non può essere sfruttato. Pagherò il costo delle modificazioni della nave, ma il resto dovrete considerarlo nel vostro passivo.”
Railly e Braslaw si consultarono frettolosamente; finalmente Railly si lasciò convincere.
“D’accordo.”
“Secondo: potrò decidere secondo il mio giudizio circa l’opportunità di stabilire un contatto con gli immigranti umani di Corvi, senza che voi possiate affibiarmi una penale per non avere compiuto tutte le fasi della missione.”
“Credo che Dobrinon non avrà obiezioni.”
“Terzo: il problema del braccio...”
“Lei ha dimostrato di cavarsela meglio senza un braccio!” l’interruppe Railly, pieno di buona volontà.
Parollan emise un suono inarticolato.
“Voleva dire qualcosa, Supervisore?”
“Posso finire?” scattò acida Helva. “Parollan sa benissimo che continuo a chiedere un compagno permanente. Non mi piace agire da sola. Lo detesto!”
“Non sarebbe opportuno,” s’intromise ansioso Dobrinon.
“Non accetterò la missione senza un braccio di mia scelta!” gridò decisa Helva.
“Sono d’accordo, Railly,” continuò Dobrinon. “Il trasferimento Corviki ha gravi conseguenze psichiche. Io e Parollan pensavamo...”
Ma quando l’ammiraglio guardò Niall per ottenere una conferma, non ottenne risposta e continuò, in fretta: “Helva ha bisogno di un compagno forte e comprensivo, che l’aiuti a sopportare il trauma di questa esperienza.”
“E a questo punto la discussione si conclude, se non accettate le mie condizioni, Railly. Mi sembrano ragionevoli, come ammettono i suoi esperti.”
Railly annuì: ma il suo sorriso era scomparso.
“Bene. La mia ultima condizione è fondata sul successo del fattore VC. Mi avete affibbiato un debito di cinquecentomila crediti. Accettabile. Ma se tutto va bene, sarò in grado di spostarmi a velocità incredibilmente superiore all’abituale. Non credo che la vecchia scala degli stipendi e dei premi sarebbe adatta alla mia nuova velocità.”
Railly cominciò a protestare.
“Calma!” l’interruppe Helva. “Devo tenere presente un’altra cosa. Se i Corviki suggeriscono altre modificazioni, dovrò addossarmi anche quelle spese. No, Railly, sono certa che la Doppia M e la SDMI riterranno che è necessario modificare la tabella dei compensi, per adeguarla alla mia nuova efficienza.”
“Sarebbe la nave più veloce della galassia,” commentò Breslaw.
“Ma da che parte sta, lei?” scattò Railly.
“In questo caso, dalla parte di Helva,” ribatté Breslaw, senza lasciarsi intimidire.
“Chiedo solo un aumento ragionevole: un terzo in più. Non è eccessivo, per una leale dipendente dei Mondi Centrali. Sono sicura che sareste ancora voi a guadagnarci. So bene in che modo agite.”
“In che modo agisco io?” fece indignato Railly, girandosi verso Parollan.
“Parollan dirige la sua sezione seguendo gli ordini che gli dà lei, Railly,” fece Helva. E subito si pentì. Non era stato Railly a combinare quell’intrigo, era stato Parollan, l’avrebbe giurato, anche se adesso sembrava così pentito... Le faceva pena. L’odiava. E aveva bisogno di lui. E adesso Io avrebbe avuto.
“Allora, Railly? Accetta le mie condizioni, o no? Prendere o lasciare.”
Dobrinon e Breslaw cominciarono a parlare contemporaneamente, e Helva non ebbe bisogno di udire il grugnito di Railly per sapere che l’aveva spuntata. Railly sapeva perdere. Dettò le clausole al calcolatore della Base, poi si voltò, impassibile.
“Mi avevano avvertito che lei sarebbe stata un osso duro, Helva,” disse, sbirciando Parollan. “Ma in una cosa ha ragione: saremo ancora noi a guadagnarci. Perché adesso lei dovrà lavorare parecchio, mia cara.”
“E’ giusto,” rispose lei, serenamente.
“Adesso, Breslaw ha bisogno che lei vada al molo della manutenzione, per poterle installare il fattore VC. Manterrà l’attrezzatura standard fino a quando i Corviki avranno approvato il nuovo motore. E sì, è compreso nei cinqucentomila. E Dobrinon ha molti dati da comunicarle, circa l’analisi dei traumi causati dal trasferimento negli involucri corvikiani.”
“Ma deve lavorarci sopra anche Niall,” disse Dobrinon, cercando di indurre Parollan a distogliersi dal suo silenzio. “Ci ha dato molti suggerimenti utili, e ci ha aiutati a pervenire alle conclusioni preliminari...”
“Si, sì, Parollan è veramente prezioso,” brontolò Rai!lv. “Dunque, ora ci rimane da discutere la faccenda del braccio. Direi...”
“Un momento!” l’interruppe Helva. “Ho detto chiaro e tondo che andrò a Beta Corvi solo con un compagno di mia scelta. Non sto a discutere se poi quell’uomo rimarrà con me, dopo la missione.”
Railly si girò, guardingo.
“Sì, e noi abbiamo accettato. Ma lei ha detto che voleva un braccio permanente.”
“Sicuro. Ma a Beta Corvi non ci vado se non ci viene anche Parollan.”
lgnorò le proteste esplosive di Railly e le esclamazioni sbalordite e le congratulazioni vibranti di Dobrinon e di Breslaw. Tutta la sua attenzione era concentrata su Niall. L’ometto si voltò, cercando con lo sguardo il punto della colonna che corrispondeva alla testa di lei.
“Non è il momento di scherzare, Helva.”
“Non sto scherzando, ragazzo mio.”
“Santo cielo, Parollan, Helva è un genio!” gridò felice Dobrinon. “E ha chiamato il suo bluff.”
“Sicuro,” fece Railly con voce gelida. “Un po’ di attività pratica le farà bene, Parollan.”
Bruscamente, i tre se ne andarono. Niall Parollan restò, turbato e stordito, senza reagire.
“Stavi scherzando, Helva,” disse, con voce sommessa.
“Perché? Sei più esperto di tutti i piloti in servizio. Conosci bene gli aspetti del problema Corviki, e senza dubbio hai studiato le equazioni di Breslaw prima di...”
“Certo!” Esplose Parollan, rinunciando a controllarsi. “Credi che ti avrei permesso di affrontare una cosa del genere senza controllare tutto? Ma sono stato io a combinare questa farsa! Io! Non Railly. Sono stato io a convincerlo, a convincere Breslaw e Dobrinon!”
“L’avevo capito!”
“E tu non potevi rifiutare, Helva, perché sapevo benissimo come manovrarti. E ti ho manovrata, Dio mi perdoni!”
“Sei il supervisore meno scrupoloso di tutto il Servizio,” ribatté lei, allegramente. “E mi hai proprio giocato un brutto scherzo.”
“Non mi ascolti, stupida strega placcata di latta? Non capisci che cosa ti ho fatto? Ti ho indotta a restare nel Servizio!”
“No. Sono io che ho deciso di restare. Alle mie condizioni.”
Niall la fissò, furiosamente, disperatamente.
“Alle tue condizioni! Questa è bella!” e rise, una risata rauca, ironica.
“Spiegami cosa c’è di tanto divertente, Niall. Voglio riderne anch’io.”
Lui la guardò con gli occhi pieni di lacrime, stringendo i pugni.
“Sono stato io a combinare tutto, Helva, perché non potevo tollerare che tu te ne andassi. Oh, sì, ti avevo affidato tutte le missioni che potevano aiutarti a saldare in fretta il tuo debito. Ma poi mi sono accorto che il pensiero di perderti era insopportabile. E ho escogitato questo trucco per trattenerti. Ma quando ho visto che tu c’eri cascata, mi sono reso conto di essermi comportato in un modo ignobile. Ma non potevo più rimediare. E poi tu... tu mi hai chiesto come compagno!” La sua risata era un grido d’angoscia.
“Questo non mi fa cambiare idea, Parollan,” rispose lei, con forza. “Ti voglio come compagno con lo stesso egoismo con cui tu mi vuoi in servizio. Mi hai reso possibile fare accettare le mie condizioni: e io ti voglio come braccio proprio perché sei furbo, tortuoso, esigente, spregevole e privo di scrupoli. Perché sai come manovrarmi. Non sei gran che, come aspetto... ma ci sai fare. Sono sicura che riuscirai a riportarmi indietro sana e salva da qualunque missione. Anche da Beta Corvi!”
“Ti fidi di me?” Era un urlo che gli usciva dalle viscere. “Sei una sciocca! Ti fidi di me? Non capisci che io so tutto, di te? Ho persino fatto eseguire un’estrapolazione cromosomica, e adesso so che aspetto hai! E conosco la parola-chiave che hanno inserito nel tuo portello meno di sette giorni fa! Ti fidi di me? Ma sono l’ultima persona al mondo di cui puoi fidarti!”
Helva era sbalordita da quella confessione. Parollan aveva una fissazione per lei? Aveva voglia di cantare alleluia, e di urlare per la rabbia. Il desiderio irrazionale di vedere il volto del ‘cervello’ era piuttosto comune, tra i piloti in quanto fra le due unità di una nave si stabiliva un legame emotivo. Di solito, il desiderio era frustrato dal fatto che il pilota non conosceva la parola-chiave. Ma Niall la conosceva... E lei doveva guarirlo da quella fissazione, in un modo o nell’altro.
“Ecco perché non posso essere il tuo braccio,” disse Niall, con voce spezzata. “E non dirmi che queste fissazioni sono comuni e possono venire guarite. Conosco la parola-chiave. E un giorno non resisterò alla tentazione, dovrò aprire la bara in cui ti hanno chiusa, dovrò vedere la tua bellissima faccia, toccare il tuo sorriso meraviglioso, e abbracciarti...”
Lui aveva abbracciato la colonna, la guancia posata contro il metallo freddo. Una mano scivolò lentamente verso lo sportello. Eppure il suo viso era sereno, quasi felice, gli occhi chiusi, come se già la stringesse a lui...
“E allora pronuncia la parola chiave!” gridò lei, appassionatamente. “Apri il pannello, spezza il guscio, guarda la mia faccia e abbraccia il mio corpo deforme. Per me è meglio morire fra le tue braccia che restare senza di te!”
Con un grido inarticolato, lui balzò indietro, il viso contorto in una smorfia terribile.
“Se non lo hai fatto ora, Niall, non lo farai più,” disse Helva, dolcemente, cercando di scacciare il desiderio inatteso che per un attimo l’aveva spinta verso la follia.
“Dio, Helva, no!”
Niall corse nell’ascensore, e premette il pulsante. Saltò dall’ascensore prima ancora che toccasse terra, e sparì nella Torre.
‘E io posso solo aspettare,’ pensò amaramente Helva. ‘Deve essere lui a decidere. Deve tornare da me solo quando sarà certo di potersi fidare di se stesso...’
Helva attese, con il portello spalancato, l’ascensore a terra.
Lui le aveva detto che era bellissima. Quando aveva fatto fare l’estrapolazione dei cromosomi? Prima di Beta Corvi? O a Borealis? Dio, aveva messo le mani sulla cartella clinica? No, sarebbe inorridito... Ma il suo viso era bellissimo, l’aveva detto lui. E questo le faceva piacere. Non avrebbe usato quell’aggettivo alla leggera: lei doveva essergli sembrata bellissima, se le aveva detto così.
L’idea di essere bellissima era rassicurante e nello stesso tempo inquietante. Gli ingusciati erano condizionati a non pensare al proprio aspetto e non vedevano mai riproduzioni delle loro immagini... che erano tenute segrete.
Ma non c’era niente di sacro per una persona decisa. Niall era riuscito a scoprire la nuova parola-chiave che solo RailIy avrebbe dovuto conoscere.
Lei era bellissima. L’aveva detto Niall. Ma dov’era Niall?
Un canale si aprì.
“Sì?”
“Che simpatico benvenuto,” rispose una voce familiare. Ma non era la voce di Niall.
“Chi è?”
“Questo cambiamento di tono è offensivo, mia cara.”
“Oh, ciao, Broley. Aspettavo... un’altra chiamata. Ma sono sempre felice di sentire la tua voce.” Non era buona politica irritare un ingusciato cittadino, soprattutto Broley, e soprattutto in quel momento. Aveva bisogno di lui.
“Sembravi così contenta! E mi auguro che non aspettassi una chiamata da un mio rivale?”
“Rivale?”
“Sì, sì.” Helva si scosse. Broley non sarebbe stato così affabile se non avesse voluto qualcosa. “Ho saputo che hai saldato il debito.”
“Immaginavo che l’avresti scoperto.”
“Ah! Non avrai mica preso già un impegno?”
“Mi dispiace, Broley. Ho esteso il mio contratto con i Mondi Centrali.”
“Cosa?” Broley era sbalordito. “E io che ti credevo così furba! Ma io ho già quattro industriali e due pianeti in coda, ansiosi di pagarti una cifra favolosa se tu accetti di lavorare per loro per sei mesi! Helva, sono senza parole!”
“Tu, Broley, senza parole?” chiese Helva, ridacchiando. “Non si direbbe.”
“Ti sei fatta imbrogliare da Parollan, eh?” ribatté pronto Broley.
Helva doveva aspettarselo. Broley era molto acuto: non per niente, mandava avanti un’immensa metropoli, e aveva una quantità di informatori a sua disposizione. E poi, andava matto per i pettegolezzi.
“Parollan è il mio Supervisore,” gli rispose, cautamente. “Ma ho fatto cambiare parecchie clausole del contratto.”
“Allora ti sei accordata?”
“Sì. Ma spero di risalire alla tua stima comunicandotì che, se le mie condizioni non verranno soddisfatte, il contratto è nullo.”
“Così va meglio. Ti dispiace dirmi quali sono le condizioni?”
“Seccato, Broley?”
“Helva, sai benissimo che mi prendo a cuore il tuo interesse. Sei una delle persone più simpatiche che conosco. Allora, posso sapere le condizioni?”
Helva incominciò a enumerarle.
“Il Fattore VC!” urlò subito Broley. “Ma sei impazzita, Helva? Dirò agli industriali e ai pianeti di avere un po’ di pazienza, mia cara. Vedrai che finirai per lavorare per uno di loro.” Broley sembrava molto sicuro di sé.
“Il VC è così rischioso?”
“Oh, mia cara Helva, non ti hanno detto la verità. Non hai saputo che fine ha fatto la prima nave?”
“Mi hanno detto che è a nove anni di distanza. Ma una persona ingusciata è in grado di manovrare i circuiti delicati meglio d’una persona mobile...”
“Storie!” l’interruppe Broley. “Comunque, scusami un momento, hanno bisogno di me.”
Helva fu contenta che li avessero interrotti. Si chiese se Broley avrebbe accettato di cercare Niall. Ma avrebbe voluto sapere tutto. E probabilmente non l’avrebbe capita. Broley era convinto che gli ingusciati dovessero essere autonomi e autosufficienti.
In quel momento, Broley ritornò in linea.
“Bene, può darsi che non sia stato Parollan a convincerti a restare in servizio, ma in questo momento sta festeggiando qualcosa!” Broley era acidamente soddisfatto.
“Ha provocato uno scontro fra quindici veicoli a cuscino d’aria più tre camion, e ha abbattuto due antenne trasmittenti. Non so come non ci abbia lasciato la pelle, comunque non aveva neanche un graffio, né lui né le tre femmine che aveva a bordo. Per fortuna, anche quelli delle altre macchine se la sono cavata con la paura, ma lui s’è beccato una multa di mille crediti per il guaio che ha combinato. E ha avuto la faccia tosta di ridere. Se non fosse un Supervisore così influente, lo avrebbero messo al fresco per qualche mese. Ed è tutta colpa tua! Adesso è al ‘Vanishing Point’, e mi toccherà mandare dei poliziotti in quel locale per garantire l’ordine! Se quello crede di poterne combinare un’altra e di cavarsela, si sbaglia. Non voglio che la mia città vada in rovina per le bravate di Parollan!”
E, dopo essersi sfogato, Broley tolse la comunicazione.
Parollan stava cercando di uccidersi? Si chiese Helva. Capiva benissimo la visita al ‘Vanishing Point’: quel locale era famoso per gli svaghi che offriva. Molti pianeti avevano locali del genere, soprattutto nelle città dotate di spazioporto, e quasi tutti i piloti li frequentavano regolarmente. Ma era sconvolgente pensare Niall in quel posto. Helva rimpianse di non poter dormire. Doveva esserci un modo per non pensare, per sfuggire ai pensieri insopportabili. La sua mente ritornava sempre al ‘Vanishing Point’ e alla sua reputazione scandalosa.
“Due famiglie, di eguale dignità...” incominciò Helva, con voce risoluta che echeggiò nelle cabine vuote. Chissà se Prane Liston l’avrebbe capita...
Un canale si aprì, non fu una sorpresa di sentire la voce di Broley. Ma adesso lui era perplesso, non irritato.
“Sei stata tu a far congedare Parollan perché ti aveva imbrogliata?”
“No, io no.
“Stavo solo chiedendo. Non capisco perché si comporta in quel modo. Non è più il Parollan che conoscevo io.”
“E che cosa fa?” chiese Helva, senza riflettere.
“Sembra che abbia perduto la testa, adesso. E’ andato dal gioielliere del ‘Vanishing Point’, ha regalato un gioiello a ciascuna delle ragazze, ‘come ricordo’, ha detto. Poi è andato a casa. Da solo, e questa è grossa. E non riuscirai mai a indovinare quello che sta facendo in questo momento.”
“Dimmelo!”
“Ha chiamato un rigattiere e gli sta vendendo tutto: mobili, quadri, nastri. Ha speso una fortuna per quella collezione, e adesso la sta svendendo. Ha venduto la sua aeromacchina. E sta vendendo anche il suo guardaroba.”
Helva cercò di reprimere la speranza che quella notizia faceva nascere in lei. Era un rifiuto simbolico della parte dell’esistenza che voleva lasciarsi alle spalle? Perché? Niall sapeva che i piloti tenevano una casa nei pressi di qualche porto. Perché vendeva tutto? A meno che... Helva rifiutò di considerare quella possibilità.
“Non sai per caso,” stava dicendo Broley, “se lui e Railly hanno litigato di nuovo?”
“Non ho avuto nessuna comunicazione con il Cencom per tutta la notte.”
“Ricordati di me, vero, appena sai qualcosa?”
“Certo, Broley, mi ricorderò di te.”
Possibile che le ragazze e la bevuta e il ‘Vanishing Point’ e i regali facessero parte d’un addio al celibato?
Helva si recitò ‘Cesare e Cleopatra’ fino all’alba: poi arrivarono i tecnici che dovevano condurla alla Manutenzione. In quel momento il Cencom chiamò: era Railly, furibondo.
“Che cosa è venuto in mente a Parollan di dare le dimissioni?” urlò. “Cosa mi sta combinando, Helva? Mi faccia parlare con lui! Subito!”
“Non è a bordo.”
“Non è a bordo? E dov’è?”
“Non lo so.”
“E immagino non sappia neanche che Parollan mi ha lasciato sul tavolo la lettera di dimissioni, per rovinarmi la giornata! E’ impazzito! Se voi due credete di estorcere ancora qualcosa d’altro dal Servizio dopo la commedia di ieri...’
La rabbia di Railly si spense. “Senta, Helva,” ricominciò, in tono paziente. “Cos’è successo, dopo che noi ce ne siamo andati? Credevo che fosse tutto sistemato. Parollan era il braccio che lei voleva, no? E allora, cos’è successo?”
“Un abbinamento è formato dal consenso di entrambe le parti in causa” disse Helva, lentamente. C’era una sfumatura minacciosa, nella voce di Railly... e quella affermazione sbalorditiva! Lei e Niall avrebbero fatto la commedia di comune accordo, il giorno prima, secondo lui!
Era per quello che Niall s’era dimesso: per evitare che Railly lo costringesse ad accettare la missione. Ecco perchè aveva venduto tutto: per realizzare il denaro necessario per andarsene da Regulus e sottrarsi all’autorità di Railly. Era difficile pensare con chiarezza, e lei doveva mantenersi lucida, per aiutare Niall. Se voleva andarsene, non poteva ostacolarlo...
“Lo so benissimo,” ribatté acido Railly. “E con questo?”
“Niall non era disposto a dare il suo consenso.”
“Mi ascolti, Helva. Basta con queste sciocchezze. Niall Parollan è entrato nella carriera amministrativa, dodici anni fa, perché non aveva la statura minima necessaria per diventare pilota. E quasi ne moriva di dispiacere. Non mi racconti che adesso, quando era riuscito ad indurre una nave a imporlo come pilota, ha cambiato idea e ha tagliato la corda. Bene, Helva: o Parollan farà questa missione a Beta Corvi, o se ne pentirà per tutta la vita.”
Helva cercò di riflettere. Railly avrebbe fatto presto a scoprire che Niall aveva venduto tutto, e avrebbe capito il perché... una serie di rumori, attorno a lei. Guardò all’esterno, e vide una squadra di uomini che si stava mettendo in posizione. Railly voleva impedirle di decollare!
“Broley!” gridò, non appena riuscì a stabilire il contatto. “Devi avvertire Parollan. Railly gli dà la caccia.”
“Davvero?” Broley era entusiasta. “Parollan, in questo momento, è diretto verso Io spazioporto. Ha comprato un biglietto sottobanco dal rigattiere. L’ho appena saputo.”
E a che ora è la partenza?”
“Alle nove, ma...”
“Avvisa Parollan che Railly è deciso a fermarlo. Ha messo le sentinelle attorno a me, e io non posso muovermi. E adesso bloccherà lo spazioporto.”
“Ma, Helva! Parollan è un supervisore...”
“Non lo è più! Ti ricordi? Si è dimesso. Ecco perché RailIy vuole bloccarlo su Regulus.”
“Ma se Parollan si è dimesso, Railly non ha più autorità su di lui.”
“Broley, non essere ingenuo! Il mio contratto non è valido se Parollan non viene con me a Beta Corvi!”
“Railly lo bloccherà,” ammise Broley. Poi capì il significato delle parole di Helva. “Hai cercato di imbrogliare Parollan perché diventasse il tuo braccio?” E incominciò a ridere come un pazzo. “Mia cara figliola! Sei favolosa, assolutamente favolosa. Ma quell’uomo è uno stallone! Non accetterebbe mai il celibato... Santo cielo, magari sì! Stanotte ha mandato via quelle ragazze!”
“Ascoltami, Broley. Avvisa subito Niall che Railly vuole costringerlo ad adempiere le condizioni del contratto.”
“Calma, mia cara. E se Parollan rimane disperso, il contratto è nullo?”
“Si, si!”
“E tu sarai libera di ascoltare i miei protetti?”
Helva s’era aspettata quel ricatto. “Si.”
“RailIy è un nemico pericoloso, Helva.”
“Non può costringermi a far niente, senza Parollan. Se ci si prova, mi rivolgerò alla Doppia M e alla SDMI.”
“A quelli!” fece Broley, sprezzante.
“Possono essermi utili.”
“Ma i miei protetti... li ascolterai?”
“Sì, te l’ho promesso. E adesso avvisa Parollan. E poi dimentica dove l’hai trovato.”
“E’ a bordo di un taxi, ma come posso ricordarmi quale, con tutto quello che ho da pensare? Devo mandare avanti una città, io!” Broley chiuse la comunicazione, ridacchiando.
‘Accettare il celibato...’ aveva detto Broley. Ma Niall le aveva detto che lei era bellissima... e c’era tanto desiderio nella sua voce. La notte in cui era venuto a tenerle compagnia, dopo il suo ritorno da Beta Corvi.., doveva essere già ossessionato di lei. Ecco perché le aveva suggerito di prendere il corpo vuoto di Kurla! E lei, come aveva potuto essere così stupida da non capire?
Il suo corpo non poteva funzionare come un corpo, ed era abitato da un’anima troppo umana. E il corpo di Kurla era solo carne, bellissimo, morbido... e privo d’anima.
Lei avrebbe potuto diventare tangibile, avrebbe potuto conoscere l’esperienza del dono supremo di sé... Forse, se il corpo di Kurla era ancora libero...
No! NO! Respinse con decisione quel pensiero devastatore. Broley avrebbe mantenuto la sua promessa. Avrebbe avvisato Niall. E poi toccava a Niall decidere. Poteva stare alla macchia finché Railly sbolliva. Aveva parecchio denaro, poteva mettersi al sicuro. Railly era un nemico pericoloso: Broley aveva ragione, in questo. Ma una nave-cervello che non voleva muoversi non si muoveva, e basta. Se Railly avesse catturato Niall, lei doveva solo rifiutarsi di lasciarlo salire. Non voleva un braccio riluttante.
Riluttante? Uhm, sì, quella era la parola chiave. Era ridicolo: il primo compagno che lei voleva veramente, dopo la morte di Jennan, era riluttante.
“Broley?”
“Che c’è, ancora?”
“L’hai avvisato?”
“Te l’avevo promesso. L’ho avvisato. E gli ho anche detto quello che pensavo del suo comportamento e dei fastidi che mi ha procurato stanotte.”
Oh, no! Pensò Helva. Una predica di Broley? A Niall? Nello stato d’animo in cui si trovava?
“E adesso dov’è Parollan?”
“Non posso dirtelo perché non lo so.”
“Devi pure averne un’idea.”
“Neanche l’ombra. Comunque, sarai la prima a saperlo, se scoprirò qualcosa. E controllati il livello dell’acido, mia cara!” Broley tolse la comunicazione.
Doveva mettersi in contatto con Niall. Avrebbe lavorato con un altro braccio, purché lui accettasse di continuare a farle da supervisore. Non poteva permettergli di sacrificare tutto per lei.
Guardò ansiosamente attorno a sé. Quell’area del campo era piena di piccole navi che andavano e venivano. Railly stava organizzando una caccia all’uomo in grande stile. Se Broley non voleva aiutarla, come avrebbe fatto a trovare Niall?
Bene, c’era un’altra soluzione. Era chiaro che lo scopo di Railly era mandare a buon fine la missione a Beta Corvi. E allora...
Prima che lei potesse aprire un canale, arrivò un segnale dalla Torre. In tono secco e ufficiale, Railly le disse di attivare lo schermo. E sullo schermo apparve lo stesso Railly, con gli occhi vitrei, seduto dietro una scrivania sovraccarica: dietro di lui stava un aiutante.
C’erano altri due uomini con lui: il più anziano aveva la faccia triste e l’uniforme verde e oro della SDMI. L’altro era più giovane, e aveva gli occhi acuti e sospettosi.
“Il capitano Amiking della SDMI e il signor Rocco della Doppia M sono venuti qui in seguito ad un esposto presentato a suo favore, XH-Ottocentotrentaquattro,” fece la voce di Railly, tetra come la sua espressione.
“Sì, il nostro informatore ci avverte che lei, Helva, dopo la sua ultima missione ha sufficiente credito per sdebitarsi,” intervenne dolcemente Rocco, senza aspettare che Railly finisse.
“Gli accrediti della Federazione sono ancora in sospeso,” rispose Helva: era più prudente essere sincera, soprattutto per attenuare la rabbia di Railly.
“Gli accrediti sono arrivati, ma...” attaccò Railly.
“Allora l’obbligazione finanziaria in cui era incorsa all’origine la XH-Ottocentotrentaquattro è soddisfatta?” chiese Amiking, in tono cortese.
“Sì, tuttavia...”
“Gli uomini del Servizio raccolti attorno a Helva sono quindi lì per proteggerla dagli importuni che aspirano ad assumerla?” chiese Rocco.
Railly strinse le labbra e lo fissò freddamente.
“Altrimenti sembra una intimidazione morale, perchè Helva non può andarsene senza arrostirli: cosa che una nave-cervello non può fare. Quegli uomini devono venire ritirati. Immediatamente.”
“Questa è una base del Servizio, signor Rocco...”
“Immediatamente, Comandante Railly, o il capitano Amiking ed io dovremo sospettare che si tratti di coercizione.” L’agente della Doppia M ebbe un sorriso indolente, ma la sua voce era fredda e dura.
Railly latrò un ordine al suo aiutante, che si affrettò a parlottare nel comunicatore. Quasi immediatamente gli uomini che circondavano Helva incominciarono a ritirarsi.
“Se ne sono andati, Helva?”
“Sì, signor Rocco. Ma voglio farle sapere che io ho esteso il mio contratto con i Mondi Centrali.”
“L’ho saputo,” rispose Rocco, volgendosi cortesemente verso di lei. “E questo rendeva superflua quella scorta. Ma ho anche saputo che una delle condizioni richieste specificamente da lei non può essere esaudita per circostanze indipendenti dalla sua volontà. Perciò, il contratto non è valido...”
“Il contratto è valido fino a quando i Mondi Centrali non falliranno di esaudire quella condizione!” scattò Railly, sparando un pugno sul tavolo.
“Ma non possono esaudirla,” ribatté tranquillo Rocco. “Niall Parollan era il braccio scelto da lei, esatto, Helva?”
“Sì, ma...”
“Si è dimesso dal Servizio e non è più disponibile...”
“Niall Parollan sarà a bordo della XH-Ottocentotrentaquattro prima del tramonto!” urlò Railly, balzando in piedi. “E la missione avrà subito inizio.”
“Se lei riuscirà a trovare Niall Parollan,” lo corresse Rocco.
“Signori, tutto questo è ridicolo!” esclamò Helva, alzando la voce per farsi ascoltare. “Sì, volevo Niall Parollan come compagno. Mi dispiace che non abbia potuto accontentarmi, e che si sia dimesso dal Servizio per dimostrare la sua riluttanza. Ma non voglio costringerlo ad accettare un incarico oneroso. Preferisco discutere l’assegnazione di un altro braccio.”
“E perché, doppiogiochista dalla mente contorta, martire placcata di latta?” ruggì una voce rauca dal corridoio della nave. “Vuoi prenderti un altro braccio?”
Niall Parollan stava accanto al portello della sala motori, con addosso una tuta da meccanico sporca e strappata, la faccia piena di graffi e di macchie.
“Non cerchi d’imbrogliarmi, Helva: quello è Parollan!” urlò Railly dallo schermo.
“Sì, e adesso voglio discutere con lui, Railly!” gridò Helva. Tolse la comunicazione, chiuse il portello, attivò lo schermo protettivo dello scafo. Poi si avventò contro Parollan. “E perché non posso farlo? Mi hai forse lasciato un’altra alternativa, ubriacone, donnaiolo di un tappo? Come posso convincere Railly a richiamare i suoi segugi e a lasciarti libero, se no?”
“Libero? Chi è libero? Basta che io ti lasci sola un momento e sei subito pronta a rivenderti agli schiavisti! Sei la più stupìda, la più miope, la più cretina...”
“Cretina?” sibilò Helva, indignata. “Pensa a te stesso: hai rinunciato a sette anni di carriera perché ti piace troppo andare a caccia di gonnelle e quindi non sei disposto a venire in missione con me! Mi hai costretta a ipotecare la mia anima per la seconda volta in due giorni...”
“Ma da Railly ci sono Rocco e Amiking, no? Dovevano tirare giù dal letto Railly per obbligarlo a lasciarti libera. E poi, quel pettegolo di Broley mi dice che mi stanno dando la caccia e...”
S’interruppe, digrignando i denti, ed Helva pensò che la predica di Broley doveva essere stata veramente velenosa. “Adesso Rocco e Amiking sono da Railly, no?” chiese poi Niall, con minore veemenza.
“Sì.” Helva adeguò il proprio tono al tono di lui, troppo felice di averlo a bordo per continuare il litigio. “E tu dovrai dare una buona spiegazione a Railly in fretta e furia, perché sta arrivando una squadra di guastatori. E anche Railly conosce la mia parola-chiave.”
Niall non ebbe bisogno di quell’avvertimento, perché senti i guastatori che martellavano contro lo scafo.
“Stupida, avresti potuto sistemare tutto...” mormorò, più disperato che incollerito.
“Solo la missione a Beta Corvi, Niall. E’ quello che vuole Railly.”
Niall rialzò di scatto la testa.
“Non credo che sia semplice neanche per Railly.”
“Se il fattore VC funziona, per me sarà un grosso vantaggio,” disse Helva. “Se non funziona, allora io sono libera, e sarai libero anche tu.”
“Libero?” ripeté sottovoce Niall, ma c’era uno strano sogghigno sul suo viso stanco. Tese una mano e accarezzò dolcemente il pannello della colonna di titanio. “Non sono più libero di te, Helva. Ma ti giuro che ho fatto di tutto per sottrarti allo sporco contratto che ti avevo combinato.”
“Piantala, Parollan. Se non riusciremo a estinguere un debito di cinquecentomila crediti in meno di dieci anni, non siamo la coppia che io credo che siamo!”
Niall la fissò, gli occhi spalancati per la sorpresa e la speranza.
“Sai? Hai ragione. Assolutamente ragione.”
“Certo che ho ragione. E adesso buttati sul comunicatore e convinci Railly a richiamare i suoi guastatori!”
Niall era già alla ‘console’, dimentico che Helva poteva dargli la comunicazione più in fretta di quanto poteva fare lui stesso.
“Cosa diavolo succede lì, Railly? Accidenti, un braccio non può lasciare sola la sua nave in una Base del Servizio, senza trovarla assediata? Credevo che la missione a Beta Corvi avesse la priorità assoluta! Dove sono le istruzioni? Dove sono i modelli di Breslaw? E ho bisogno dei nastri di Dobrinon. Come diavolo possiamo partire fra cinque giorni se lei non scuote un po’ quei poltroni dei tecnici ?”
“Parollan,” incominciò Railly, esasperato. “Lei è in arresto. Lei è multato. Lei è...”
“Mi sono dimesso, non si ricorda, Railly?” ruggi Nial. “Lei non ha autorità di arrestarmi, nè di multarmi, e neppure di darmi ordini. Sono un cittadino dei Mondi Centrali, compagno mobile di Helva-Ottocentotrentaquattro. Helva s’è impegnata a compiere una missione, con l’intesa che avrebbe avuto il predetto compagno, cioè Niall Parollan. Senza indicazioni di gradi nè di qualifiche. E, se le interessa, io le ho presentato le dimissioni PRIMA che arrivassero gli accrediti federali, quindi PRIMA che il contratto diventasse effettivo. E adesso, se vuole trascinare questa nave in tribunale per stabilire chi ha torto e chi ha ragione, si accomodi. Ma se vuole che questa nave decolli per Beta Corvi per sistemare la sua nuova amatissima fonte di energia, sarà meglio che incominci a darsi da fare!”
Helva avrebbe dovuto immaginarlo che Niall non avrebbe dato spiegazioni e non si sarebbe umiliato. E forse quel modo offensivo era il più adatto, per trattare con RailIy, per giunta, la presenza di Rocco e di Amiking costringeva in pratica RailIy ad accettare il fatto compiuto.
“Si dia da fare anche lei, Parollan!” ruggì Railly con voce soffocata. “E dovrà lavorare come non ha mai lavorato nessuno...”
“Naturalmente.”
E un giorno,” gracidò Railly, “un giorno, Parollan, a furia di fare il furbo si fregherà con le sue stesse mani!”
“Niente profezie, Railly: voglio solo i nastri e i modelli. Lieto di avervi rivisti, Rocco, capitano... Passo e chiudo.”
Mentre lo schermo si spegneva, Niall si girò verso Helva, con un’aria stranamente indifesa.
“Darebbe la sua pensione per la felicità, quello, se sapesse che questa volta mi sono fregato da solo, eh, Helva?”
Il suo tono era sommesso e rassegnato, ma il suo sogghigno era pungente. E il suo sguardo possessivo, orgoglioso, affettuoso, intensamente vivo, diede a Helva una vertigine di gioia.
Avevano superato insieme la crisi, in fondo, pensò lei. Potevano affrontare qualunque cosa. Si conoscevano bene. Ciascuno conosceva la forza e le debolezze dell’altro. Sarebbe stata una missione tutta fuochi d’artificio, piena di litigi e di trionfi. Helva avrebbe voluto protrarre quell’attimo ardente. Una felicità tanto intensa era così rara, così fragile.
Il Cencom chiamò.
“Ah, signor Parollan? Voglio dire... XH... no, NH-834?” balbettò una voce nervosa.
“Qui Parollan,” disse lui, senza distogliere lo sguardo dalla colonna.
“Signore, non possiamo consegnarle quello che ha chiesto, perché l’ascensore...”
Helva tolse la comunicazione, staccò il campo protettivo, abbassò l’ascensore e aprì il portello.
“Cielo, che modo di assumere il comando. Guardami!”
Niall sembrò accorgersi solo in quel momento della sua tuta sudicia.
“Sarei più pulito se mi avessero trascinato qui a forza.”
Cominciò a togliersi gli abiti mentre si dirigeva verso la cabina del pilota.
“Ordinami qualche vestito al quartiermastro della Base, Helva. Sanno le mie misure...”
Continuò a impartire istruzioni mentre si lavava, mentre indossava la tuta prontamente consegnata, mentre mangiava rapidamente un boccone. L’ascensore e i circuiti del comunicatore non avevano un momento di riposo. Nella cabina principale vennero sistemati tavoli per ospitare i modelli di Breslaw e i nastri inviati da Dobrinon. Niall mandò a prendere tutti i filmati della nave esploratrice. Era instancabile, eppure la notte precedente non aveva dormito...
“Ehi, Helva,” disse all’improvviso socchiudendo gli occhi. “Accendi qualche lampada. Non ci vedo quasi più.”
“Non mi ero accorta che fosse così tardi.” Helva scrutò nel crepuscolo.
In quel momento, lo squillo dolce d’una tromba, alla base della Torre, suonò il silenzio. Era la fine della giornata... e un requiem. Le note volarono sulla pista enorme, verso il lontano cimitero dei Caduti in Servizio. Aveva udito quella musica una volta sola: ed era stato un requiem, pensò Helva. Ogni giorno muore, poi viene la notte con la sua tristezza e poi.., un altro giorno. Il silenzio era il segnale di una fine e di un principio.
‘Addio, Jennan. Benvenuto, Niall.’
L’ultima nota si spense nello spazio scuro e nel suo cuore... E in quel momento scorse gli occhi di Niall che la fissavano, attenti.
“E’ una tradizione così sentimentale,” mormorò Helva. “Suonare il silenzio al tramonto.”
“E a te piace,” disse lui, inaspettatamente con voce rauca. “Avresti le lacrime agli occhi.., se potessi.”
“Sì,” ammise lei. “Le avrei.., se potessi.”
“E’ bene che io sia una carogna: controbilancio il tuo cuoricino tenero.., compagna,” disse lui. “Helva!
Non cambiare mai!”
E fu come se lui si fosse messo a cantare.








******* F I N E *******






[Edited by auroraageno 9/9/2011 8:19 PM]
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